La guerra di Troia – Le origini (4)

4.
I pretendenti di Elena

La nostra storia si sposta ora nella città di Sparta, la capitale della regione della Laconia (1), dove regnavano TINDARO e sua moglie LEDA.
Si racconta che Leda fosse una donna talmente bella da far invaghire di sé persino gli dei dell’Olimpo; il padre di tutti gli immortali, Zeus, la sedusse infatti prendendo le sembianze di un cigno e trasformando anche l’amata in un bellissimo esemplare dell’uccello palmipede; Leda partorì quattro gemelli (due maschi e due femmine): CASTORE e CLITENNESTRA (figli di Tindaro), ELENA e POLLUCE (figli di Zeus) (2).
Dei due maschi, Castore e Polluce, si racconta che essi erano pressoché inseparabili; noti in tutto il mondo antico come i DIOSCURI, assieme compirono grandi ed audaci imprese (come l’impresa degli Argonauti e la caccia al cinghiale calidonio), tali da meritarsi fama imperitura. Essi dovettero anche soccorrere la sorella Elena, rapita quando era ancora una fanciulla da TESEO, re di Atene, e dal suo inseparabile amico PIRITOO; i Dioscuri riuscirono a trarre in salvo la figlia di Zeus e di Leda ma non perdonarono mai questo sgarbo al sovrano di Atene e fecero di tutto perché fosse un giorno spodestato dal loro fedele amico MENESTEO.
Altro non vogliamo raccontarvi dei gemelli, il cui culto fu particolarmente sentito nella città di Roma, se non questo aneddoto che tanto piacque all’Autore quando sfogliò per la prima volta i suoi libri di mitologia.
Dopo aver avuto un diverbio con i cugini e rivali IDAS e LINCEO, degenerato in una sfida all’ultimo sangue, rimase in vita il solo Polluce che – in quanto figlio di Zeus – aveva ricevuto il dono dell’immortalità, mentre Castore venne chiamato a far parte del regno dei morti; non volendo negare al gemello la possibilità di vivere ancora, Polluce scongiurò ADE, il signore dell’oltretomba, di concedere una qualche grazia per l’amato fratello, mostrandosi disposto anche a rinunciare alla propria vita.

Ade si commosse per l’amore che legava tra loro i due Dioscuri e decretò che entrambi meritassero clemenza; egli concesse pertanto ai fratelli di rimanere nel regno dei vivi a turno; per questo, per un giorno Polluce dimorava nella casa dei morti, mentre Castore conduceva la sua esistenza tra i vivi; il dì successivo, invece, i due gemelli si scambiavano i ruoli. Così i fratelli si avvicendarono per anni sino a quando non vennero assunti tra le divinità olimpiche.
Diversa storia, invece, dobbiamo narrare per le due figlie di Leda.
Crescendo, Elena divenne sempre più bella e si meritò la fama di essere la donna più affascinante del mondo allora conosciuto; quando giunse in età da marito ella attirò alla corte del re Tindaro una moltitudine di pretendenti desiderosi di prenderla in sposa. Il re di Sparta si trovava in grande imbarazzo, ben sapendo che, dovendo scegliere come genero uno solo tra quanti aspiravano alla mano di sua figlia, si sarebbe sicuramente inimicato tutti gli altri…
Infine, fu uno dei pretendenti a proporre un piano per risolvere il dilemma: ODISSEO (noto nel mondo occidentale come ULISSE), figlio di LAERTE e re di ITACA, la cui astuzia era destinata ad essere nota in tutto il mondo antico.
In cambio dell’appoggio di Tindaro per ottenere in sposa la bella e saggia PENELOPE, figlia di Icario e nipote dello stesso re di Sparta, Odisseo propose il seguente stratagemma: Elena avrebbe potuto scegliere il marito in piena libertà, ma tutti i pretendenti vennero prima costretti a giurare solennemente, dopo aver sacrificato un cavallo agli dei, di rispettare la scelta della figlia di Zeus (qualunque marito venisse scelto) e di difendere la vita e i diritti di chiunque fosse diventato lo sposo di Elena, anche a costo della vita.
Alla fine venne scelto come marito MENELAO, figlio di ATREO, membro della stirpe regale di Micene; in realtà sembra che quest’ultimo non si fosse presentato in prima persona come pretendente ma si fosse fatto avanti in suo nome il fratello maggiore AGAMENNONE.
Menelao aveva promesso di sacrificare cento buoi ad Afrodite se avesse avuto in moglie Elena (questa forma di sacrificio era nota nell’antichità come “ecatombe”) ma, non appena seppe di essere il prescelto, dimenticò la promessa fatta, provocando l’ira della dea.
Vennero così celebrate le nozze tra Elena e l’Atride, destinate ad arrecare tanta sventura agli Elleni; il fratello di Menelao, Agamennone, si unì invece in matrimonio con la figlia di Tindaro, Clitennestra.

(1) Gli abitanti della regione erano noti per essere poco loquaci, tanto è vero che ancora oggi siamo soliti definire “laconica” una persona di poche parole.

(2) Come accennato, secondo alcuni mitografi Leda non partorì i figli avuti da Zeus ma questi vennero al mondo da un uovo che ella generò quando era ancora trasformata in cigno; secondo un’altra versione del mito, infine, Elena era figlia di Nemesi, la dea della vendetta.

La guerra di Troia – Le origini (3)

3.
Il giudizio di Paride

Per dirimere la controversia, sorta durante le nozze di Teti e Peleo, su chi fosse la più bella tra le dee dell’Olimpo, Zeus ordinò a HERMES (MERCURIO), il messaggero degli dei, di condurre Hera, Pallade Atena e Afrodite da Paride, un principe troiano che trascorreva la propria vita umilmente come un comune pastore, ignaro delle proprie origini.
Il giovane era stato abbandonato appena nato, poiché la madre ECUBA (sposa del re di Troia, PRIAMO) prima di partorire aveva avuto un terribile incubo: aveva infatti sognato di mettere al mondo una torcia, che aveva dato fuoco all’intera città; gli indovini interpretarono quel presagio come un segno premonitore, profetizzando che il nascituro sarebbe stato la causa della rovina del suo popolo.
Questa fu la ragione per cui la famiglia reale decise di abbandonare alla nascita il principe tra le aspre montagne circostanti, dove tuttavia il piccolo venne ritrovato da un pastore, che decise di allevarlo come un figlio (1).

Quando Hermes e le tre dee apparvero davanti al giovane, Paride stava facendo pascolare come suo solito il suo gregge e non si aspettava certamente di dover fare da arbitro in una disputa tra divinità.
Il messaggero degli dei consegnò al figlio di Ecuba la mela d’oro scagliata dalla dea Eris con tanta rabbia, chiedendogli di consegnarla a quella che gli fosse apparsa come la più bella di tutte.
Poiché Paride non sembrava in grado di dare un giudizio nell’immediato, ciascuna delle tre divinità si avvicinò di soppiatto al principe troiano per promettergli doni preziosi in cambio della consegna del frutto della discordia.
Pallade Atena gli offrì la sapienza e la invincibilità in guerra, mentre Hera avrebbe garantito a Paride il potere politico e il controllo su tutta l’Asia, qualora fosse stata dichiarata la più bella tra le dee; Afrodite, invece, gli promise l’amore della donna più bella del mondo.
Paride, d’impulso, consegnò la mela d’oro alla dea Afrodite e fuggì via per non incorrere nell’ira delle due divinità che non aveva favorito.
Hera e Pallade Atena tornarono nell’Olimpo, sdegnate e desiderose di vendetta: da allora, esse furono acerrime nemiche di tutta la stirpe troiana, mentre Afrodite ne divenne, da allora, la protettrice.

