domenica 16 gennaio 2022

Mitologia e folklore ungherese: La spada di Dio

 

Titolo originale: Az Isten kardja

Tratta da Benedek Elek, Magyar mese- és mondavilág

Vi ho già narrato dei figli di Nimród: Hunor e Magyar si erano stabiliti in quel bel territorio isolato dove li aveva condotti il csodaszarvas, il “cervo meraviglioso”. Ebbene, Hunor e Magyar sarebbero anche rimasti in questo territorio, ma non era trascorso neanche un anno che la stirpe degli unni e dei magiari si erano moltiplicate a tal punto da non avere più né acqua, né pane a sufficienza. Entrambe le stirpi si misero per via e migrarono attraverso monti e valli, siepi e fossati e camminarono, camminarono fino a giungere in Scizia.

[…]

Ebbene, il tempo passò e la Scizia non fu più sufficientemente ampia per i discendenti di Hunor e Magyar.

I capi delle tribù si radunarono, si consigliarono in merito a dove, da che parte condurre il popolo, perché oramai la Scizia era piccola per loro. I capi delle tribù unne consigliavano di andare verso occidente, mentre i capi delle tribù magiare suggerivano di ritornare nelle loro sedi originarie: gli unni e i magiari si separarono. Ma i discendenti di Hunor dissero loro che invano sarebbero ritornati indietro, non ci sarebbe stato spazio a sufficienza: avrebbero fatto meglio ad andare verso occidente, forse Dio li avrebbe condotti nel luogo in cui le stirpi degli unni e dei magiari avrebbero potuto vivere fino alla fine del mondo.

«Partite voi,» dissero i magiari, «noi rimarremo qui. Se troverete una terra abbastanza grande, fateci pervenire notizia e vi raggiungeremo. Se non la troverete, tornate indietro, e ci accomoderemo come meglio potremo, stringendoci un po’. […]»


Nikolaj Rerich, Gesar Khan. Wikimedia Commons.


Tutti approvarono questo discorso, così gli unni partirono, mentre i magiari restarono.

Ma proprio mentre stavano per mettersi per via, congedandosi, Attila, figlio di Bendegúz, prese a dire:

«A chi resterà la Isten kardja, la “spada di Dio”, agli unni oppure ai magiari?».

Perché, prima che me ne dimentichi, dovete sapere che quando i magiari e gli unni avevano occupato la Scizia, Dio aveva donato loro una spada per aiutarli a sconfiggere quei popoli.

Questa spada era chiamata Isten kardja, la “spada di Dio”, ed era passata di generazione in generazione. I táltosok[1] dicevano: «Fino a quando disporrete di questa spada, non dovrete temere alcun popolo, perché Dio sarà con voi».

I capi delle tribù magiare si guardarono l’un l’altro, non sapevano come rispondere. Convocarono i saggi, affinché decretassero la cosa giusta da fare. I saggi si consultarono per tre dì e tre notti e decisero di affidarla a un uomo cieco che avrebbe dovuto brandirla sette volte, dopodiché l’avrebbe lasciata cadere: se fosse caduta con la punta rivolta verso occidente, l’avrebbero presa con sé gli unni, se verso oriente, allora sarebbe rimasta ai magiari.

Al che tutti si misero l’animo in pace. Un vecchio canuto fu condotto al cospetto dei saggi e gli diedero la spada.

«Brandiscila sette volte, dopodiché lasciala cadere a terra!»

Il cieco fece come gli era stato ordinato. Dopo aver brandito la spada per la settima volta, la fece cadere, ma - meraviglia delle meraviglie! -, la spada non cadde a terra. Improvvisamente si levò un vento vorticoso, sollevò la spada in volo, portandola con sé verso occidente, finché d’un tratto sparì e nessun occhio umano riuscì più a vederla...

