mercoledì 20 ottobre 2010

L'enigma dell'albero Læraðr


Dell'albero Læraðr si accenna in Grímnismál [25-26], in due strofe, tra loro parallele, che chiudono la sezione  in cui si tratta delle cose e degli animali che si trovano nella Valhöll, qui definita «sala di Herjaföðr» [höll Herjaföðrs]:


Heiðrún heitir geit,
er stendr höllo á [Herjaföðrs]
ok bítr af Læraðs limom;
skapker fylla
hón skal ins skíra mjaðar,
knáat sú veig vanaz.


Heiðrún si chiama la capra
che si erge sulla sala [di Herjaföðr]
e bruca le fronde del Læraðr.
Il calderone riempirà
lei di quel chiaro idromele,
un liquore che non può mancare.


Eikþyrnir heitir hjörtr,
er stendr á höllo Herjaföðrs
ok bítr af Læraðs limom;
en af hans hornom
drýpr i Hvergelmi,
þaðan eigo vötn öll vega.


Eikþyrnir si chiama il cervo
che si erge sulla sala di Herjaföðr
e bruca le fronde del Læraðr.
Dalle sue corna
cadono gocce in Hvergelmir,
da cui prendono le acque ogni via.


Seppure non citando espressamente la strofa del Grímnismál, Snorri ne riprende i dati nella sua Edda in prosa (Gylfaginning [39]) e, pur variando lievemente l'ortografia del nome in Léraðr, non aggiunge nulla che già non sappiamo:


Annat kann ek þér þaðan segja. Geit sú er Heiðrún heitir stendr uppi á Valhöll ok bítr barr af limum trés þess er mjök er nafnfrægt, er Léraðr heitir, en ór spenum hennar rennr mjöðr sá er hon fyllir skapker hvern dag. Þat er svá mikit at allir einherjar verða fulldruknir af.


Posso raccontarti ancora una cosa. Quella capra che si chiama Heiðrún sta in alto sulla Valhöll e mangia le bacche dai rami di quel famosissimo albero chiamato Léraðr. Dalle sue mammelle l'idromele scorre copioso, tanto che ogni giorno ne riempie un calderone. Questo è così grande da ubriacare tutti gli Einherjar.  [...]


Enn er meira mark at of hjörtinn Eirþyrni, er stendr á Valhöll ok bítr af limum þess trés, en af hornum hans verðr svá mikill dropi at niðr kemr í Hvergelmi.


Ancora più notevole è il cervo Eikþyrnir: anche lui si trova sulla Valhöll e bruca i rami dell'albero [Léraðr]. Dalle sue corna stillano tantissime gocce che cadono in Hvergelmir..."


La domanda che sorge spontanea è dove vada localizzato questo mitico albero? Sorge all'interno della Valhöll o accanto al mitico salone? E dove si trovano esattamente la capra Heiðrún e il cervo Eikþyrnir?


Il Grímnismál afferma che i due animali siano «sulla sala di Herjaföðr» [á höllo Herjaföðrs]. In norreno, il locativo può venire espresso dalle proposizioni á «su» e í «in». In particolare, la proposizione á (cfr. inglese on) denota il trovarsi in uno spazio superficiale (es. á golfi «sul pavimento», á sjá ok á landi «sul mare e sulla terra», á þingi «all'assemblea»), spazio che può essere anche un grande paese (á Íslandi «in Islanda», á Englandi «in Inghilterra») o un luogo assai meno definito (á himni «in cielo», á jörðu «sulla terra»).


Pur permanendo un certo grado di ambiguità, la maggior parte dei traduttori ha inteso le due strofe del Grímnismál nel senso che capra e cervo si trovino sopra il tetto della Valhöll, da dove arrivano a brucare le foglie del Læraðr. L'albero evidentemente non cresce all'interno del salone, ma all'esterno, e ne copre la sommità con le sue fronde. Questa interpretazione è avvalorata dal fatto che Snorri, un po' più esplicitamente, scrive che la capra Heiðrún si trovi «in alto sulla Valhöll» [uppi á Valhöll], rinforzando con uppi il significato di á. In quanto al cervo, scrive semplicemente á Valhöll.


Poiché il nome di questo mitico albero è attestato come Læraðr nell'Edda poetica, ma Léraðr nell'Edda in prosa, l'etimologia sarà diversa a seconda che si preferisca l'una o l'altra lezione. È probabile che la seconda forma sia derivata dalla prima, ma è incerto se si tratti di un'ortografia alternativa della medesima parola o se l'errata lettura di una vocale abbia portato a un'alterazione del significato.


Se prendiamo in considerazione l'ortografia veteroeddica Læraðr, il primo elemento del composto andrebbe connesso al sostantivo neutro , che vuol dire «inganno, tradimento, delitto», ma anche «arte, maestria», indicando un ampio campo di capacità e azioni artificiose, spesso disoneste (cfr. anglosassone læwa «traditore»; Ulfila rende con il gotico lewian il greco paradidónai «tradire»).


