giovedì 30 settembre 2010

Sima Qian. Uomini e storie dell'antica Cina

Questa piccola segnalazione letteraria contiene sia gioia che costernazione. Ebbene, poco tempo fa mi è giunta notizia, incredibile ma vero, che la Tored, piccola casa editrice di Tivoli (Rm), ha avuto il coraggio e l'ardire di pubblicare lo Shiji di Sima Qian, con il titolo Uomini e storie dell'antica Cina.


Ho subito chiesto informazioni per il libro. Un po' di perplessità, apprendendo che non si trattava del testo integrale. Bene, in mancanza di meglio, mi sarei accontentato anche di un'antologia, purché ben fatta e significativa nella scelta del materiale. Curatori del libro erano segnalati la sinologa Ivy Sui-yen Sun e il classicista Thomas R. Martin; curatrice italiana, l'ellenista Monica Berti.


Mettermi in contatto con la meritevole casa editrice e ordinare il libro, nonostante il prezzo non certo basso (€ 34.00), è stato un attimo!



Capirete, lo Shiji, ovvero le "Memorie storiche" di Sima Qian (ca. 145-86 a.C.), è un testo fondamentale per la nostra conoscenza della mitologia e della storia cinese. Ma, seppure continuamente citato a ogni pié sospinto in tutti i libri sulla Cina che ho letto, sfogliato e studiato nel corso di tanti anni, non era mai stato tradotto in italiano prima d'ora.


Spiegare l'importanza di queste "Memorie Storiche" è quasi impossibile. Con una narrazione dettagliata e affascinante, lo Shiji copre tutta la storia della Cina dalle origini mitologiche alla dinastia Han, affrontando temi quali il rapporto tra potere centrale ed etica individuale, la natura della moralità politica, il legame tra il passato e il presente. L'opera è corredata di imponenti tavole cronologiche dove si confrontano, anno per anno, la storia dei vari regni cinesi. Vi sono poi lunghe digressioni su argomenti quali la religione, la mitologia, la riforma del calendario, i rituali, la musica, l'economia, la storia dei principali casati e, per finire, una vasta serie di biografie dei grandi personaggi del passato. Insomma, lo Shiji è l'opera che ha fondato la letteratura storiografica cinese. Vasta, impressionante, diluviale, è paragonabile per importanza alle Storie di Erodoto, e tre volte più lunga.


Pensate che il suo autore, l'astrologo imperiale Sima Qian (o Ssŭ-ma Ch'ien secondo il vecchio criterio di traslitterazione), giunto ormai a metà dell'annoso lavoro, fu accusato di avere sostenuto un generale caduto in disgrazia e venne condannato alla massima pena. Secondo la consuetudine del tempo, il condannato poteva scegliere tra il pagamento di un'ingente multa, la morte o la castrazione. Qualsiasi gentiluomo, in mancanza di denaro, avrebbe optato per una morte dignitosa e onorevole. Ma Sima Qian scelse di venire evirato, con tutte le gravissime conseguenze sociali e l'ignominia che tale mutilazione comportava, in quanto non poteva permettere che la sua opera – dedicata alla memoria del padre – rimanesse incompiuta. In un'accorata lettera, scritta all'amico Ren An, dichiarava:


"Il motivo per cui ho sopportato questo supplizio in silenzio e non ho rifiutato di farmi coprire di lerciume è stato il non poter tollerare di lasciare incompiuta una cosa di personale importanza per me; non potevo accettare di morire se questo avesse significato che i passi fondamentali del mio scritto sarebbero andati perduti per i posteri."


E dunque, come si può ignorare un libro simile?


Come potete immaginare, non appena il postino mi ha recapitato il pacco, ho subito stracciato l'involucro e, avuto il libro tra le mani, mi sono messo avidamente a sfogliarlo. Ma quant'era leggero! Centonovanta pagine? D'accordo, sapevo che non poteva trattarsi di un'edizione integrale, ma questa non era neppure un'edizione ridotta. Era... è...


Ebbene sì, Uomini e storie dell'antica Cina è una minima selezione del testo originale: undici stralci, tratti un po' a caso dai capp. 6, 8, 9, 47, 61, 65, 85, 86, 110, 126 e 129. Tra l'altro mancano del tutto i primi cinque capitoli, quelli sulle origini mitologiche della Cina.


E poi che dirvi? Il volume è molto curato e ben stampato. Ha anche un buon profumo di carta e inchiostro, nota che sembrerà banale a chiunque non sia un feticista-del-libro. La traduzione è in ottimo italiano e c'è anche una splendida introduzione. Poi, viene riportata la famosa lettera di Sima Qian a Ren An, di cui ho prima citato un brano, che da sola vale il prezzo richiesto. Infine, per chi ama la storia e la letteratura cinese, il volume è un acquisto obbligato.


In mancanza di note esplicite, immagino che la traduzione italiana sia stata effettuata su una versione inglese di Ivy Sui-yuen Sun e Thomas R. Martin; nel caso sia così, mancano il titolo e l'editore originali dell'opera. Né è chiaro se la selezione dei testi sia una scelta dell'edizione inglese o di quella italiana. Insomma, un minimo di spiegazioni sulla provenienza del materiale e sui criteri editoriali mi avrebbe un po' confortato!


Ma il difetto maggiore del libro è che, appunto, si tratta di una selezione. Fa venire voglia di leggere anche il restante 99% dell'opera, e spero proprio che un responsabile della BUR o della UTET capiti in questo blog e si renda conto che lo Shiji va assolutamente tradotto. Sappia, in tal caso, signor editore, che spenderei una cifra ragionevole per l'opera completa. Ma questo Uomini e storie dell'antica Cina non è affatto il libro di Sima Qian, ma solo un assaggino, un esempio, una demo. I suoi curatori hanno trattato lo Shiji come l'imperatore ha trattato Sima Qian... Zac! Ahia!