«Guardate, guardate,» disse Attila, «Dio vuole che andiamo verso occidente! Non datevi pena a inseguire la spada, la ritroveremo ugualmente e quando ciò accadrà vi faremo pervenire notizia e verrete anche voi, vedrete!»

Gli unni partirono carichi di speranze: in testa l’anziano Bendegúz e ai suoi lati i due prodi figli, Attila e Buda. Dietro di loro un mare di gente, chi a piedi, chi in sella al cavallo. Si fermavano di tanto in tanto in boschi e prati, lungo corsi d’acqua, esaminavano le terre, le acque fin dove riuscirono a penetrare, ma non trovarono ciò che desideravano fino a quando giunsero tra il Danubio e il Tibisco.

Questo territorio piacque loro immensamente. Dissero con il cuore traboccante di gioia che non avrebbero proseguito e che sarebbero rimasti lì.

Ma non poterono stabilirvisi, perché giunse il testardo Teodorico con un enorme esercito: le genti che abitavano lungo il Danubio e il Tibisco, in preda al panico, li avevano chiamati in loro aiuto da terre lontane.

Annunciò agli unni che avrebbero potuto rimanere lì per tre dì e tre notti, poi se ne sarebbero dovuti andare con Dio.

Bendegúz rispose: «Stammi bene a sentire, tu, Teodorico testardo, non c’è bisogno che mi mandi queste missive, noi non ce ne andremo di qui».

Il testardo Teodorico non fece pervenire più alcun messaggio, si mise in marcia con l’esercito. Lo stesso fecero gli unni guidati da Bendegúz, ai suoi lati i due prodi figli, Attila e Buda. I due eserciti, simili a violente nubi di tempesta, si scontrarono in campo aperto e nel corso della battaglia il Danubio straripava, tanto era il sangue che andava riversandosi nelle sue acque.[2]

Se il Danubio era straripato, ciò non era accaduto invano, ma per aiutare gli unni che erano usciti vincitori dallo scontro e ora quella bella regione era in loro possesso.

[...]

Nel frattempo l’anziano Bendegúz era morto e Attila fu proclamato re. E da quel giorno Attila non ebbe in testa nient’altro che la Isten kardja, la “spada di Dio”. Se solo l’avesse trovata!

Un giorno fece un sogno talmente meraviglioso da non riuscire a comprenderne il significato. Fece chiamare a raccolta i veggenti e disse loro:

«Statemi a sentire, stanotte ho fatto un sogno meraviglioso. Interpretatelo come sapete fare! Mi ricordo come se fosse accaduto sotto il sole splendente, che un vecchio canuto era sceso dal cielo per venire da me e mi fissò alla cintola una spada lucente [...]. Guardo e riguardo la spada che sembra essere la Isten kardja. E in qualche modo la spada di Dio si sollevò sotto ai nostri occhi e, veloce come un vento vorticoso, prese con sé anche me medesimo, facendomi sorvolare boschi, monti, mari, pianure sterminate, enormi città. E mentre volavo di tanto in tanto tiravo qualche fendente ed ecco i boschi si piegavano, fiumi e mari si separavano, le città si incendiavano. Dopodiché mi svegliai. Ditemi, táltosok, cosa significa questo mio sogno!».

Si fece avanti Torda, il táltos più anziano, e disse:

«Vostra maestà reale, metto la mia vita e la mia morte nelle vostre mani, il vostro sogno significa che la Isten kardja sarà ritrovata e da allora conquisterete il mondo intero».

[...]

Proprio in quell’istante corse da loro un pastorello ansimando dalla grande agitazione e disse ad Attila:

«Vostra maestà reale, ho trovato una spada nella puszta, eccola qui, prendetela dalla mie mani».

Attila guardò la spada, la rigirò tra le mani, la fece risplendere alla luce del sole, e cielo e terra rimbombarono dal suo grande grido di gioia.

«Questa è la Isten kardja, gente!»

[…]

Attila chiese al pastorello:

«Figliolo, dove hai trovato questa spada?».

