mercoledì 20 ottobre 2010

L'enigma dell'albero Læraðr


Dell'albero Læraðr si accenna in Grímnismál [25-26], in due strofe, tra loro parallele, che chiudono la sezione  in cui si tratta delle cose e degli animali che si trovano nella Valhöll, qui definita «sala di Herjaföðr» [höll Herjaföðrs]:


Heiðrún heitir geit,
er stendr höllo á [Herjaföðrs]
ok bítr af Læraðs limom;
skapker fylla
hón skal ins skíra mjaðar,
knáat sú veig vanaz.


Heiðrún si chiama la capra
che si erge sulla sala [di Herjaföðr]
e bruca le fronde del Læraðr.
Il calderone riempirà
lei di quel chiaro idromele,
un liquore che non può mancare.


Eikþyrnir heitir hjörtr,
er stendr á höllo Herjaföðrs
ok bítr af Læraðs limom;
en af hans hornom
drýpr i Hvergelmi,
þaðan eigo vötn öll vega.


Eikþyrnir si chiama il cervo
che si erge sulla sala di Herjaföðr
e bruca le fronde del Læraðr.
Dalle sue corna
cadono gocce in Hvergelmir,
da cui prendono le acque ogni via.


Seppure non citando espressamente la strofa del Grímnismál, Snorri ne riprende i dati nella sua Edda in prosa (Gylfaginning [39]) e, pur variando lievemente l'ortografia del nome in Léraðr, non aggiunge nulla che già non sappiamo:


Annat kann ek þér þaðan segja. Geit sú er Heiðrún heitir stendr uppi á Valhöll ok bítr barr af limum trés þess er mjök er nafnfrægt, er Léraðr heitir, en ór spenum hennar rennr mjöðr sá er hon fyllir skapker hvern dag. Þat er svá mikit at allir einherjar verða fulldruknir af.


Posso raccontarti ancora una cosa. Quella capra che si chiama Heiðrún sta in alto sulla Valhöll e mangia le bacche dai rami di quel famosissimo albero chiamato Léraðr. Dalle sue mammelle l'idromele scorre copioso, tanto che ogni giorno ne riempie un calderone. Questo è così grande da ubriacare tutti gli Einherjar.  [...]


Enn er meira mark at of hjörtinn Eirþyrni, er stendr á Valhöll ok bítr af limum þess trés, en af hornum hans verðr svá mikill dropi at niðr kemr í Hvergelmi.


Ancora più notevole è il cervo Eikþyrnir: anche lui si trova sulla Valhöll e bruca i rami dell'albero [Léraðr]. Dalle sue corna stillano tantissime gocce che cadono in Hvergelmir..."


La domanda che sorge spontanea è dove vada localizzato questo mitico albero? Sorge all'interno della Valhöll o accanto al mitico salone? E dove si trovano esattamente la capra Heiðrún e il cervo Eikþyrnir?


Il Grímnismál afferma che i due animali siano «sulla sala di Herjaföðr» [á höllo Herjaföðrs]. In norreno, il locativo può venire espresso dalle proposizioni á «su» e í «in». In particolare, la proposizione á (cfr. inglese on) denota il trovarsi in uno spazio superficiale (es. á golfi «sul pavimento», á sjá ok á landi «sul mare e sulla terra», á þingi «all'assemblea»), spazio che può essere anche un grande paese (á Íslandi «in Islanda», á Englandi «in Inghilterra») o un luogo assai meno definito (á himni «in cielo», á jörðu «sulla terra»).


Pur permanendo un certo grado di ambiguità, la maggior parte dei traduttori ha inteso le due strofe del Grímnismál nel senso che capra e cervo si trovino sopra il tetto della Valhöll, da dove arrivano a brucare le foglie del Læraðr. L'albero evidentemente non cresce all'interno del salone, ma all'esterno, e ne copre la sommità con le sue fronde. Questa interpretazione è avvalorata dal fatto che Snorri, un po' più esplicitamente, scrive che la capra Heiðrún si trovi «in alto sulla Valhöll» [uppi á Valhöll], rinforzando con uppi il significato di á. In quanto al cervo, scrive semplicemente á Valhöll.


Poiché il nome di questo mitico albero è attestato come Læraðr nell'Edda poetica, ma Léraðr nell'Edda in prosa, l'etimologia sarà diversa a seconda che si preferisca l'una o l'altra lezione. È probabile che la seconda forma sia derivata dalla prima, ma è incerto se si tratti di un'ortografia alternativa della medesima parola o se l'errata lettura di una vocale abbia portato a un'alterazione del significato.


Se prendiamo in considerazione l'ortografia veteroeddica Læraðr, il primo elemento del composto andrebbe connesso al sostantivo neutro , che vuol dire «inganno, tradimento, delitto», ma anche «arte, maestria», indicando un ampio campo di capacità e azioni artificiose, spesso disoneste (cfr. anglosassone læwa «traditore»; Ulfila rende con il gotico lewian il greco paradidónai «tradire»).


Se ci atteniamo all'ortografia snorriana Léraðr, si può invece pensare a una derivazione dal sostantivo neutro hlé «tetto, riparo, protezione» (cfr. Gimlé, con analoga mutazione ortografica hl > l). La radice proverrebbe in questo caso da un protogermanico *hlew- (cfr. tedesco Lee; olandese lij; antico sassone hlea; anglosassone hlēo > inglese lee «riparo dal vento», in ambito marinaresco; norreno hlé > danese «riparo»; Ulfila rende con il gotico hlija il greco skēnē «tenda»).


In quanto al secondo elemento del composto, -raðr, è probabilmente da connettersi al verbo raða «ordinare». Con vocale radicale lunga, il sostantivo neutro ráð significa «consiglio, piano, progetto» (cfr. tedesco Rat «consiglio»; danese, norvegese e svedese råd «consiglio»).


Se si accetta l'ortografia di Snorri, il dendronimo Léraðr potrebbe dunque significare «[albero che] stabilisce un riparo», oppure, traducendo con maggiore libertà, «[albero che] copre il tetto», giustificando l'ipotesi che l'albero stenda le sue fronde sopra la Valhöll.


Alternativamente, il nome del Læraðr potrebbe essere interpretato invece come «progetto di tradimento», per quanto non sia facile indovinare il senso di una simile lettura. Non sono mancati interpreti che, identificando il Læraðr con il frassino Yggdrasill, hanno voluto vedervi un accenno al mito dell'autosacrificio di Óðinn. L'impiccagione del dio è però volontaria e non si vede come possa essere considerata un «tradimento».


Ma, prima di avanzare altre ipotesi, cerchiamo di capire che specie d'albero sia il Læraðr. Come abbiamo detto, gli interpreti tendono a identificarlo con il frassino Yggdrasill. L'ipotesi è avvalorata dal fatto che il Læraðr è evidentemente proiettato in un panorama cosmologico: con i suoi rami ricopre il tetto della Valhöll, al sommo del cielo, e le gocce che cadono dalle corna del cervo finiscono nell'abissale sorgente di Hvergelmir. È evidente che solo il frassino Yggdrasill potrebbe stendersi dall'uno all'altro capo dell'universo. Altri studiosi, più umilmente, ritengono che il Læraðr sia solo la parte più alta del frassino.