Del resto, la dea Afrodite aveva anche più di un motivo per essere legata alla città di Troia, in quanto tempo addietro si era invaghita del giovane ANCHISE, figlio di CAPI, un nobile appartenente ad un ramo collaterale della famiglia reale troiana, e aveva con lui generato un figlio cui venne il dato il nome di ENEA; di questo rampollo dovremo parlare più diffusamente in seguito, in quanto destinato ad essere il capostipite di una importante dinastia.
La storia d’amore con Anchise non venne tuttavia gradita molto nell’Olimpo, anche perché il padre di Enea si era spesso vantato in pubblico della sua unione con la dea; ciò gli valse l’ira del sommo Zeus, che gli scagliò rabbiosa-mente addosso uno dei fulmini forgiati dai Ciclopi, rendendo il figlio di Capi zoppo per il resto della sua vita.

In seguito, il giovane Paride si recò nella città di Troia, perché gli araldi del re avevano portato via il suo toro migliore per darlo in premio al vincitore di alcune gare sportive.
Per riuscire a riprendersi l’animale, Paride decise di partecipare ai giochi atletici e riuscì a vincere ripetutamente tutte le gare superando gli altri contendenti e meritando così il premio tanto ambito. I giovani troiani, umiliati da quella sconfitta, meditarono di ucciderlo ma non riuscirono a portare a compimento il loro piano perché CASSANDRA, figlia del re Priamo, riconobbe in lui il fratello abbandonato in tenera età.
Priamo, commosso per aver ritrovato il figlio che credeva ormai perduto, decise di accoglierlo nella famiglia reale, nonostante gli indovini gli avessero consigliato caldamente di non farlo (2).

A questo punto, l’autore sente il bisogno di spendere qualche parola in più sulle origini della casata di Paride e della città di Troia, che tanta importanza è destinata ad avere negli eventi che seguiranno.
Le origini di questa città si perdono, neanche a dirlo, nella leggenda: si racconta, infatti, che il primo insediamento umano nella regione, nota in seguito come TROADE (quella parte dell’Asia Minore sita in prossimità dello stretto del Bosforo e dei Dardanelli, allora chiamato come ELLESPONTO), si fosse stabilito lì sotto la guida del mitico TEUCRO, da cui presero il nome tutti gli abitanti di quella che era destinata a diventare una fiorente comunità (Omero è solito, infatti, dare loro l’appellativo di Teucri).

Sembra invece che le fondamenta della futura città di Troia venissero erette dal genero di Teucro, DÀRDANO (che ne aveva sposato la figlia BATEIA), il quale divenne il capostipite della famiglia reale.
A Dàrdano succedette quindi ERITTONIO e poi TRÒO (da cui deriva il nome della città), che trasmise il trono ai figli ASSARACO e ILO; quest’ultimo, noto per avere costruito la rocca della cittadella, cuore del centro urbano e dimora della famiglia reale nonché sede degli edifici di culto più importanti (3), viene citato anche per aver generato un figlio dalla fama a dir poco discutibile.
La storia di LAOMEDONTE, figlio di Ilo, è infatti legata ad una serie di episodi, tutti contraddistinti dal mancato rispetto della parola data…
Si racconta, al riguardo, che il re di Troia volesse ricostruire le mura della città e che, per questo, si fosse messo alla ricerca di artigiani provetti e fidati. Il caso volle che, a presentarsi da lui per realizzare cotanta opera fossero nientemeno che due divinità: POSEIDON (NETTUNO), il dio del mare, e APOLLO (FEBO), il dio del sole.
Laomedonte fu onorato della proposta dei due numi e concordò ben presto il giusto compenso per la realizzazione di quell’opera immane.
I due dei, con l’aiuto del fedele Eaco (padre di Peleo, di cui abbiamo già parlato nel capitolo 2), riuscirono ad edificare le mura più superbe e maestose che il mondo avesse mai visto; essendo state costruite da due immortali, esse erano pressoché indistruttibili (4).
Quando, tuttavia, Apollo e Poseidon si presentarono dal re a reclamare il compenso pattuito, Laomedonte si rifiutò di consegnare quanto aveva loro promesso: per puro caso, infatti, egli era venuto a scoprire che i due numi non si erano presentati di loro spontanea volontà per la costruzione delle mura, ma erano stati inviati lì da Zeus in persona. Il tiranno del cielo aveva inteso umiliare in tal modo l’arroganza dei due dei dell’Olimpo, che avevano osato mettere in discussione l’autorità del figlio di Crono.
Il re Laomedonte ritenne che nessuna ricompensa fosse dovuta per quello che, in realtà, era una punizione inflitta ad Apollo e Poseidon e congedò in malo modo i due immortali.
Orbene, se il buon Apollo fece buon viso a cattiva sorte e se ne andò senza particolare rancore, altrettanto non si può dire della reazione del signore dei mari, che inviò un mostro marino a devastare le coste della Troade.
La popolazione era letteralmente terrorizzata da questa terribile creatura, che divorava tutti i malcapitati che incontrava durante le sue scorrerie. Ormai nessuno osava mettere il naso fuori di casa durante l’oscurità e in molti temevano per la propria incolumità persino di giorno.
Il caso volle che, a passare da quelle parti vi fosse il fortissimo e coraggiosissimo ERACLE (ERCOLE), figlio di Zeus e ALCMENA, noto in tutto il mondo allora conosciuto come eroe impavido ed uccisore di mostri.
Il re Laomedonte scongiurò Eracle di liberare la Troade da quel flagello e gli promise in cambio una pariglia dei suoi cavalli, tra i più belli al mondo.
Eracle accettò l’offerta del re di Troia e affrontò con coraggio il mostro marino, di cui ebbe ragione senza difficoltà: un’impresa da nulla, per chi aveva già combattuto con creature come il Leone di Nemea, l’Idra di Lerna e il gigante Anteo…
Evidentemente, però, il re dei Teucri doveva aver preso gusto a non rispettare la parola data, tanto è vero che ancora una volta si rifiutò di consegnare quanto pattuito (5).
Eracle, tuttavia, non era disposto a mandare giù questa umiliazione tanto facilmente: in poco tempo, egli radunò un esercito e si preparò a mettere la città a ferro e fuoco.
Ad aiutare l’eroe in questa impresa furono due fratelli, Peleo e Telamone, di cui abbiamo avuto occasione di fare cenno nel capitolo precedente.
Si racconta che, prima di partire per la spedizione contro Troia, Telamone avesse chiesto ad Eracle di avvolgere il figlio Aiace, appena nato, nella pelle di leone con cui il figlio di Alcmena era solito vestirsi: in tal modo, il padre sperava che una parte della forza vitale di Eracle potesse trasmettersi al piccolo. La leggenda narra che il figlio di Telamone crebbe forte e vigoroso e fu anch’egli protagonista delle epopee che andremo a narrare con il nome di AIACE TELAMONIO.
Inutile aggiungere che, sotto l’impeto ed il vigore di Eracle, la resistenza dei Troiani fu vana: la città venne presto espugnata e completamente distrutta. La famiglia reale venne massacrata, compreso l’infame Laomedonte; a salvarsi fu solamente la di lui figlia ESIONE, che fu risparmiata per intercessione di Telamone, il quale si era invaghito della bellissima principessa (dalla passione tra i due nacque un figlio al quale, in ricordo delle sue origini, venne dato il nome di TEUCRO).
Esione implorò Eracle di poter riscattare almeno il più piccolo dei suoi fratelli, PODARCE, e il figlio di Alcmena acconsentì, in cambio di una magnifica tela che la giovane figlia di Laomedonte aveva avuto modo di tessere e decorare con le sue mani; fu così che Podarce ebbe salva la vita e prese il nome di PRIAMO, che nella lingua degli Elleni significa appunto “il riscattato”.
Toccò a Priamo l’onere di rifondare la città di Troia e di riportarla all’antico splendore, allietato da una splendida e numerosa famiglia reale (si narra che la moglie Ecuba e le sue concubine gli dettero più di cinquanta figli, tra cui il valoroso ETTORE e l’infelice Cassandra).