«Vostra maestà reale,» disse il pastorello, «mentre seguivo la mia mandria, vidi che una giovenca nata in primavera si era ferita allo zoccolo. Guardai per capire che problema potesse avere e vidi che lo zoccolo posteriore sinistro sanguinava. Riflettei tra me: cosa mai aveva potuto ferirla se sulla puszta non c’è nient’altro che soffice erbetta? Guardo di qua, guardo di là e scorgo la punta di una spada spuntare dal suolo. L’afferro per estrarla ed ecco all’istante divampare fiamme dalla punta della spada. Ovviamente mi spaventai e mi allontanai di corsa, ma quando mi voltai, vidi che la spada era schizzata fuori da terra, girava e girava, come se fosse stato il vento a farla roteare. A un tratto la fiamma si ritrasse e la spada cadde distesa al suolo.

Presi coraggio, tornai indietro e presi la spada.»

«Questa è la Isten kardja, la “spada di Dio”, è proprio lei!», gridava il popolo.


Tulipán Tamás, Isten kardja. Wikimedia Commons.


Attila volle provarla. Per tre volte menò fendenti in ogni direzione, tanto da far fischiare l’aria.

«È lei, è proprio lei!», gioì Attila e diede subito ordine di accendere fuochi in lode a Dio che aveva restituito loro la Isten kardja, la “spada di Dio”.

Così si avverò quanto predetto dai táltosok, perché Attila conquistò veramente il mondo intero.


NOTE

[1] Antica figura di sciamano ungherese, in questo contesto sinonimo di “saggio”, “veggente”.

[2] Cfr. Dumézil, "Storie degli sciti": «Li sterminò e fece colare tanto sangue che un torrente impetuoso precipitò sugli Agurtæ che erano rimasti e li portò lontano dalla terra narta» (Dumézil 1980, p. 59).

[3] Jordanes nel De origine actibusque Getarum, cap. xxxv menziona la “spada di Attila” o “spada di Marte”, secondo l’interpretatio romana da lui adottata. Il ritrovamento della spada è analogo a quanto descritto nella presente fiaba: è infatti un pastore che segue la giovenca zoppicante a scorgere la spada insanguinata; la porta ad Attila il quale pensa di essere stato nominato sovrano del mondo intero da Dio stesso e che quindi gli sarà assicurata la vittoria in tutte le battaglie. Nella riscrittura proposta da Komjáthy István nel suo Mondák könyve (“Libro delle leggende”) la spada prende il nome di bűvös kard (“spada magica”). Attila sogna che la stella della sera (Hajnalcsillag) si reca in sella a un cavallo táltos dal manto di rame, al palazzo di Arany Atyácska (letteralmente “Babbo oro”) dove si trovano radunati i corpi celesti personificati. Era stato sancito che la bűvös kard sarebbe spettata a cui che si era distinto in battaglia e questo giovane prode viene identificato nella persona di Attila, il giovane che nella narrazione di Komjáthy ha la propria tenda presso il Tündérasszony kútja (“Pozzo della tündér”, “Pozzo della fata”). La stella della sera manda a prendere il carro delle stelle e Hadak ura (il “signore delle schiere”) toglie la spada dal fodero d’argento, la quale fa risplendere l’intero bosco d’oro. Dopo averla appesa alla cintola di Attila, le stelle interrompono il loro percorso per ammirarne lo splendore e lo stesso Arany Atyácska sorride. La narrazione relativa al ritrovamento della spada è identica a quanto descritto nella presente fiaba.




BIBLIOGRAFIA

Benedek 1995. Benedek Elek, Magyar mese- és mondavilág, Videopont Kft, Budapest (1a ed. 1894-1896, Budapest).

Dumézil 1980. Georges Dumézil, Storie degli sciti, a cura di Giuliano Boccali, Rizzoli, Milano (1a ed. fr. 1978, Payot, Paris).

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