È però indubbio però che il Grímnismál distingua chiaramente i due alberi. Cita due volte il Læraðr in relazione alla Valhöll nelle strofe 25-26, e il frassino Yggdrasill è nominato per ben sei volte nel complesso di strofe 29-35, dove si tratta della fauna che dimora tra le radici e le fronde del grande albero.


Il Grímnismál non fornisce informazioni sull'aspetto dell'albero, ma si limita ad affermare che capra e cervo ne «brucano le fronde» [bítr af limom]. Snorri è un po' più preciso, parlando di «foglie» [barr]. Ora, la parola barr indica più precisamente gli aghi del pino o dell'abete. Il Læraðr è dunque una conifera? Il guaio è che Snorri non è una fonte molto affidabile, in fatto di botanica: nato nelle brulle e spoglie terre d'Islanda, aveva poca confidenza con gli alberi. In un passo della sua Edda, definisce barr anche le foglie del frassino (Gylfaginning [16b]), che non è una conifera. Quest'uso improprio della parola barr implica che, per quanto ne sapeva Snorri, il Læraðr poteva benissimo essere un frassino.


Ma, seguendo la pista del «tradimento», si potrebbe anche pensare alla pianticella di vischio [mistilteinn] che, secondo Snorri, cresceva ad «ovest di Valhöll» [fyrir vestan Valhöll] e che servì per produrre l'arma con la quale Loki provocò la morte di Baldr. Si potrebbe avanzare l'ipotesi di una relazione tra il vischio e l'albero Læraðr, due piante che crescevano accanto alla Valhöll. Questa ipotesi, se corretta, potrebbe gettar luce sulla possibile lettura del dendronimo Læraðr quale «progetto di tradimento».


È un'interpretazione che pone però diversi problemi, non ultimo il fatto che il vischio [Viscum album] non è un albero, ma un arbusto parassita che cresce su altre piante. I testi norreni, però, dànno una strana descrizione della pianta destinata a uccidere Baldr. Secondo Völuspá [31], ad esempio, essa sarebbe cresciuta «alta sui campi», senza tenere conto che le bacche del vischio non germogliano sul terreno. Lo stesso Snorri la definisce un «virgulto d'albero» [viðarteinungr] (Gylfaginning [49]).


È evidente che gli autori islandesi immaginavano il vischio come un alberello. Certamente, vi è una bella differenza tra una pianticella giovane ed esile come il vischio di Völuspá [31] e l'imponente albero Læraðr, a meno che, nel mito originale, il vischio non alignasse appunto sul Læraðr.


Si tratta, in ogni caso, di ipotesi piuttosto fragili e difficili da sostenere, oltre che non verificabili. Ma forse val la pena rifletterci un po', se non altro per il piacere di farlo. E voi cosa ne pensate?

giovedì 30 settembre 2010

Sima Qian. Uomini e storie dell'antica Cina

Questa piccola segnalazione letteraria contiene sia gioia che costernazione. Ebbene, poco tempo fa mi è giunta notizia, incredibile ma vero, che la Tored, piccola casa editrice di Tivoli (Rm), ha avuto il coraggio e l'ardire di pubblicare lo Shiji di Sima Qian, con il titolo Uomini e storie dell'antica Cina.


Ho subito chiesto informazioni per il libro. Un po' di perplessità, apprendendo che non si trattava del testo integrale. Bene, in mancanza di meglio, mi sarei accontentato anche di un'antologia, purché ben fatta e significativa nella scelta del materiale. Curatori del libro erano segnalati la sinologa Ivy Sui-yen Sun e il classicista Thomas R. Martin; curatrice italiana, l'ellenista Monica Berti.


Mettermi in contatto con la meritevole casa editrice e ordinare il libro, nonostante il prezzo non certo basso (€ 34.00), è stato un attimo!



Capirete, lo Shiji, ovvero le "Memorie storiche" di Sima Qian (ca. 145-86 a.C.), è un testo fondamentale per la nostra conoscenza della mitologia e della storia cinese. Ma, seppure continuamente citato a ogni pié sospinto in tutti i libri sulla Cina che ho letto, sfogliato e studiato nel corso di tanti anni, non era mai stato tradotto in italiano prima d'ora.


Spiegare l'importanza di queste "Memorie Storiche" è quasi impossibile. Con una narrazione dettagliata e affascinante, lo Shiji copre tutta la storia della Cina dalle origini mitologiche alla dinastia Han, affrontando temi quali il rapporto tra potere centrale ed etica individuale, la natura della moralità politica, il legame tra il passato e il presente. L'opera è corredata di imponenti tavole cronologiche dove si confrontano, anno per anno, la storia dei vari regni cinesi. Vi sono poi lunghe digressioni su argomenti quali la religione, la mitologia, la riforma del calendario, i rituali, la musica, l'economia, la storia dei principali casati e, per finire, una vasta serie di biografie dei grandi personaggi del passato. Insomma, lo Shiji è l'opera che ha fondato la letteratura storiografica cinese. Vasta, impressionante, diluviale, è paragonabile per importanza alle Storie di Erodoto, e tre volte più lunga.


Pensate che il suo autore, l'astrologo imperiale Sima Qian (o Ssŭ-ma Ch'ien secondo il vecchio criterio di traslitterazione), giunto ormai a metà dell'annoso lavoro, fu accusato di avere sostenuto un generale caduto in disgrazia e venne condannato alla massima pena. Secondo la consuetudine del tempo, il condannato poteva scegliere tra il pagamento di un'ingente multa, la morte o la castrazione. Qualsiasi gentiluomo, in mancanza di denaro, avrebbe optato per una morte dignitosa e onorevole. Ma Sima Qian scelse di venire evirato, con tutte le gravissime conseguenze sociali e l'ignominia che tale mutilazione comportava, in quanto non poteva permettere che la sua opera – dedicata alla memoria del padre – rimanesse incompiuta. In un'accorata lettera, scritta all'amico Ren An, dichiarava:


"Il motivo per cui ho sopportato questo supplizio in silenzio e non ho rifiutato di farmi coprire di lerciume è stato il non poter tollerare di lasciare incompiuta una cosa di personale importanza per me; non potevo accettare di morire se questo avesse significato che i passi fondamentali del mio scritto sarebbero andati perduti per i posteri."


E dunque, come si può ignorare un libro simile?


Come potete immaginare, non appena il postino mi ha recapitato il pacco, ho subito stracciato l'involucro e, avuto il libro tra le mani, mi sono messo avidamente a sfogliarlo. Ma quant'era leggero! Centonovanta pagine? D'accordo, sapevo che non poteva trattarsi di un'edizione integrale, ma questa non era neppure un'edizione ridotta. Era... è...


Ebbene sì, Uomini e storie dell'antica Cina è una minima selezione del testo originale: undici stralci, tratti un po' a caso dai capp. 6, 8, 9, 47, 61, 65, 85, 86, 110, 126 e 129. Tra l'altro mancano del tutto i primi cinque capitoli, quelli sulle origini mitologiche della Cina.