(1) Non è inutile osservare come il ritrovamento di un fanciullo abbandonato, spesso di nobili origini o comunque destinato ad un futuro importante, sia uno schema tipico della storia leggendaria: da Sargon il Grande, il re di Akkad, al Mosè biblico, da Edipo, re di Tebe, sino ai gemelli Romolo e Remo.

(2) La storia di Cassandra merita senz’altro di essere raccontata, sia pure per sommi capi, anche per la rilevanza che avrà questa figura nelle storie che seguiranno. Figlia di Priamo, Cassandra aveva suscitato l’ardore del dio Apollo, che per ottenerne i favori le conferì il dono della profezia; essendo stato respinto, il dio la maledì e sancì che Cassandra avrebbe mantenuto il dono di predire il futuro, ma sarebbe stata destinata a non essere mai creduta.

(3) Stiamo parlando appunto della rocca di Ilio, che viene rievocata nel titolo del primo dei poemi attribuiti ad Omero (l’Iliade).

(4) In realtà, vi era un’unica parte delle mura che poteva essere scalfita da un assedio ed era quella costruita dal solo Eaco, il quale – in quanto mortale – non poteva competere con la perizia di due divinità. Inutile aggiungere che fu proprio il tratto edificato da Eaco ad essere distrutto per primo durante la guerra di cui parleremo in seguito…

(5) La trista reputazione del figlio di Ilo divenne proverbiale nell’antichità; la regina di Cartagine, Didone, nell’accusare Enea di tradimento, lo aggredirà etichettandolo in modo sprezzante come “stirpe di Laomedonte”.

 

I re di Troia

La guerra di Troia – Le origini (2)

2.
Le nozze di Teti e Peleo

Il dio del tuono e del fulmine decretò che Teti venisse data in moglie ad un semplice mortale e la scelta ricadde su PELEO, re di Ftia (una regione della Tessaglia).
Figlio di EACO, re di Egina (un sovrano famoso per il suo grande senso di giustizia, tanto da essere chiamato dopo la morte a giudicare della sorte delle anime dei defunti nell’oltretomba assieme a MINOSSE e RADAMANTO), Peleo era stato diseredato e scacciato dal padre assieme al fratello TELAMONE per essersi macchiato dell’omicidio del fratellastro FOCO.
In seguito, Peleo aveva partecipato assieme al fratello ad imprese celebri, come la ricerca del vello d’oro e la caccia al cinghiale calidonio; per purificarsi dal suo terribile crimine, aveva trovato rifugio presso il re di Ftia, di cui aveva ereditato il regno dopo essersi unito in matrimonio con la figlia.
Peleo era un sovrano ormai vecchio e stanco, quando venne designato dal sovrano del cielo come futuro consorte di Teti. Le fonti più antiche non ci fanno capire esattamente se la ninfa avesse accolto di buon grado tale decisione: secondo alcuni, ella obbedì sin da subito al volere divino, anche per non inimicarsi HERA (GIUNONE), moglie di Zeus, che l’aveva allevata da bambina.
Altre fonti riportano, invece, che Teti cercò in tutti i modi di sfuggire a Peleo, il quale dovette rincorrerla per vari lidi e non senza difficoltà, in quanto la ninfa (come molte creature del mare, del resto) aveva il potere di cambiare forma in qualsiasi momento, sfuggendo così al suo inseguitore. Il re di Ftia riuscì comunque a raggiungerla e a stringerla così forte da non consentir alcuna via di fuga alla dea, neppure facendo uso della metamorfosi. Solo a quel punto, Teti si rassegnò al matrimonio forzato con un mortale (1).

Alle nozze di Teti e Peleo, che venne celebrato sul monte Olimpo, vennero invitati tutti gli dei, maggiori e minori, i quali parteciparono alla cerimonia portando ciascuno un regalo speciale per gli sposi. Si racconta, ad esempio, che POSEIDON (NETTUNO) offrì in dono una coppia di cavalli immortali, BÀLIO e XANTO, mentre il centauro CHIRONE portò una lancia dalle dimensioni smisurate, che solo il più forte tra i mortali avrebbe potuto scagliare.

Come spesso capita in queste occasioni, gli sposi si dimenticarono di invitare un’ospite importante: la dea ERIS (la DISCORDIA), compagna nelle battaglie di Ares (MARTE), il dio della guerra.
Sentendosi umiliata, la dea andò su tutte le furie e decise di presentarsi comunque al convito nuziale esclamando con rabbia: “Vi ho portato anch’io il mio dono”. Detto ciò, ella gettò nel bel mezzo della tavolata una mela d’oro con la scritta Tei Kallistei (“Alla più bella”)  (2).
Sorse quindi un gran litigio tra le massime dee dell’Olimpo HERA, PALLADE ATENA (MINERVA) e AFRODITE (VENERE), ciascuna delle quali riteneva che quel pomo le spettasse di diritto.
Al fine di evitare che la lite degenerasse, Zeus sentenziò che il giudizio dovesse essere affidato al più bello tra tutti i mortali; e questi era PARIDE, figlio di Priamo, re di Troia, di cui dovremo occuparci più diffusamente.

Di Teti e Peleo è doveroso comunque dire che dalla loro unione nacque un figlio maschio, cui venne dato il nome di ACHILLE. Alla sua nascita, un oracolo predisse che sarebbe morto di vecchiaia dopo una vita tranquilla e priva di imprese, oppure giovanissimo su di un campo di battaglia, dopo aver compiuto imprese tali da guadagnarsi l’immortalità attraverso la poesia dei cantori di tutte le epoche.
Spaventata da un tale responso, Teti tentò di rendere immortale il figlio, immergendolo nel fiume Stige e facendolo così diventare invulnerabile.
Si racconta, tuttavia, che la ninfa del mare avesse effettuato il rituale tenendo il piccolo per il tallone sinistro che, non essendo stato sfiorato dalle acque stigee, rimase l’unica parte del corpo del figlio di Peleo a non essere immune da ferite (da qui deriva il proverbiale “tallone di Achille”, locuzione spesso utilizzata per indicare il punto debole di un persona) (3).
Va comunque detto che la fama della invulnerabilità di Achille è nata in epoca posteriore ad OMERO: nell’ILIADE e negli altri poemi del CICLO TROIANO, infatti, non vi è alcuna traccia di questa leggenda, ragion per cui anche noi ci permetteremo di ignorarla nel proseguimento della nostra storia.