Detto questo, Uomini e storie dell'antica Cina è comunque una boccata d'aria fresca nel bel mezzo di un desolante vuoto editoriale. Per chi volesse ordinarlo, ecco la pagina nel sito delle edizioni Tored.

domenica 12 settembre 2010

Terra Guerra Magia

Terra Guerra Magia è, fin dal titolo, un libro incentrato sulla teoria del trifunzionalismo indoeuropeo. Giacomo Scalfari l'ha scritto utilizzando il materiale della propria tesi di laurea, discussa all'Università di Bologna nel 2002. Pubblicato l'anno successivo (2003) dalla Keltia Editrice di Aosta, il libro segue le tracce dell'ideologia tripartita degli Indoeuropei nell'arco di quattromila anni, dal loro arrivo in Europa, nel III millennio a.C., alla fine del Medioevo.



Alla base vi sono le celeberrime ipotesi di Georges Dumézil, il quale, in una serie di studi magistrali, aveva ripartito le istanze religiose e sociali degli Indoeuropei in uno schema di tre funzioni fondamentali: sapienza e magia; guerra; fecondità e ricchezza.


Scalfari affronta il tema introducendo un'ulteriore difficoltà. Egli analizza il motivo della "Guerra di fondazione" - il mitico scontro tra gli dèi di prima e seconda funzione contro quelli appartenenti alla terza funzione, destinato a portare all'istituzione definitiva di un pantheon funzionalmente completo - e lo fa offrendo una suggestiva interpretazione. Egli vede in questo mito una traccia dell'antica invasione, da parte dei pastori indoeuropei, patriarcali e guerrieri, della Vecchia Europa matriarcale e pacifica ipotizzata da Marija Gimbutas, in seguito assorbita e integrata del nuovo sistema. È una possibilità da cui lo stesso Dumézil prendeva le distanze: secondo l'illustre studioso, il sistema delle tre funzioni faceva parte ab origine del pensiero indoeuropeo e il mito della Guerra di Fondazione intendeva piuttosto dare una giustificazione mitologica della loro unità. Scalfari non nega questo assunto, ma sostiene che il mito della Guerra di Fondazione sia stato via via riattualizzato man mano che gli indoeuropei assorbivano i popoli autoctoni della Vecchia Europa. Tal modo fornisce un'immagine assai interessante di un evento protostorico che, pure, è alla base della nostra cultura.


Non è questa la sede per prendere posizione sulla questione. Un lavoro intelligente e articolato come quello di Scalfari è sempre il benvenuto e fornisce molto materiale di riflessione. Nell'analizzare il mito della Guerra di Fondazione, egli si concentra soprattutto sugli esiti dei personaggi di terza funzione. Sono piacenti e belli, eppure malevoli, pronti a impossessarsi della regalità, ma funzionalmente incapaci di gestirla. Ma Scalfari, rifacendosi agli studi Joël Grisward, insegue i fili del trifunzionalismo ben oltre le antiche mitologie, ma fin dentro la società tripartita del Medioevo feudale (distinta in oratores, pugnatores e agricultores), ritrovando l'ideologia indoeuropea sia nel ciclo carolingio dei Narbonesi, sia, ancor più, nel ciclo bretone.


Se tutto il libro è condotto con intelligenza e spessore, quest'ultima parte è stata, per chi scrive, un'entusiasmante scoperta. Scalfari analizza nei dettagli alcuni elementi della leggenda di Artù. Egli rintraccia, nella coppia di personaggi a cui il re morente ordina di gettare la spada in acqua, un esito della coppia di terza funzione dei miti indoeuropei. Inseguiti sul filo dei testi, Cei e Bedwyr (Kay e Bedivere) ne emergono con sfaccettature inedite e le analisi di Scalfari dànno un significato a molti episodi che li hanno per protagonisti. Perché Cei mente a suo padre, affermando di aver estratto lui la spada dalla roccia? Perché Bedwyr si dimostra talmente avido da rifiutare di gettare la spada nell'acqua? I motivi sono assai più antichi e profondi. Così come nel racconto del graal di Chrétien de Troyes, dove Perceval è destinato a prendere il posto del Re Magagnato, è compreso un eco dell'episodio di Lúg che giunge alle porte di Temáir, per sostituirsi a re Núada, anch'egli presentato come ferito e incapace di garantire una corretta regalità. Leggendo, si notano molti punti in cui lo spazio disponibile non ha dato modo a Scalfari di seguire tutte le possibili tracce fino in fondo e, nonostante su Artù sia stato detto tutto e il contrario di tutto, l'autore riesce a dare l'impressione di un mondo inesplorato, pieno di delizie e meraviglie.  È esattamente come vorrei che finalmente ci si occupasse delle storie di Artù. In una cinquantina di pagine, Scalfari riesce a dire sul ciclo arturiano molto di più di tanti libri più vasti e blasonati ma, in fin dei conti, superficiali e privi di spessore.


È un lavoro appena iniziato, e auguro a Giacomo Scalfari di continuare i suoi studi.


Un articolo dello stesso Scalfari, tratto dalla prima parte del suo libro, è stato pubblicato su Bifröst, alla pagina Quando gli dèi si facevano la guerra. L'autore ha anche un blog, La scarpa di Víðarr. Per ordinare il libro, si può far riferimento alla pagina sul sito della casa editrice Keltia.