E poi che dirvi? Il volume è molto curato e ben stampato. Ha anche un buon profumo di carta e inchiostro, nota che sembrerà banale a chiunque non sia un feticista-del-libro. La traduzione è in ottimo italiano e c'è anche una splendida introduzione. Poi, viene riportata la famosa lettera di Sima Qian a Ren An, di cui ho prima citato un brano, che da sola vale il prezzo richiesto. Infine, per chi ama la storia e la letteratura cinese, il volume è un acquisto obbligato.


In mancanza di note esplicite, immagino che la traduzione italiana sia stata effettuata su una versione inglese di Ivy Sui-yuen Sun e Thomas R. Martin; nel caso sia così, mancano il titolo e l'editore originali dell'opera. Né è chiaro se la selezione dei testi sia una scelta dell'edizione inglese o di quella italiana. Insomma, un minimo di spiegazioni sulla provenienza del materiale e sui criteri editoriali mi avrebbe un po' confortato!


Ma il difetto maggiore del libro è che, appunto, si tratta di una selezione. Fa venire voglia di leggere anche il restante 99% dell'opera, e spero proprio che un responsabile della BUR o della UTET capiti in questo blog e si renda conto che lo Shiji va assolutamente tradotto. Sappia, in tal caso, signor editore, che spenderei una cifra ragionevole per l'opera completa. Ma questo Uomini e storie dell'antica Cina non è affatto il libro di Sima Qian, ma solo un assaggino, un esempio, una demo. I suoi curatori hanno trattato lo Shiji come l'imperatore ha trattato Sima Qian... Zac! Ahia!


Detto questo, Uomini e storie dell'antica Cina è comunque una boccata d'aria fresca nel bel mezzo di un desolante vuoto editoriale. Per chi volesse ordinarlo, ecco la pagina nel sito delle edizioni Tored.

domenica 12 settembre 2010

Terra Guerra Magia

Terra Guerra Magia è, fin dal titolo, un libro incentrato sulla teoria del trifunzionalismo indoeuropeo. Giacomo Scalfari l'ha scritto utilizzando il materiale della propria tesi di laurea, discussa all'Università di Bologna nel 2002. Pubblicato l'anno successivo (2003) dalla Keltia Editrice di Aosta, il libro segue le tracce dell'ideologia tripartita degli Indoeuropei nell'arco di quattromila anni, dal loro arrivo in Europa, nel III millennio a.C., alla fine del Medioevo.



Alla base vi sono le celeberrime ipotesi di Georges Dumézil, il quale, in una serie di studi magistrali, aveva ripartito le istanze religiose e sociali degli Indoeuropei in uno schema di tre funzioni fondamentali: sapienza e magia; guerra; fecondità e ricchezza.


Scalfari affronta il tema introducendo un'ulteriore difficoltà. Egli analizza il motivo della "Guerra di fondazione" - il mitico scontro tra gli dèi di prima e seconda funzione contro quelli appartenenti alla terza funzione, destinato a portare all'istituzione definitiva di un pantheon funzionalmente completo - e lo fa offrendo una suggestiva interpretazione. Egli vede in questo mito una traccia dell'antica invasione, da parte dei pastori indoeuropei, patriarcali e guerrieri, della Vecchia Europa matriarcale e pacifica ipotizzata da Marija Gimbutas, in seguito assorbita e integrata del nuovo sistema. È una possibilità da cui lo stesso Dumézil prendeva le distanze: secondo l'illustre studioso, il sistema delle tre funzioni faceva parte ab origine del pensiero indoeuropeo e il mito della Guerra di Fondazione intendeva piuttosto dare una giustificazione mitologica della loro unità. Scalfari non nega questo assunto, ma sostiene che il mito della Guerra di Fondazione sia stato via via riattualizzato man mano che gli indoeuropei assorbivano i popoli autoctoni della Vecchia Europa. Tal modo fornisce un'immagine assai interessante di un evento protostorico che, pure, è alla base della nostra cultura.


Non è questa la sede per prendere posizione sulla questione. Un lavoro intelligente e articolato come quello di Scalfari è sempre il benvenuto e fornisce molto materiale di riflessione. Nell'analizzare il mito della Guerra di Fondazione, egli si concentra soprattutto sugli esiti dei personaggi di terza funzione. Sono piacenti e belli, eppure malevoli, pronti a impossessarsi della regalità, ma funzionalmente incapaci di gestirla. Ma Scalfari, rifacendosi agli studi Joël Grisward, insegue i fili del trifunzionalismo ben oltre le antiche mitologie, ma fin dentro la società tripartita del Medioevo feudale (distinta in oratores, pugnatores e agricultores), ritrovando l'ideologia indoeuropea sia nel ciclo carolingio dei Narbonesi, sia, ancor più, nel ciclo bretone.


Se tutto il libro è condotto con intelligenza e spessore, quest'ultima parte è stata, per chi scrive, un'entusiasmante scoperta. Scalfari analizza nei dettagli alcuni elementi della leggenda di Artù. Egli rintraccia, nella coppia di personaggi a cui il re morente ordina di gettare la spada in acqua, un esito della coppia di terza funzione dei miti indoeuropei. Inseguiti sul filo dei testi, Cei e Bedwyr (Kay e Bedivere) ne emergono con sfaccettature inedite e le analisi di Scalfari dànno un significato a molti episodi che li hanno per protagonisti. Perché Cei mente a suo padre, affermando di aver estratto lui la spada dalla roccia? Perché Bedwyr si dimostra talmente avido da rifiutare di gettare la spada nell'acqua? I motivi sono assai più antichi e profondi. Così come nel racconto del graal di Chrétien de Troyes, dove Perceval è destinato a prendere il posto del Re Magagnato, è compreso un eco dell'episodio di Lúg che giunge alle porte di Temáir, per sostituirsi a re Núada, anch'egli presentato come ferito e incapace di garantire una corretta regalità. Leggendo, si notano molti punti in cui lo spazio disponibile non ha dato modo a Scalfari di seguire tutte le possibili tracce fino in fondo e, nonostante su Artù sia stato detto tutto e il contrario di tutto, l'autore riesce a dare l'impressione di un mondo inesplorato, pieno di delizie e meraviglie.  È esattamente come vorrei che finalmente ci si occupasse delle storie di Artù. In una cinquantina di pagine, Scalfari riesce a dire sul ciclo arturiano molto di più di tanti libri più vasti e blasonati ma, in fin dei conti, superficiali e privi di spessore.


È un lavoro appena iniziato, e auguro a Giacomo Scalfari di continuare i suoi studi.