Per ora ci basti sapere che il re Peleo, disapprovando i metodi della ninfa del mare, la rimproverò aspramente proibendole di sottoporre ulteriormente il bambino a simili rituali magici: la dea Teti, infuriata, se ne andò sdegnata abbandonando per sempre il marito.
Il giovane Achille venne affidato dal padre alle cure del centauro CHIRONE assieme a quello che sarebbe diventato il suo amico del cuore: PATROCLO.
Achille venne addestrato nell’arte della caccia, dell’uso delle armi e nell’addestramento dei cavalli; egli venne inoltre istruito nell’arte della musica e della pittura; imparò anche l’arte medica e tutte le antiche virtù degli antenati.
Il Centauro lo nutriva e lo educava per farne uno degli eroi destinati ad alimentare una delle leggende più affascinanti che la storia ci abbia mai tramandato (4).

(1) Il tema del ratto ovvero della conquista violenta della sposa non è insolito nella mitologia e ritorna anche nel poema medievale I Nibelunghi, in cui è la stessa Brunilde ad annunciare di voler sposare solo chi saprà vincerlo in battaglia.

(2) Anche in questo caso, il topos letterario del rancore della dea/fata non invitata verrà rielaborato nella favolistica più moderna: tutti ricordano la storia di Rosaspina (meglio nota come La bella addormentata nel bosco), in GRIMM, Fiabe del focolare, Milano, Einaudi, 1951, pp. 176-178.

(3) La leggenda della invulnerabilità di Achille trova un interessante parallelo nella figura dell’eroe germanico Sigfrido, il quale al pari di Achille poteva essere ucciso solamente se colpito alla schiena, in mezzo alle scapole.

(4) La storia del rapporto tra Achille ed il centauro Chirone non ha, purtroppo, un lieto fine; il figlio di Peleo, infatti, colpì il suo maestro accidentalmente con una freccia provocandogli una ferita mortale. Vinti dalle preghiere di Achille, gli dei decisero di accogliere nel firmamento il vecchio centauro, che divenne così la costellazione del Sagittario.

 

La guerra di Troia – Le origini (1)

1.
Ab ovo…

Come è possibile iniziare la narrazione di una delle epopee più famose della storia? Naturalmente… partendo ab ovo!
Questa frase latina significa letteralmente «dall’uovo» e quindi, in senso metaforico,«da molto lontano», «dalle più remote origini».

Tale espressione risale al poeta latino Orazio che nella sua Ars poetica avvisava di non mettersi a parlare della guerra di Troia cominciando dalle origini (appunto, ab ovo). L’uovo in questione era quello che era stato generato da Leda, dopo essere stata sedotta da Zeus (Giove) in forma di cigno.
Dall’uovo di Leda nacque la bellissima Elena, che – come vedremo in seguito – sarà una delle cause scatenanti della guerra di Troia.
Non ce ne voglia Orazio, ma noi riteniamo che per comprendere le origini più remote della storia che ha appassionato per secoli i poeti e i letterati dell’Occidente occorre risalire agli antefatti, per così dire, «cosmici» degli eventi che seguiranno.

Il nostro racconto, quindi, partirà addirittura dalla lotta per il dominio dell’universo…

Secondo la mitologia greca il sovrano assoluto del Cosmo era Zeus, signore del tuono e del fulmine, il quale tuttavia era riuscito ad assurgere al trono celeste solamente dopo aver sconfitto e spodestato il padre Crono (Saturno), il dio del tempo. Del resto, lo stesso Crono aveva imposto il suo dominio sull’universo dopo aver mutilato il padre Urano, dio del firmamento.
E’ facile comprendere che questo passato cupo e sinistro fatto di congiure ed intrighi esasperasse il nuovo tiranno del cielo, che viveva nel terrore che un suo discendente potesse detronizzarlo.
Il titano Prometeo, il cui nome significa il «Preveggente», era l’unico a sapere che un giorno anche Zeus sarebbe stato spodestato dal suo trono qualora si fosse unito in nozze fatali con una dea (di cui solo il titano conosceva il nome) capace di generare un figlio destinato a diventare il nuovo sovrano dell’universo.
Zeus aveva ordinato a Prometeo di rivelare il nome fatale, minacciando il titano di terribili vendette e supplizi qualora non avesse obbedito al suo volere.
Prometeo oppose un solenne rifiuto; da tempo, infatti, egli era stato incatenato ad una parete di roccia sui mnti della Scizia, perché aveva rubato dall’Olimpo le faville del fuoco, rivelandone il segreto agli uomini. Il Titano dichiarò con orgoglio che mai avrebbe reso noto il nome della dea se prima Zeus non si fosse deciso a liberarlo.
Alla fine, fu con l’intervento della Madre Terra che i due immortali giunsero a riconciliarsi; Prometeo venne liberato e solo allora rivelò il nome fatidico: la divinità in grado di partorire un figlio capace di dominare il mondo era Teti, una ninfa del mare (di cui, tra l’altro, Zeus si era già invaghito).

Ordine e Caos nella mitologia (5)

Il succedersi di vari sovrani dell’universo nella religione ellenica (Urano, Crono e Zeus) ci rimanda ad un’altra tematica tipica delle religioni più antiche: quella dei cicli cosmici.
Secondo gli Aztechi, ad esempio, l’idea dell’origine del mondo era strettamente connessa con quella della sua distruzione.
Nella religione di questo antico popolo, infatti, la storia viene caratterizzata dal continuo avvicendarsi di cicli di nascita e morte: ciascuna delle ere precedenti prende vita con l’atto della creazione, per poi terminare tragicamente con una catastrofe naturale che pone fine, in modo drammatico, ad un’epoca storica.
Poiché ognuna delle ere viene contraddistinta dal dominio di una divinità solare, la storia del mondo viene descritta attraverso l’avvicendarsi dei soli: nacque così il mito dei Cinque Soli.