Se ci atteniamo all'ortografia snorriana Léraðr, si può invece pensare a una derivazione dal sostantivo neutro hlé «tetto, riparo, protezione» (cfr. Gimlé, con analoga mutazione ortografica hl > l). La radice proverrebbe in questo caso da un protogermanico *hlew- (cfr. tedesco Lee; olandese lij; antico sassone hlea; anglosassone hlēo > inglese lee «riparo dal vento», in ambito marinaresco; norreno hlé > danese «riparo»; Ulfila rende con il gotico hlija il greco skēnē «tenda»).


In quanto al secondo elemento del composto, -raðr, è probabilmente da connettersi al verbo raða «ordinare». Con vocale radicale lunga, il sostantivo neutro ráð significa «consiglio, piano, progetto» (cfr. tedesco Rat «consiglio»; danese, norvegese e svedese råd «consiglio»).


Se si accetta l'ortografia di Snorri, il dendronimo Léraðr potrebbe dunque significare «[albero che] stabilisce un riparo», oppure, traducendo con maggiore libertà, «[albero che] copre il tetto», giustificando l'ipotesi che l'albero stenda le sue fronde sopra la Valhöll.


Alternativamente, il nome del Læraðr potrebbe essere interpretato invece come «progetto di tradimento», per quanto non sia facile indovinare il senso di una simile lettura. Non sono mancati interpreti che, identificando il Læraðr con il frassino Yggdrasill, hanno voluto vedervi un accenno al mito dell'autosacrificio di Óðinn. L'impiccagione del dio è però volontaria e non si vede come possa essere considerata un «tradimento».


Ma, prima di avanzare altre ipotesi, cerchiamo di capire che specie d'albero sia il Læraðr. Come abbiamo detto, gli interpreti tendono a identificarlo con il frassino Yggdrasill. L'ipotesi è avvalorata dal fatto che il Læraðr è evidentemente proiettato in un panorama cosmologico: con i suoi rami ricopre il tetto della Valhöll, al sommo del cielo, e le gocce che cadono dalle corna del cervo finiscono nell'abissale sorgente di Hvergelmir. È evidente che solo il frassino Yggdrasill potrebbe stendersi dall'uno all'altro capo dell'universo. Altri studiosi, più umilmente, ritengono che il Læraðr sia solo la parte più alta del frassino.


È però indubbio però che il Grímnismál distingua chiaramente i due alberi. Cita due volte il Læraðr in relazione alla Valhöll nelle strofe 25-26, e il frassino Yggdrasill è nominato per ben sei volte nel complesso di strofe 29-35, dove si tratta della fauna che dimora tra le radici e le fronde del grande albero.


Il Grímnismál non fornisce informazioni sull'aspetto dell'albero, ma si limita ad affermare che capra e cervo ne «brucano le fronde» [bítr af limom]. Snorri è un po' più preciso, parlando di «foglie» [barr]. Ora, la parola barr indica più precisamente gli aghi del pino o dell'abete. Il Læraðr è dunque una conifera? Il guaio è che Snorri non è una fonte molto affidabile, in fatto di botanica: nato nelle brulle e spoglie terre d'Islanda, aveva poca confidenza con gli alberi. In un passo della sua Edda, definisce barr anche le foglie del frassino (Gylfaginning [16b]), che non è una conifera. Quest'uso improprio della parola barr implica che, per quanto ne sapeva Snorri, il Læraðr poteva benissimo essere un frassino.


Ma, seguendo la pista del «tradimento», si potrebbe anche pensare alla pianticella di vischio [mistilteinn] che, secondo Snorri, cresceva ad «ovest di Valhöll» [fyrir vestan Valhöll] e che servì per produrre l'arma con la quale Loki provocò la morte di Baldr. Si potrebbe avanzare l'ipotesi di una relazione tra il vischio e l'albero Læraðr, due piante che crescevano accanto alla Valhöll. Questa ipotesi, se corretta, potrebbe gettar luce sulla possibile lettura del dendronimo Læraðr quale «progetto di tradimento».


È un'interpretazione che pone però diversi problemi, non ultimo il fatto che il vischio [Viscum album] non è un albero, ma un arbusto parassita che cresce su altre piante. I testi norreni, però, dànno una strana descrizione della pianta destinata a uccidere Baldr. Secondo Völuspá [31], ad esempio, essa sarebbe cresciuta «alta sui campi», senza tenere conto che le bacche del vischio non germogliano sul terreno. Lo stesso Snorri la definisce un «virgulto d'albero» [viðarteinungr] (Gylfaginning [49]).


È evidente che gli autori islandesi immaginavano il vischio come un alberello. Certamente, vi è una bella differenza tra una pianticella giovane ed esile come il vischio di Völuspá [31] e l'imponente albero Læraðr, a meno che, nel mito originale, il vischio non alignasse appunto sul Læraðr.


Si tratta, in ogni caso, di ipotesi piuttosto fragili e difficili da sostenere, oltre che non verificabili. Ma forse val la pena rifletterci un po', se non altro per il piacere di farlo. E voi cosa ne pensate?

1 commento:

  1. ...che questo è un ottimo esempio, minuzioso davvero, di come deve essere condotta una ricerca filologica: bravissimi continuate così!

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