Un articolo dello stesso Scalfari, tratto dalla prima parte del suo libro, è stato pubblicato su Bifröst, alla pagina Quando gli dèi si facevano la guerra. L'autore ha anche un blog, La scarpa di Víðarr. Per ordinare il libro, si può far riferimento alla pagina sul sito della casa editrice Keltia.

venerdì 27 agosto 2010

Giacobbismi e mitologia cinese

Mi è capitato di sfogliare il libro Templari, dov'è il tesoro?, ultima fatica (si fa per dire) letteraria (si fa sempre per dire) di Roberto Giacobbo, il famigerato conduttore televisivo di Voyager.
A un certo punto, Giacobbo cerca di dimostrare che la rotta per l'America era ben nota nell'Alto Medioevo e che, secoli prima di Cristoforo Colombo, vi era già un discreto viavai di vichinghi,  templari e pescatori baschi dall'una all'altra sponda dell'Atlantico. L'ipotesi è niente male, e meriterebbe degli approfondimenti sensati, ma Giacobbo si limita a citare degli esempi, pescati un po' qui e un po' là, che lasciano il tempo che trovano.
Ma non è dell'America che voglio parlare, bensì della Cina. Che c'entra la Cina? Niente. Ma questo non vieta a Giacobbo di citarla, a casaccio, per rafforzare la sua tesi. Infatti, scorrendo con incredulo interesse i funambulismi logici affastellati da Giacobbo, sono inciampato sulla seguente affermazione (pagg. 173-174):

I testi cinesi raccontano le imprese di Shan Hai Ching T'Sang-Chu e Shan Hai Jing, i quali, mandati in missione dall'imperatore Huang Ti, avrebbero raggiunto le coste americane passando lo stretto di Bering già nel 2640 a.C.

Tale notizia è anche presente nel sito di Voyager, dove potrete leggerla in tutto il suo splendore, in un articolo dove si ipotizza la presenza di Dante in Islanda. L'assoluta improbabilità del contesto non ha impedito a parecchi altri siti e blog di riportare a loro volta l'informazione in oggetto, dimostrando una volta di più come tanta gente sia disposta a fidarsi a occhi chiusi di affermazioni campate in aria.
Già una frase che inizia con «I testi cinesi raccontano...» dovrebbe far rizzare le orecchie a chiunque abbia un minimo di senso critico. Di quali testi cinesi stiamo parlando? Tutti sono capaci di scrivere stupidaggini e ricondurle a imprecisate fonti cinesi, sanscrite o babilonesi, senza però dire quali. Si vuol dare l'idea che la letteratura antica, o di paesi lontani, sia cosa enigmatica e misteriosa, riservata agli studiosi e inavvicinabile ai comuni mortali, e che questi ultimi debbano accettare con timore reverenziale affermazioni tratte dai «testi cinesi», senza alcun diritto a un serio riscontro.
Ma ritorniamo all'affermazione presente nel libro di Giacobbo.
Tale affermazione, che il lettore poco addentro ai meandri della mitologia orientale non può che accettare sulla fiducia, nasconde una stratosferica, mastodontica, abissale ignoranza della materia. Chi l'ha scritta non aveva la minima idea di cosa stesse scrivendo. È una frase che meriterebbe gli onori del Guinness dei Primati solo per l'incredibile densità di strafalcioni che riesce a contenere nello spazio di quattro righe.

Ma procediamo con ordine.
Abbiamo alla base un'ipotesi avanzata da Henriette Mertz nel 1972 (Pale Ink: Two Ancient Records of Chinese Exploration in America). L'autrice cercava di dimostrare, a partire da alcuni accenni contenuti in un testo cinese di duemila anni fa, il Libro dei monti e dei mari, che i Cinesi fossero arrivati in America.
Per la cronaca, una bella traduzione italiana del Libro dei monti e dei mari è stata pubblicata da Marsilio, a cura di Riccardo Fracasso (Venezia 1996). Chiunque può quindi andare a consultare il testo e farsi un'idea del suo effettivo contenuto. Il Libro dei monti e dei mari  è essenzialmente un elenco di monti, fiumi, mari e isole, sia della Cina che delle terre confinanti. L'elemento fantastico predomina incontrastato: quasi ogni toponimo è abitato da draghi, mostri, animali e popoli straordinari. Vi sono descritti uomini dal becco d'uccello, dal corpo di serpente, con le ali o l'andatura quadrupede, o con un foro nel busto (in modo che, facendovi passare un palo, due servi vi possano trasportare senza l'ausilio di una portantina).
Il lettore può giudicare da sé quanto un libro simile sia affidabile al fine di dimostrare che i Cinesi conoscessero l'America.

Ora, non credo che Giacobbo sia andato a fare ricerche troppo approfondite. Non ha certamente consultato il Libro dei monti e dei mari, né probabilmente ha mai sentito parlare degli studi della Mertz. Le sue fonti sono riportate in bibliografia, e non c'è tanto da stare allegri visto il livello medio dei libri citati. Proprio non me lo vedo Giacobbo che va a fare ricerche in biblioteca. Immagino che egli abbia tratto le sue informazioni da internet.
Comunque sia, ho voluto fare una piccola ricerca. Ho dato un'occhiata su Google e ho subito trovato, in questa pagina, incentrata sui vichinghi, la seguente affermazione:

The ancient Chinese geographical text, Shan Hai Ching T'sang-chu, and the classic chronicle Shan Hai Jing, suggest that the West coast of North America was "discovered" by Chinese Imperial astronomers.

Capito? Avete letto bene? Shan Hai Ching e Shan Hai Jing sono qui i titoli di due opere letterarie, non i nomi dei due messaggeri che, secondo Giacobbo, l'imperatore avrebbe inviato in America. Qualcuno, nel tradurre dall'inglese, deve aver compiuto un errore di traduzione davvero barbino. Non voglio credere sia stato Giacobbo. Magari, il nostro valente scopritore di misteri ha ricopiato una pessima traduzione italiana e, senza avvedersene, ha infilato dentro una virgola, trasformando due libri in due uomini!
Ma anche se non fosse stato Giacobbo l'autore di una così fuorviante traduzione, è pur vero che, riportandola pari pari in un libro sponsorizzato dalla Rai e destinato a un'ampia quanto immeritata diffusione, ne è ugualmente responsabile.
Inoltre, nel citare le due opere cinesi, la fonte di partenza conteneva un altro errore, pacchianissimo, che il baldo Giacobbo ha allegramente contribuito a tramandare ai posteri. Volete sapere quale? Riportiamo ancora una volta i titoli delle due opere, come scritti nel libro di Giacobbo:

Shan Hai Ching T'Sang-Chu
Shan Hai Jing

Ora, lo Shan Hai Ching e lo Shan Hai Jing non sono due opere, ma una sola, e cioè il Libro dei monti e dei mari (山海经), traslitterato prima secondo il vecchio criterio Wade, poi nel sistema ufficiale Pinyin. È curioso che nessuno, tantomeno Giacobbo, sia sia reso conto di aver riportato due volte uno stesso titolo, solo perché scritto in due modi lievemente diversi.
(Per inciso, «T'Sang-Chu» non so cosa significhi. Forse nulla, visto che sembra più vulcaniano che cinese. Ma forse l'autore voleva scrivere ts'ang-chu, con lo spirito aspro dopo il ts...)
Che Giacobbo citi come «prova» che i Templari fossero andati in America un bestiario cinese che non ha mai letto, citato da fonti pescate su internet, e il cui titolo, traslitterato secondo due criteri diversi, ha scambiato per i nomi dei due inviati dell'imperatore, è un ottimo esempio della validità e della serietà del suo studio...
Ma veniamo all'«imperatore» citato da Giacobbo. Huang Ti, o in pinyin, Huang Di, il «Dominatore Giallo». È un mitico sovrano predinastico che, stando allo Shiji, le famose «Memorie Storiche» di Sima Qian, avrebbe regnato dal 2697 al 2512 a.C., cioè prima dell'uccisione di nove dei dieci Soli da parte del divino arciere Yi, e prima della grande inondazione causata dal mostruoso Gong Gong. Nel corso del suo regno, Huang Di combatté una guerra contro Chi You, un temibile avversario con quattro occhi e la testa di toro, e lo mise in fuga suonando un magico tamburo fabbricato con la pelle di una creatura unipede che viveva nel mare orientale. Alla fine della sua vita, fu reso immortale e salì al cielo sul dorso di un drago.
Queste note tanto per evidenziare che, come personaggio storico, Huang Di è allo stesso livello di Gilgameš, Eracle o Romolo. Citarlo quale «prova» di qualsiasi ipotesi storica è semplicemente ridicolo.
Già poi definire Huang Di «imperatore» è un altro errore imperdonabile. Com'è noto, le leggende cinesi delle origini prendono l'avvio da una serie di otto sovrani preistorici, i tre huang («augusti») e i cinque di («dominatori»), tra cui appunto il nostro Huang Di. Su di essi si accentrano molte leggende culturali: costoro avrebbero creato l'umanità e fondato tutti i rudimenti del vivere civile. Ma in quanto a consistenza storica, non ne hanno più di quella dei patriarchi antidiluviani della Bibbia.
A questi otto sovrani predinastici, secondo le leggende cinesi, seguì la prima dinastia Xia, la quale non ha alcun riscontro storico. La dinastia Shang, che seguì ad essa, è quella a cui tradizionalmente si fanno risalire le incisioni sulle ossa oracolari, trovate dagli archeologi nella vallata del Fiume Giallo, che sono le prime timide testimonianze della civiltà cinese. Solo con la terza dinastia Zhou, entriamo vagamente in qualcosa definibile come storia...
Tutto questo per farvi capire che razza di valore storico si possa dare a un personaggio come Huang Di, il «Dominatore Giallo», ancora più antico delle più remote testimonianze archeologiche della civiltà cinese.
Ora, i sovrani delle prime dinastie (Xia, Shang, Zhou...) venivano definiti wang («re»). Il primo a fregiarsi con il titolo di «imperatore», come tutti sanno, fu Qin Shi Huang Di, l'unificatore della Cina, il folle creatore dell'esercito di terracotta, vissuto nel III sec. a.C. Egli mise insieme i titoli preistorici di huang e di di e ottenne un titolo nuovo di zecca, huang di, «augusto dominatore», cioè quello che noi traduciamo con «imperatore».
Forse Giacobbo aveva confuso il mitico e saggio Huang Di con l'arrogante e storicamente concreto Qin Shi Huang Di? Potrebbe anche darsi, per quanto dovrebbe essere evidente persino a lui che duemilatrecento anni di scarto temporale tra l'uno e l'altro non sono propriamente una bazzecola. A scanso di equivoci, aggiungiamo che il huang nel nome del sovrano predinastico Huang Di non vuol dire «augusto» ma «giallo»; in cinese viene infatti scritto con un diverso ideogramma.
Secondo una delle tante leggende che lo riguardano, Huang Di si era occupato di ancorare le isole degli immortali che, secondo il mito cinese, andavano alla deriva nel mare orientale. Queste si chiamavano Dai Yu, Yuan Jiao, Fang Hu, Ying Zhou e Peng Lai. In queste isole paradisiache, schiere di immortali [xian] vivevano in palazzi d'oro con colonne di giada, e avevano a disposizione elisir che impedivano la morte. Laggiù tutti gli uccelli e i quadrupedi erano bianchi, e gli alberi generavano frutti simili a perle deliziose, che conferivano l'immortalità a chiunque le assaggiasse. Per ancorarle, Shang Di ordinò a un genio di nome Yu Jiang di cercare quindici tartarughe giganti in modo che a turno sostenessero sulle loro teste le cinque isole. Così venne fatto, e tutti furono soddisfatti.
Altro non è che il mitema delle isole dei beati, collocate al di fuori del mondo e della storia, dove il tempo è rimasto sospeso all'epoca della perfezione primordiale e dove non esistono malattia, vecchiaia e morte. Le isole cinesi sono affini alle isole delle Esperidi del mito greco o ai síde delle leggende irlandesi e, anzi, appartengono alla medesima sfera mitologica.
Inutile aggiungere che posti come questi non hanno alcuna attendibilità geografica... per quanto pare che Qin Shih Huang Di avesse effettivamente inviato delle navi a cercare le cinque isole degli immortali, nel tentativo di sconfiggere la morte.
Possiamo forse scusare il megalomane imperatore, che visse più di duemila anni fa, in un mondo in cui i taoisti non facevano che cercare tecniche in grado di rendere gli uomini immortali. Ma il voler identificare le terre favolose di cui parla il Libro dei monti e dei mari con il continente americano, come ha fatto la Mertz, è solo la proiezione di una mente geograficamente moderna su una figurazione assolutamente mitologica.

In quanto a Roberto Giacobbo, semplicemente non credo avesse la più pallida idea di cosa stesse trattando, quando scriveva le righe di cui sopra.
Ma che importa? È evidente che Templari sia un testo del tutto avulso da qualsiasi intenzione di verità. Mette insieme ciò che fa comodo alla tesi di Giacobbo, senza alcun tentativo di analisi critica delle fonti, senza alcun criterio nell'esposizione delle prove e senza alcuna logica nella sequenza dei ragionamenti. È una stronzata in senso frankfurtiano. Certo, sarà il tempo a condannare simili libri alla meritata damnatio memoriae, ma intanto c'è gente priva di scrupoli che li scrive e gente disarmata che li compra e magari li prende pure per oro colato.

Auspicare un minimo di onestà intellettuale, è forse troppo?
PS. Un'ultima nota. Il primo ministro di Huang Di si chiamava Cang Jie. A lui veniva fatta risalire l'invenzione della scrittura pittografica. Il suo nome, nella traslitterazione Wade, dà Ts'ang-Chieh. Potrebbe essere lui, in effetti, lo «T'Sang-Chu» [sic] che il testo di Giacobbo fonde al titolo dello Shan Hai Ching. Ma questa è una mia ipotesi. Non ho idea di cosa intendessero al riguardo Giacobbo o le sue fonti. Se qualcuno ha qualche idea, a puro titolo di morbosità, si faccia pure avanti.

martedì 3 agosto 2010

Piccolo excursus miðgarðiano

Con il Miðgarðr, o «recinto mediano», regione cosmica abitata dal genere umano, affondiamo nella comune cosmologia germanica. Il termine mantiene però i suoi addentellati mitologici solo nella letteratura in lingua norrena; nelle fonti cristiane – gotiche, tedesche, sassoni e anglosassoni – è utilizzato semplicemente come sinonimo poetico della terra abitata dagli uomini.


Nella quarta strofa della Völuspá si accenna rapidamente della creazione del Miðgarðr, nel corso dell'imponente opera cosmogonica messa in atto dai tre figli di Borr. Il brano è il seguente:


Áðr Bors synir
bjöðum of ypðu,
þeir es Miðgarð
mæran skópu...


Finché i figli di Borr
 innalzarono le terre,
 loro che Miðgarðr
 vasto fondarono...


Il brano è piuttosto ambiguo ed è difficile dire se anche il Miðgarðr sia da considerare una delle «terre» [bjöðum] innalzate dai figli di Borr.