“In principio, secondo quanto ci viene tramandato dai sacerdoti, il mondo era avvolto dalle tenebre e funestato da fiere orribili che tormentavano i pochi esseri umani che riuscivano a sopravvivere in un clima tanto ostile. Questo periodo di oscurità coincide con l’era del SOLE DI TERRA ma era noto anche come l’Era dei Puma, poiché essi dominavano il mondo e divoravano senza pietà gli uomini che osavano comparire in un’epoca tanto sventurata. Quest’epoca finì con un terribile terremoto che sconvolse del tutto la crosta terrestre: gli uomini che riuscirono a sopravvivere a questa terribile catastrofe si trasformarono in scimmie.
In seguito, il cosmo venne dominato dal SOLE DI FUOCO: in quest’epoca molti esseri viventi vennero alla luce e prosperarono, ma tutte le specie vennero annientate da una pioggia di lava e da incendi che devastarono tutto il pianeta; gli unici a sopravvivere furono gli uccelli e quei pochi esseri umani in grado di trasformarsi in volatili.
Venne quindi il SOLE D’ARIA: come le precedenti, anche questa era venne contraddistinta dal proliferare della creazione ma finì in modo tragico: un terribile uragano spazzò via alberi, monti e le case degli uomini.
La quarta era fu contraddistinta dal SOLE D’ACQUA, che finì con una grande inondazione in cui tutti gli esseri viventi (tranne i pesci) annegarono.
La leggenda racconta che, prima del diluvio, il Sole d’Acqua si sarebbe recato da due esseri umani, TATA e NENA, dicendo loro: ‘Sappiate che sto per sommergere con la pioggia tutta la terra; tutti ne moriranno, tranne voi; ma solo se farete quello che dico’.
L’uomo e la donna rimasero sconvolti da quanto era stato loro rivelato dal dio Sole, che così continuò: ‘Voi dovrete trovare al centro della foresta un albero alto e robusto; alla sommità del tronco dovrete praticare una cavità e rifugiarvi lì sino a quando le acque non saranno defluite. Ricordatevi, però, una volta tornati sulla terra, di prendere lo stretto indispensabile per sopravvivere: ciascuno di voi potrà avere solo una pannocchia di mais per sfamarsi e niente altro’.
Tata e Nena si diressero nella foresta e cercarono l’albero più grande, all’interno del quale vi era già una cavità naturale: fu sufficiente allargarla un poco per avere un comodo rifugio.
Di lì a poco ebbe inizio il terribile diluvio, che sommerse tutto: corpi, alberi, rocce ed utensili vennero travolti dalle acque e portati via. Solamente dopo molto tempo le acque finalmente si abbassarono: Tata e Nena, sia pure con molta prudenza, scesero dal loro rifugio e misero nuovamente i piedi a terra. Erano molto affamati e, quando videro un pesce che nuotava in un fiume ancora gonfio per via della piena, dimenticarono completamente gli ordini del Sole d’Acqua.
L’uomo e la donna catturarono il pesce e cominciarono ad arrostirlo sul fuoco: il fumo salì verso l’alto e venne notato anche dal dio Sole, il quale adirato così si rivolse verso i due esseri umani: ‘Stolti, perché mi avete disobbedito? Vi avevo detto di accontentarvi di una sola pannocchia di mais’. E, preso un grosso randello, percosse la testa di Tata e Nena con tale violenza da distruggere quella parte del cervello che rende gli uomini simili a dei; i due sopravvissuti al diluvio vennero così tramutati in cani.
Il QUINTO SOLE nacque nella città santa di TEOTIHUACÀN; secondo i più, la quinta era (quella in cui viviamo) sarebbe destinata a non avere mai termine perché l’ultimo dei soli, dopo aver radunato tutti e quattro gli elementi, prima in contrasto tra di loro, li avrebbe riconciliati creando così un equilibrio perenne; altri, invece, sostenevano che anche l’epoca attuale, caratterizzata da terremoti, guerre e carestia, verrà annientata con una catastrofe”.

Per questo motivo, gli Aztechi temevano in particolar modo la fine di un ciclo cosmico (che coincideva con un periodo pari a cinquantadue anni), perché al termine di questo periodo il mondo rischiava di perire ancora una volta a causa di una catastrofe naturale.
I sacerdoti celebravano complessi rituali che prevedevamo anche quei sacrifici umani che tanto raccapriccio suscitarono negli Europei che vennero a contatto con questi popoli. La prima alba del nuovo ciclo veniva quindi salutata da tutti con grande sollievo: l’era del Quinto Sole era destinata a durare ancora.

Ordine e Caos nella mitologia (4)

Lo schema della lotta tra Ordine e Caos si riscontra anche nelle visioni primitive della religione ebraica: in una versione non confluita poi nella Genesi, Dio creo il cielo e le stelle con una sola parola di comando; in seguito, Egli si librò sugli abissi e, dopo aver cosparso di raggi luminosi le acque superiori, là edificò il proprio trono.
Mentre era intento all’opera della creazione, il Signore pose la terra su fondamenta inamovibili e, per fare ciò, affondò alcune montagne a mo’ di pilastri nelle acque dell’abisso.

Allora, le ribollenti acque inferiori si ribellarono e Təhôm, la loro regina, minacciò di distruggere il lavoro creativo di Dio. Montato sul suo carro di fuoco, il Signore fermò le ondate e scagliò raffiche di fulmini e saette contro i suoi nemici; dominate dalla voce tuonante di Dio, le acque si ammansirono e si dichiararono vinte; allora il Signore emise un ruggito di vittoria e le sottomise al suo volere; Egli decretò inoltre che Təhôm dovesse rimanere per sempre rinchiusa dentro cancelli, sprangati con sbarre di ferro.

Da allora, Təhôm è rimasta acquattata in sottomissione nella sua cavità, anche se Dio consente ogni tanto alle acque inferiori di scaturire poco a poco, inviando ruscelli o nutrendo le radici degli alberi; in un’unica occasione venne rimosso il sigillo che impedisce a Təhôm di riprendersi il dominio del mondo e ciò è stato in occasione del Diluvio Universale.

Si racconta anche che prima della creazione si ribellò a Dio il terribile Rāḥāḇ, il Drago gigante. Quando il Signore gli comandò di trangugiare tutte le acque del mondo, il mostro gridò: “Lasciami in pace, padrone dell’universo!”. Allora il Signore lo colpì a morte e ne fece sprofondare la carcassa negli abissi marini.

Secondo la versione ufficiale della Bibbia, invece, la ribellione del Caos è successiva alla creazione e destinata al fallimento:

“Nel terzo giorno della creazione, il primo tra gli angeli del Signore, Lucifero (Helel ben Šaḥar, Lucifero figlio dell’Aurora), venne nominato guardiano di tutte le nazioni future. All’inizio, questi si comportò con discrezione ma poi l’orgoglio gli fece perdere del tutto il senno.

L’angelo ribelle volle ascendere le nubi e le stelle e farsi incoronare, per diventare così in tutto e per tutto uguale a Dio. Il Signore, accortosi della sua ambizione, lo precipitò nell’abisso; Lucifero, nella sua rovinosa caduta, venne ridotto in cenere; ancora oggi il suo spirito vaga senza posa nella profonda tenebra”.

La mitologia ebraica conosce anche la figura di Samā’ēl, derivante forse dalla divinità siriana Šemal, il quale si ribellò perché invidioso della posizione che Dio aveva attribuito ad Adamo.
Il sesto giorno della creazione, il Signore aveva ordinato a tutti gli abitanti dell’Eden di riverire Adamo. L’arcangelo Michele obbedì immediatamente assieme agli altri angeli, ma Samā’ēl si ribellò: “Non onorerò mai una creatura inferiore a me! Quando nacque Adamo, io ero già perfetto. E’ lui che deve adorare me!”. Gli angeli seguaci di Samā’ēl  approvarono, mentre Michele li ammonì a non sfidare la collera di Dio.

Allora il Signore mise alla prova la sapienza di Samā’ēl chiedendogli di dare il nome a tutte le creature del mondo, ma l’arcangelo non fu in grado di rispondere. Adamo, invece, illuminato nel cuore da Dio, riuscì ad additare tutti gli animali con il loro vero nome.
Samaele, indignato perché il Signore aveva instillato il sapere nelle mente dell’uomo, si rivoltò adirato nei confronti del Creatore. Allora Dio scaraventò Samaele ed i suoi seguaci fuori dal paradiso. Samā’ēl provò ad aggrapparsi alle ali di Michele e lo avrebbe trascinato con sé, se Dio stesso non fosse intervenuto.