La parola norrena bjöðr (o bjóðr) significa innanzitutto «tavola, mensa», ma anche, al plurale, «suolo, terraferma, distesa». È una parola abbastanza affine, semanticamente, allo spagnolo mesa o al francese plateau. Marcello Meli (Völuspá, 2008) suggerisce che tali «terre» vennero tratte fuori dalle acque, con possibile riferimento al dettato biblico, dove le acque si ritirano al comando di Dio per lasciar emergere la terraferma. L'interpretazione appare però improbabile, perché il motivo dell'emersione della terra dalle acque sembra estraneo al mondo germanico. La formazione del Miðgarðr sembra avvenire dopo l'emersione delle «terre», quasi una creazione operata separatamente dai figli di Borr.


Ma in che modo si può intendere la creazione del Miðgarðr? Il verbo skapa significa in effetti «plasmare, dare forma», ma anche «assegnare un destino», e ancora, nella forma derivativa skepja, «fissare» (Ulfila rende con il gotico skapjan il greco ktízō «fondare, istituire»). Quest'ultimo significato è piuttosto interessante, e merita di essere esplorato.


I dettagli dell'opera di creazione compiuta dai figli di Borr sono definiti in Grímnismál  [40-41], dove si dice che l'universo viene plasmato a partire dal corpo sacrificato del gigante primordiale Ymir: la terra è tratta dalla sua carne, il mare dal suo sangue, le montagne dalle ossa, gli alberi dai capelli, il cielo dal cranio, e così via. È appunto nel contesto di una tale cruenta opera di creazione, che la natura del Miðgarðr viene definita in senso etimologico e cosmologico insieme:


En ór hans brám
gerðo blið regin
miðgarð manna sonom...


Dalle sue sopracciglia
 fecero gli dèi benedetti
 Miðgarðr per i figli degli uomini...


La spiegazione viene fornita da Snorri: «All'interno [della terra], [i figli di Borr] innalzarono una fortificazione [borg], a causa dell'ostilità dei giganti e, per farla, utilizzarono le sopracciglia del gigante Ymir».


Il Miðgarðr  non viene dunque creato o plasmato, ma semplicemente  disegnato o, se vogliamo, istituito. Il verbo è qui un generico göra/gera, «fare, costruire». D'altronde ben adoperato, visto che i figli di Borr non hanno fatto altro che innalzare fisicamente una recinzione. La «creazione» del Miðgarðr si configura dunque come la delimitazione di uno spazio. È un'opera non di creazione, ma di fondazione.


La parola Miðgarðr, come detto, significa letteralmente «recinto mediano», nel senso di «spazio all'interno di un recinto». Non vi è dunque soltanto una nozione di centralità, ovvia conseguenza dell'esperienza umana che tende a porsi al centro del proprio sistema di coordinate psicologiche, ma anche una nozione di luogo raccolto a difesa. Infatti, mentre quasi tutti i nomi dei nove mondi sono caratterizzati dalla parola -heimr «casa, patria, mondo», Miðgarðr è un composto in -garðr. Questo termine viene tradotto con «recinto» (cfr. tedesco Garten «giardino», inglese yard «cortile» e garden «giardino», danese e svedese gård «cortile, fattoria»), anche se vi è contenuta la connotazione di una fortificazione atta a proteggere un villaggio o un centro urbano, e quindi è altrettanto traducibile con «fortezza» (cfr. paleoslavo gorodŭ «fortezza», da cui russo grad «città» e cèco hrad «castello»; lituano gardas, žardas «recinto, fortificazione»).


La «creazione» del Miðgarðr non lo è quindi in senso cosmogonico, ma più in senso legale o giuridico. Non è diversa dall'operazione di tracciare un solco o un confine, o di erigere una palizzata intorno a una città. I figli di Borr, dunque, non creano il Miðgarðr, ma lo istituiscono. Ciò spiega la nostra proposta di traduzione del verbo skápa inVöluspa [4]:


...loro che Miðgarðr
 vasto fondarono...


Tale helmingr può anche essere letto superando la necessità di tradurre il termine Miðgarðr come nome proprio: «loro che un vasto spazio mediano recintarono».


E non appena l'umanità venne creata, aggiunge Snorri, «le fu data dimora entro il Miðgarðr» [þeim er bygðin var gefin undir Miðgarði]. Il Miðgarðr è lo spazio compreso dentro questo imponente bastione cosmico.  È il nostro mondo.


Schedario: [Miðgarðr]

martedì 27 luglio 2010

Quando gli dèi si facevano la guerra

Su Bifröst è stato pubblicato un interessantissimo articolo di Giacomo Scalfari: Quando gli dèi si facevano la guerra. L'autore approfondisce, sulla scolta degli imprescindibili studi di Georges Dumézil, il motivo delle guerre divine, in particolare il conflitto «orizzontale» tra gli dèi di prima e seconda funzione e le divinità di terza funzione, destinato a terminare – com'è ben noto – con l'assorbimento di questi ultimi e la costituzione di un pantheon funzionalmente completo. Scalfari analizza i miti celtici, norreni e romani, evidenziando i rapporti tra i vari elementi e personaggi di queste antiche teomachie, e riconduce il motivo della cosiddetta «guerra di fondazione» al passaggio dalla cultura neolitica antico-europea (vista come società matriarcale, pacifica, ed egualitaria), alla civiltà importata dagli invasori indoeuropei (patriarcale, bellicosa e fortemente gerarchica), determinando così la storia millenaria del nostro continente.


sabato 29 maggio 2010

Bogatyri, i possenti cavalieri di Kiev


Se le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda sono universalmente conosciute, se quelle dei cavalieri di Carlo Magno lo sono un po' di meno, pochissimo si sa sui cavalieri russi o bogatyri, a meno di non essere specializzati in filologia slava o di non essere incappati in qualche fortunato libro per ragazzi. Anche il materiale artigianale russo giunto in Europa occidentale dopo la caduta dei regimi comunisti (uova, matrioške e scatolette laccate) presenta infinite immagini tratte dalle ballate epiche, ma raramente l'acquirente nostrano sa riconoscerle.


Eppure il ciclo dei cavalieri russi, o bogatyri, è estremamente affascinante, ancorato com'è a una logica più vicina alla fiaba che all'epica, come Vladimir Jakovlevič Propp non ha trascurato di far notare, e questo è probabilmente uno dei motivi della loro grande popolarità.


I racconti sono stati tramandati oralmente per secoli nei villaggi rurali della Russia, e cantati in forme di particolari ballate popolari chiamate byliny (da una parola russa che significa «passato»). I folkloristi cominciarono a raccogliere le byliny solo all'inizio del XIX secolo, allorché il gusto romantico faceva sentire fortemente il revival per le tradizioni del passato. Troviamo vicende byliniche tra le fiabe della raccolta di Afanas'ev, ma anche nei libri di lettura che Lev Tolstoj scrisse per la sua famosa scuola di Jasnaja Poljana. Ma il primo folklorista che usò criteri scientifici fu lo slavista A.F. Gil'ferding, il cui immenso materiale fu pubblicato pustumo nel 1873. La quantità di materiale bylinico raccolta è cresciuta col tempo, ma per quanto enorme, non è sempre eccelsa, e ogni storia compare in numerose varianti, di cui le antologie non specializzate riportano solo quelle più significative.