Samā’ēl ed i suoi seguaci vennero rinchiusi in un carcere buio dove ancora oggi languiscono con il volto spettrale e le labbra sigillate.

Altri, tuttavia, sostengono che Samā’ēl venne precipitato nella terra, da dove egli continua a tramare contro il volere di Dio: sembra infatti che il serpente dell’Eden che indusse Adamo ed Eva a disobbedire agli ordini del Signore fosse in realtà l’arcangelo Samā’ēl sotto mentite spoglie. Secondo alcune fonti, inoltre, dopo aver persuaso l’uomo a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza nelle sembianze di un serpente, sedusse Eva e generò con lei Caino.

Da allora, le generazioni degli uomini formano due rami separati: i discendenti di Caino sono votati al male, mentre i discendenti di Set sono propensi verso il bene.

Nella Bibbia è presente la figura di Šāṭān, l’angelo cui viene affidato da Dio il compito di verificare la fede dell’uomo, riportando al Signore tutti i peccati commessi (Libro di Giobbe). Il nome deriva da un’antica parola semitica, che significa letteralmente “ostacolare”; il ruolo di questa figura era quello verosimilmente dell’accusatore, dell’inquisitore ovvero di chi aveva il compito di mettere alla prova l’uomo, anche inducendolo in tentazione

A seguito dei contatti con la religione persiana durante la cattività babilonese, gli Ebrei elaborano l’idea di una vera e propria figura antitetica a Dio: il Principe delle Tenebre, colui il quale si sarebbe opposto al volere del Signore prima ancora della creazione. Quando Dio annunciò di voler creare l’universo nella luce, il suo avversario domandò: “Perché non dalle tenebre?”. Il Signore soggiogò con un urlo enorme il principe delle tenebre, il quale tuttavia nel giorno del giudizio si dichiarerà uguale a Dio e tenterà di ripristinare il dominio dell’oscurità. Solo allora il fuoco dell’inferno punirà la sua arroganza.

In questo contesto, le figure di Samaele, Sataniel e Lucifero tendono ad identificarsi in un’unica entità nota anche come il Diavolo (dal latino diábolus e dal greco antico diábolos, cioè «Colui che divide») o Satana. L’antagonista di Dio è chiamato anche Belzebù (la cui traduzione letterale è «Signore delle Mosche»), Belial o Mefistofele (tutti nomi che traggono origine dai nomi delle divinità venerate dai popoli nemici degli Ebrei) ed è citata anche nel Corano con il nome di Iblīs.

La tradizione cristiana si impadronirà del mito della ribellione e della caduta degli angeli ribelli, elaborando soprattutto in epoca medievale la visione demonologica più famosa della storia delle religioni, che trova la sua massima espressione letteraria nella Divina Commedia di Dante Alighieri:

La storia racconta che Lucifero in origine era il più bello tra tutti gli angeli ma che, a causa della superbia, «contra il suo Fattore alzò le ciglia» e si ribellò quindi a Dio. La decima parte degli angeli prese le parti di Satana ma i ribelli vennero duramente sconfitti dall’arcangelo Michele.

Corrotti dal peccato, gli angeli vennero trasformati in demoni e precipitati sopra la terra. Lucifero, in particolare, cadde dalla parte dell’emisfero australe, dove in origine esisteva il paradiso terreste, e venne conficcato al centro della terra, che è anche il centro dell’Universo secondo la concezione tolemaica poi recepita da Aristotele e dalla Scolastica medievale.

E la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fe’ del mar velo,
e venne all’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui il loco voto
quella che appar di qua e su ricorse.

Dante Alighieri, Divina Commedia – Inferno [XXXIV: 122-126]6

Durante la caduta dell’angelo ribelle, le terre emerse dell’emisfero australe per paura di lui si ritirarono al di sotto delle acque e riemersero nell’emisfero boreale. Nel percorso verso il centro del mondo, inoltre, tutti gli elementi cercarono di schivare ogni contatto con Lucifero, lasciando una cavità vuota (che Dante chiama la «natural burella»), e si arrampicarono su nell’emisfero australe andando a formare il colle del Purgatorio.

Nella visione dantesca, Satana precipita e si ferma al centro del mondo perché, secondo una legge del cosmo aristotelico, gli elementi hanno tutti un peso specifico e l’elemento più pesante (inteso anche come il meno puro e il più lontano da Dio) è la terra; Lucifero, reso pesantissimo a causa della enormità del suo peccato, non poteva che fermarsi nel punto più basso, il centro del mondo.

Lucifero («la creatura ch’ebbe il bel sembiante»), viene rappresentato da Dante come un essere di smisurata grandezza, con tre facce alla sua testa (l’una vermiglia, tra bianca e gialla l’altra, nera la terza), corpo peloso e sei enormi ali di pipistrello.

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

DANTE ALIGHIERI, “Divina Commedia – Inferno”, Canto XXXIV, vv.37-54

L’idea di Lucifero con tre facce non è espressione della fantasia di Dante; egli è, in un certo senso, l’antitesi della divinità creatrice che i Cristiani concepirono come Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo). Poiché per Dante, come per S. Tommaso, il Padre è Potestà, il Figlio è Sapienza, mentre lo Spirito Santo è Amore, le tre facce non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza ed odio.

Ordine e Caos nella mitologia (3)

La lotta tra Ordine e Caos trova interessanti analogie nei testi religiosi della Mesopotamia. I sacerdoti babilonesi ci hanno tramandato un poema sulle origini dell’universo noto come Enûma Elîš (o «Epopea della Creazione»), che prende il nome dai primi versi trascritti sulle tavolette rinvenute a Kiš, Babilonia e Ninive.
Si tratta di una delle visioni cosmologiche più antiche tra quelle pervenute sino ai giorni nostri.

Questa è l’epopea che ha inizio all’origine del tempo
quando i cieli in alto
non erano stati ancora nominati
né la terra sotto era stata chiamata per nome.

Esistevano, all’epoca, solo due divinità: Apsû, le acque primordiali sotto la terra, e Tiâmat, la personificazione del mare fonte della vita. Essi giacquero insieme e generarono tutti gli altri immortali.

Gli dèi di quella generazione si riunirono
e disturbarono Tiâmat
e il loro chiasso rimbombava.
Essi fecero rimescolare il ventre di Tiâmat,
la infastidivano giocando nella dimora degli dei.
Apsû non riusciva a calmare il loro rumore.

Allora Apsû, infastidita, meditò di uccidere tutti gli dei, ma il saggio Ea «che conosce ogni cosa» (altro nome di Enki) ne scoprì l’inganno, fece addormentare profondamente Apsû con un incantesimo e lo uccise; quindi Ea e sua moglie Damkina concepirono un figlio, cui posero il nome di Marduk.

Altero era il suo aspetto, penetrante il suo sguardo,
maturo il suo comportamento,
egli fu potente sin dall’inizio,
e suo padre l’ammirò e gioì raggiante;
molto al di sopra degli altri era superiore in tutto.