Dei tre grandi bogatyri kievani, Il'ja Muromec, il "vecchio cosacco", incarna il prototipo dell'eroe forte e generoso, e per questo così caro al popolo russo. Il ciclo che lo riguarda presenta affinità con l'epica scandinava, finnica, bizantina, persiana e caucasica. La storia in cui Il'ja Muromec uccide il figlio Podsokol'nik non può non ricordare l'analogo episodio dell'epica iranica in cui Rustem uccide il figlio Sohrāb. La vicenda può anche essere avvicinata a quella germanica di Hildebrand che uccide il figlio Adubrand, nonché a quella irlandese di Cú Chulainn che uccide il figlio Conlaí.


Dobrynja Nikitič è il prototipo del signore nobile e di buona famiglia. La dote che lo contraddistingue dagli altri possenti guerrieri kievani, non è tanto la forza quanto l'astuzia: egli è un buon oratore e un fine diplomatico, e per di più, al contrario degli altri, è di famiglia principesca: suo padre è un nobile della città di Rjazan'.


Alëša Popovič è, dei tre bogatyri, quello dai caratteri più sfuggenti. Figlio di un religioso, è un forte e astuto guerriero, vincitore di terribili mostri e di iniqui tatari. Ma, nonostante le sue paladinerie, Alëša Popovič rimane un personaggio dal carattere ambivalente. Non è difficile vederlo mentire, bere, agire per pura invidia, calato nella veste del dongiovanni pronto a insidiare le mogli o le fidanzate degli altri e finendo immancabilmente col ricevere la giusta punizione per i suoi misfatti.


Il'ja, Dobrynja e Alëša sono un microcosmo che rappresenta in qualche modo l'intero popolo russo: il contadino onesto e generoso, il nobile valoroso e leale, e il religioso con ironici tratti di dongiovanni. Sarà un caso, ma non posso fare a meno di pensare che i tre bogatyri corrispondono punto per punto ai tre moschettieri di Dumas: Il'ja Muromec è Porthos, l'eroe di origni plebee, semplice e dalla forza erculea; Dobrynja Nikitič è Athos, il gentiluomo dai nobili natali che mostra in ogni tratto la sua innata signorilità; Alëša Popovič è Aramis, eternamente in bilico tra vocazione religiosa e avventure sentimentali.


Una sintesi della loro leggenda, disponibile su Bifröst: I bogatyri.

martedì 25 maggio 2010

Giganti costruttori

In Gylfaginning 42, Snorri riferisce un mito sulla costruzione delle mura dell'Ásgarðr. Un gigante si offre di compiere il lavoro in un solo inverno e, se vi riuscirà, avrà il sole e la luna e, in più, la dea Freyja. Ma non appena il gigante è sul punto di completare il lavoro, gli dèi fanno sì - con la complicità di Loki - che il gigante non rispetti la sua parte di contratto, dopodiché lo uccidono.



Il motivo di un gigante o troll al quale viene affidata qualche gigantesca costruzione è ben presente nel folklore scandinavo. Andreas Faye nella sua storica raccolta di leggende norvegesi, Norske folke-sagn (1833), cita una leggenda popolare sulla costruzione della cattedrale di Níðaros (attuale Trondheim). Dopo aver ultimato la costruzione dell'imponente edificio, Sant'Olaf (cioè re Óláfr II Haraldsson, 1015-1028) si accorse che mettervi sopra una guglia andava oltre le sue possibilità e promise il sole a chiunque si fosse assunto l'impegno di completare l'edificio. Un troll che viveva in un dirupo nelle vicinanze della città si presentò allora a Sant'Olaf e gli disse che avrebbe ultimato lui quel lavoro titanico, ricordandogli che si era impegnato a consegnargli il sole. Come ulteriore condizione, impose a Sant'Olaf di non pronunciare il suo nome. Deciso a infrangere lo sconsiderato patto, a mezzanotte Sant'Olaf navigò lungo il fiordo e, giunto nei pressi del dirupo dove abitava il troll, udì il pianto di un bimbo provenire dalla roccia e subito sentì la voce della madre acquietarlo: «Riceverai l'oro del cielo, quando Tvester tornerà a casa». Quando Olaf giunse in città, la guglia già si stagliava alta sopra la cattedrale e il troll stava per fissare l'ultimo pomello d'oro sul segnavento. Allora Sant'Olaf gridò: «Tvester! Hai fissato la banderuola troppo ad occidente!» Nell'istante in cui il troll udì il suo nome, cadde giù morto.


Faye riporta che, secondo un'altra leggenda, narrata da Gerhard Schøning nella sua descrizione della cattedrale, il troll si sarebbe chiamato Skale (cioè Skallete «calvo») e avrebbe richiesto come ricompensa sia il sole che la luna. Secondo un terzo racconto, si chiamava invece Blester («raffica»).


Il motivo di grandi costruzioni erette da giganti, sembra piuttosto diffuso in tutto il mondo germanico. Ne fa testimonianza, proprio al confine tra Italia e Austria, una leggenda proveniente dalla cittadina altoatesina di Innichen (San Candido). La costruzione, in questo caso, è la locale chiesa della Collegiata (XI sec.). Per sostenerne la volta, gli scalpellini di Sexten (Sesto) avevano scolpito otto enormi pilastri, ma questi erano così pesanti che non si sapeva come trasportarli ad Innichen. I frati Benedettini si rivolsero allora al gigante Haunold e lo convinsero a compiere lui l'ingrato lavoro. Il gigante accettò, ma pretese, in pagamento, un pasto al giorno consistente in un vitello arrosto, tre staia di fagioli e una botte di vino. Così venne fatto ma, terminata la costruzione della chiesa, il gigante continuò a pretendere il suo pranzo quotidiano. I paesani decisero allora che bisognava sbarazzarsi di Haunold. Scavarono una fossa e, attirato il gigante con l'inganno, ve lo fecero precipitare, per poi ucciderlo con lance e frecce.



Secondo un'altra versione, Haunold sarebbe precipitato cadendo dal campanile l'ultimo giorno di lavoro, mentre sistemava sulla cima del tetto la grande croce. Per conservare il ricordo del gigante, gli abitanti della città chiamarono Haunold la montagna che domina Innichen (la rocca dei Baranci) e appesero una delle sue enormi costole nel vestibolo della Collegiata, dove la si può ammirare ancora oggi.


Fonte: un intervento di Luca Taglianetti pubblicato in Bifröst.

lunedì 3 maggio 2010

Odino e Sleipnir in Inghilterra?

Se si passa a nord del villaggio inglese di Shocklach, percorrendo una carreggiata solitaria che porta fino al fiume Dee nella contea del Cheshire, si può visitare la chiesa di St. Edith, antico edificio in stile normanno, la cui costruzione risale attorno al 1150.




[caption id="" align="aligncenter" width="315" caption="Chiesa di St Edith, Shocklach (UK) - Sec. XII (www.shocklach.com)"][/caption]

Sono molti i misteri di ordine storico e culturale che circondano questa chiesa, ma il più intricato è probabilmente un'incisione su un blocco di arenaria che si trova all'interno dell'edificio, scoperta da Dan Robinson, studioso ed Emeritus Keeper of Archaeology al Grosvenor Museum.


La scultura rappresenta un uomo su un cavallo, come si vede qui sotto:




[caption id="" align="aligncenter" width="450" caption="Incisione su arenaria all'interno della chiesa di St Edith (www.nottingham.ac.uk/-sczsteve/)"][/caption]

Il rilievo è molto rovinato, ma non è difficile notare come le zampe del cavallo siano più delle normali quattro.


Questo dettaglio ci può far pensare a Sleipnir, il destriero di Óðinn, che era dotato di otto zampe. Nella figura intagliata a onor del vero si distinguono chiaramente sei zampe, due anteriori e quattro posteriori, ma la rappresentazione è piuttosto consunta, per cui molti dettagli possono essere andati persi. C'è chi inoltre individua a fianco del cavaliere una piccola figura, in alto a destra, che potrebbe rappresentare un corvo, altro indizio che fa propendere per l'ipotesi della rappresentazione di Óðinn.




[caption id="" align="aligncenter" width="328" caption="Rilievo grafico dell'incisione (www.nottingham.ac.uk/-sczsteve/)"][/caption]

Al solito, le deduzioni vanno fatte con estrema cautela, ma è tuttavia vero che l'Inghilterra sia stata più volte visitata dai vichinghi, come testimoniano anche i molti toponimi di origine nordica individuabili nell'isola. Questa regione dell'Inghilterra potrebbe essere stata visitata dai Norvegesi provenienti dall'Irlanda dopo aver abbandonato Dublino, quindi via mare da Ovest, oppure dai Danesi che avanzavano via terra da Est.




[caption id="" align="aligncenter" width="280" caption="Croce medievale all'interno del cortile della chiesa di St Edith - © Mr Michael J Tuck"][/caption]

E voi quante zampe contate?

Se avete qualche osservazione da fare, possiamo raccoglierla e comunicarla a Stephen Harding, il quale si sta occupando di risolvere questo mistero, come comunica sul suo sito. Perciò, fateci sapere la vostra opinione, grazie.


Fonti:

http://www.nottingham.ac.uk/-sczsteve/
http://en.wikipedia.org/wiki/St_Edith's_Church,_Shocklach
http://www.shocklach.com/st_ediths_church.htm
http://www.imagesofengland.org.uk/details/default.aspx?pid=1&id=402964

martedì 20 aprile 2010

Kalevala

Abbiamo atteso un secolo preciso per tornare a trovare, in libreria, una degna edizione del Kalevala. Ma ce l'abbiamo fatta! Esattamente cento anni dopo l'uscita dell'ormai mitica traduzione di Paolo Emilio Pavolini (Remo Sandron 1910), le Mediterranee propongono al pubblico italiano una versione nuova di zecca, a cura di Marcello Ganassini.




[caption id="attachment_336" align="aligncenter" width="221" caption="Il Kalevala, Mediterranee 2010"][/caption]

Ammetto che inizialmente ero rimasto un po' perplesso, allorché avevo letto che l'annunciata traduzione sarebbe stata in prosa. Ma una volta avuto finalmente il libro tra le mani, e sfogliatolo, una graditissima sorpresa: la traduzione delle Mediterranee è in versi!


Certo, è passato un secolo dal tempo degli ottonari pavoliniani e Marcello Ganassini, più modestamente, ha svolto in poema in versi sciolti.


Ma ecco, personalmente la ritengo una scelta felicissima! Ganassini già ottimo traduttore dal finlandese per Hyperborea ha privilegiato la fedeltà del testo alla griglia metrica, offrendoci la prima versione integrale e filologica del testo lönnrottiano, il tutto senza rinunciare al senso poetico ed epico del poema.


Inoltre, cosa non meno importante, il testo è provveduto di un ottimo e puntuale corredo di note. Ganassini ha approfondito il testo a tutti i livelli e, per quanto per problemi di spazio non abbia potuto fornire una completa edizione critica (ma non è detta l'ultima parola...), ha corredato la traduzione di una serie di approfondimenti interessantissimi, che ci portano diritti nel cuore della mitologia ugro-finnica.


Se è una scommessa, è una scommessa vinta! A mia opinione, si tratta, insieme a quella del Pavolini, della miglior traduzione italiana del Kalevala, il Kalevala che non può assolutamente mancare nella libreria di ogni appassionato.

domenica 11 aprile 2010

Iðunn, l'enofora

Stando alla piccola ricerca pubblicata in Bifröst, Iðunn – la fanciulla che elargisce agli Æsir le mele della giovinezza, rapita dal gigante Þjazi trasformato in aquila – non sarebbe una dea della fertilità, come sostenuto da molti studiosi, né la troviamo mai legata a motivi stagionali, com'è invece vero per altre divinità su cui si raccontano analoghi miti di rapimento agli inferi: Inanna, Ištâr, Persephónē.



Al contrario, il suo ruolo sembra essere quello dell'enofora, della coppiera divina, e se dovessimo cercare un personaggio analogo nel mondo classico non lo troveremmo certamente in Persephónē, bensì in Hēbē, la coppiera che mesce agli dèi la bevanda dell'immortalità, l'ambrosía.


Riguardo a Hēbē, tuttavia, non si racconta in Grecia alcun mito di rapimento. Il motivo, per qualche ragione, risulta spostato su Ganymēdēs, il ragazzo che Zeús rapisce – anch'egli in forma d'aquila! – e conduce nell'Olimpo affinché si affianchi ad Hēbē come divino coppiere. Ci si può chiedere, a questo punto, come mai i coppieri, maschi o femmine, tendano ad essere rapiti dalle aquile, ma spostiamoci un istante in Irlanda, e scopriremo che, all'occasione, il rapitore può anche assumere l'aspetto di un cigno.


In Irlanda, la bevanda dell'immortalità – equivalente all'ambrosía greca – è la birra di Goibniu, che le Túatha Dé Danann consumano nei loro banchetti per mantenere la vita e la giovinezza eterna. Particolarmente interessante, al nostro riguardo, è il mito irlandese di Mídir ed Étaín. Étaín, sposa e coppiere di re Eochaid Airem, era stata in un'altra vita la donna del dio Mídir. Un giorno, costui si presenta alla reggia del re e, vincendolo sulla scacchiera del fidchell, chiede di poter abbracciare e baciare la regina, quindi stringe la donna tra le sue braccia e subito vola via con lei dal foro del tetto, trasformati in una coppia di cigni. Per riprendersi la sposa, Eochaid è costretto ad assediare il síd di Mídir, ma costui gli manda incontro molte donne perfettamente uguali alla sua sposa. Il sovrano chiede che le donne gli versino l'idromele nella coppa e, dal modo in cui esse lo servono, egli riconosce Étaín.


Il mito irlandese irlandese potrebbe avere dei legami con quello scandinavo, e possiamo anche chiederci se vi sia qualche collegamento tra i nomi di Étaín e di Iðunn, che sono foneticamente simili, pronunciandosi rispettivamente ['eːdiːɲ] e ['iðuːn]. Manca una conferma etimologica. Il lavoro di ricerca è appena iniziato.


Bifröst Il rapimento di Iðunn: I giganti e l'immortalità