Quando Tiâmat scoprì l’uccisione di Apsû se ne addolorò e cercò di vendicarsi, generando terribili mostri, tra cui i serpenti giganti, che vennero dotati di occhi aguzzi e zanne spietate. Tiâmat condusse alla guerra il suo esercito di mostri e sconfisse ripetutamente gli dei che dovettero sottomettersi al suo potere; solo Marduk resistette alla furia dei demoni e si offrì di sconfiggere in duello la stessa Tiamat.

Tiâmat e Marduk, il campione degli dei,
si fronteggiarono,
si fecero vicini e ingaggiarono battaglia.
Tiâmat aprì la bocca per ingoiarlo,
Marduk scagliò una freccia che le forò il ventre,
la trapassò a metà e le trapassò il cuore,
la vinse e le tolse la vita.
Egli gettò a terra la carcassa e le si mise sopra.

Marduk sconfisse e imprigionò tutti i demoni creati da Tiâmat; quindi gettò a terra la carcassa della sua grande nemica e la divise a metà, «come un pesce messo ad essiccare»; con una metà egli creò il firmamento e con l’altra fabbricò la terra. Marduk organizzò tutto l’universo, creò il sole, la luna, gli astri, le nuvole, il vento e la pioggia; con la saliva di Tiâmat vennero fabbricate le nuvole, con i suoi occhi il Tigri e l’Eufrate. Il dio supremo impose le leggi alla natura e agli esseri viventi e fece costruire le dimore degli dei all’interno della città più sacra che chiamò Babilonia.

Secondo la concezione dei popoli mesopotamici, quindi, le forze del Caos contrastarono l’opera della creazione tentando di opporvi resistenza; a guidare la riscossa contro le divinità del Male, tuttavia, non furono gli dei della creazione (Anu, Enki ed Enlil), ma il dio babilonese Marduk.
È evidente, in questo caso, che i sacerdoti babilonesi hanno «manipolato» i testi sumerici sulla creazione; non osando stravolgere i testi sacri sulle origini dell’universo, essi riuscirono comunque a giustificare la primazia del loro dio Marduk pur lasciando alla triade sumerica l’onore di aver dato impulso alla creazione.

Ordine e Caos nella mitologia (2)

Lo schema della lotta tra il Bene e il Male (anteriore, questa volta, alla nascita del mondo) si ritrova nella mitologia nordica; secondo l’Edda in prosa, quando il Múspellsheimr (il mondo del fuoco) e il Niflheimr (il mondo del ghiaccio) giunsero una di fronte all’altra, accadde ciò che neppure gli dei riuscirono mai a spiegare: il contatto tra l’acqua purissima e la scintilla del fuoco provocò una terribile esplosione, da cui nacque il miracolo della vita.
Il regno del ghiaccio e del fuoco si mescolarono tra loro e plasmarono il corpo di un gigante; quanti discendono dalla sua stirpe, lo chiamarono Aurgelmir, ma gli dèi lo conoscono con il nome di Ymir.
Per lungo tempo, il gigante giacque addormentato in quel miscuglio caotico che era ancora l’universo primordiale; infine, il suo corpo si solidificò e cominciò a sudare; dai suoi umori nacque la progenie dei mostri e dei giganti, poiché essi erano impregnati del veleno dei fiumi Élivágar.
In quel tempo, inoltre, la solidificazione delle acque che percorrevano il Niflheimr formò il corpo di una grande mucca, che gli dei e i giganti denominarono Auðhumla e che nella lingua arcana dei nostri progenitori vuol dire la «grande nutrice»; leccando il ghiaccio ella plasmò le fattezze di un uomo grande e possente che gli dèi chiamarono Búri e che è l’antenato di tutte le stirpi divine.
Búri ebbe un figlio cui diede il nome di Borr, che nel sacro linguaggio delle rune vuol dire semplicemente il «nato» ; Borr sposò la figlia di un gigante della stirpe di Ymir ed ebbe tre figli che vennero chiamati Óðinn, Víli e .
Tutti gli esseri che abitavano allora l’universo avevano preso forma nel Ginnungagap (il vuoto), ma alcuni di essi erano permeati dal veleno e perciò inclini al male, mentre altri ne erano immuni e quindi volti verso il bene. Non trascorse quindi molto tempo prima che le forze del bene e quelle del male venissero coinvolti in un conflitto cosmico.
I figli di Borr vennero a battaglia con il possente Ymir e, a seguito di un furioso e cruento combattimento, essi infine lo uccisero. Quando il gigante ancestrale cadde esanime sotto i mortali colpi dei suoi nemici, il suo sangue sgorgò dalle molte ferite e sommerse completamente i suoi figli, che perirono annegati; solo il più giovane di questi, Bergelmir, riuscì a salvarsi con la sua compagna e riparò nel Niflheimr: da loro derivò la razza dei terribili giganti e degli orchi delle colline.
Óðinn, Víli e trascinarono la carcassa del gigante nel mezzo del Ginnungagap e con essa plasmarono la terra, i monti, e le colline; con il suo sangue essi formarono il mare, dalle sue ossa vennero ricavate le rupi e le rocce.

Dalla carne di Ymir fu fatta la terra,
dal suo sangue il mare,
dalle ossa le montagne,
gli alberi dalla chioma,
dal cranio il cielo.

Vafþrúðnismál [25]

Dai capelli di Ymir essi forgiarono i boschi e i cespugli, mentre con la calotta cranica dell’essere primordiale Óðinn, Víli e formarono la volta del cielo: essi catturarono le scintille ardenti del Múspellsheimr e le posero agli angoli dell’universo, per fissare le costellazioni a scandire in eterno l’ordine del tempo e dello spazio.
Infine, Óðinn e i suoi fratelli presero le ciglia del gigante e cinsero delle mura di difesa attorno alla terra per proteggerla dai giganti, cui venne dato il nome di Miðgarðr (che significa «Recinto di mezzo»).
Fu quello il primo fatale scontro tra il Bene e il Male, che si risolse con la vittoria schiacciante tra le forze non contaminate dall’ancestrale veleno degli Élivágar.

La mitologia nordica vive il confronto tra Ordine e Caos in modo, per così dire, quasi ossessivo rispetto alla cultura ellenica; a differenza dei Greci, che elaborarono il concetto di «armonia» e di hýbris i popoli germanici e scandinavi sono pervasi da un forte senso dell’effimero e del precario.
Le generazioni divine in Ellade si riconciliano; nel Nord Europa, invece, l’equilibrio tra le forze del Bene e del Male è sempre appeso ad un filo e spesso il suo mantenimento è affidato al coraggio ed alla forza di pochi eroi e semidei; questo spiega la disperazione che traspare nei poemi germanici in occasione della morte di un grande condottiero.

Lamentarono in lugubri riflessioni, l’angoscia
della mente, la perdita del loro feudatario,
E una ragazza geata, coi capelli ritorti
[…] cantò un canto di lutto,
angosciata, dolente. Ripeté molte volte
che aveva paura di un duro attacco militare,
di uno stormo di stragi, del terrore delle truppe,
di oltraggi, dell’oppressione delle catene.

Bēowulf [3147-3155]

Se nella cultura ellenica lo scontro cosmico tra generazioni di dei finisce con l’affermazione del regno della Díke, i popoli del Nord raffigurano questo eterno conflitto con l’immagine di Yggdrasill (l’enorme frassino su cui poggia il mondo creato da Óðinn  e i suoi fratelli), le cui radici sono continuamente dilaniate dai draghi guidati dal feroce Níðhöggr, che con le sue terribili fauci si avventa contro il frassino; accanto al drago vivono molti serpenti che soffiano mefitiche nubi di veleno.
Secondo la mitologia nordica un giorno gli dèi saranno chiamati nuovamente a fronteggiare i giganti che verranno dalle regioni del ghiaccio e del fuoco, per combattere una guerra che si risolverà solo con la sconfitta definitiva di uno o l’altro dei contendenti; ognuno degli esseri viventi dovrà prendere parte per l’una o per l’altra fazione e l’apporto che verrà dallo spirito guerriero della razza umana sarà decisivo.
In quel giorno, per il quale gli indovini usano il sinistro nome di Ragnarök, gli dèi e gli uomini si batteranno valorosamente contro le forze del caos e della distruzione, annientandosi a vicenda; ma saranno infine i giganti del fuoco a prevalere. Il gigante Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto l’universo brucerà per tornare ad essere un caotico ed indifferenziato nulla.

La vittoria delle forze del Male sarà tuttavia effimera e avrà breve durata, perché le forze del Caos potranno solo distruggersi nel rogo che esse stesse avranno provocato; dalle ceneri del mondo distrutto risorgerà il nuovo ordine, dove gli dèi torneranno nelle loro dimore e gli uomini daranno vita ad una nuova stirpe.

La rinascita che deriva dalla distruzione è un archetipo della cultura nordica che viene, non a caso, ripreso anche da un grandissimo esperto e conoscitore di questa mitologia quale J.R.R. Tolkien, che nel suo romanzo Il Signore degli Anelli rappresenta simbolicamente questo scontro tra Bene e Male nella lotta finale tra Frodo e Gollum per il possesso del potentissimo One Ring; non è affatto casuale che a prevalere, inizialmente, sia proprio Gollum (il Male) che strappa l’oggetto magico a Frodo salvo poi precipitare tra le fiamme di Monte Fato (urlando sino all’ultimo Precious! O, my Precious), distruggendo se stesso e l’Anello.

Ordine e Caos nella mitologia (1)

La visione del mondo secondo gli Elleni, strettamente legata all’idea di cháos e di kósmos, deriva da fonti antichissime.
Come molte delle popolazioni storiche che ci hanno preceduto, la religione ellenica deriva da una fusione (non sappiamo se pacifica o derivante da vere e proprie invasioni) tra elementi mediterranei e indoeuropei: in particolare, essa costituisce probabilmente una sintesi tra:
a) popolazioni autoctone, che la tradizione chiama spesso con il nome di Pelasgi (le genti che abitavano la penisola ellenica prima degli Indoeuropei erano in realtà più eterogenee: si distinguono, secondo talune fonti, almeno quattro gruppi linguistici principali, tra cui quello pelasgico e quello minoico);
b) genti indoeuropee provenienti dal nord, costituite da principalmente da Achei, Ioni, Eoli (giunti in Grecia agli inizi dell’età del bronzo) e, in seguito, i Dori che invasero la penisola ellenica in modo cruento sul finire del II millennio a.C.
I miti e i culti appartenenti a popolazioni provenienti da questi ceppi diversi diedero vita ad un corpus mitico che non ha eguali nella storia del mondo antico, ma che agli occhi del lettore moderno presenta palesi contraddizioni.

L’incontro tra concezioni religiose differenti ha infatti generato un pantheon di divinità le cui attribuzioni erano, per così dire, in competizione tra di loro (quando non si verificano veri e propri «doppioni», come nel caso di Helios e di Apollo, entrambi legati al culto del sole).
Tali apparenti antinomie possono agevolmente spiegarsi ove si riconosca che gli abitanti della penisola ellenica dell’età storica furono il prodotto di un sincretismo tra popoli che avevano già elaborato un sistema autonomo e coerente di credenze, per cui si incontrarono patrimoni mitici autosufficienti ed eterogenei tra di loro.
Molte sono, ad esempio, le figure femminili della religione ellenica riconducibili all’idea della Dea Madre (Magna Mater), come Gea, Rea Cibele, Demetra, Hera ed Afrodite, evidentemente frutto dell’incontro di popoli, ciascuno dei quali portava con sé la propria Madre Terra.

In particolare, si distinguono nel sistema religioso ellenico due filoni principali:

  1. una prima componente è costituita dalle genti pre-indoeuropee che abitavano il nostro continente per le quali gli studiosi hanno coniato il termine di Old Europe ma che noi conosciamo anche con il nome di Mediterranei: erano popolazioni dedite all’agricoltura e, poiché la loro sopravvivenza dipendeva prevalentemente dal raccolto, essi tendevano a mitizzare la terra e i fenomeni naturali. Molte delle divinità antiche dell’Europa “risiedono” infatti nella terra, come la Gran Madre raffigurata in molte sculture preistoriche o negli antichi templi delle isole del Mediterraneo (Malta, Creta). Nel mondo ellenico essa aveva il nome di Potnia e sarebbe poi diventata, in epoca storica, la divinità che Esiodo chiama Gaia (o Gea);
  2. le popolazioni appartenenti al gruppo degli Indoeuropei che, in un periodo compreso tra il V e il II millennio a.C., colonizzarono (o conquistarono) l’Europa e l’Asia Minore partendo probabilmente da un nucleo sito nelle steppe della odierna Russia (c.d. cultura dei Kurgan), erano invece essenzialmente nomadi, ragion per cui le loro credenze religiose non potevano che essere influenzate da questo fattore: le loro principali divinità risiedevano in cielo, in quanto unico elemento stabile e ricorrente nelle loro peregrinazioni; nacquero così teofanie basate sulla adorazione del sole, del cielo e delle manifestazioni più terribili che da esso provengono: il tuono ed il fulmine.

I sacerdoti, i profeti e i cantori del periodo intermedio faticarono non poco per cercare di armonizzare due concezioni della vita opposte, l’una ispirata al culto della terra e l’altra che tendeva a divinizzare il cielo.
Va inoltre evidenziato che, al pari di molte altre popolazioni dell’antichità, in una prima fase gli Elleni probabilmente identificavano il sacro con le forze naturali (pare che gli dèi più importanti fossero inizialmente Poseidone e Demetra).
Pur nella difficoltà di poter effettuare generalizzazioni su basi solide e razionali, in assenza di testimonianze scritte, è verosimile che in un primo tempo la divinità venisse prevalentemente raffigurata con un aspetto animale, ovvero metà uomo e metà animale (in alcuni casi, addirittura, la divinità veniva rappresentata come una orrida commistione tra animali diversi): tale iconografia religiosa è nota anche come «naturalismo».
Successivamente, tale concezione venne superata identificando il sacro ed il divino con elementi tipicamente umani e anche gli dei vennero raffigurati in forma umana, anche se idealizzati («antropomorfismo»): i figli di Crono e i loro discendenti erano raffigurati come degli umani «perfetti», in quanto erano immortali, ma con tutte le passioni e i vizi degli uomini: dall’amore alla collera, dall’amicizia alla gelosia.

La genialità dello spirito greco, che nei secoli ha sempre cercato di inglobare il «diverso» per arricchire il proprio sistema di credenze, sta nell’aver ideato una teogonia in cui le divinità si sono trovate in competizione tra di loro, generando un vero e proprio conflitto tra numi della prima e della seconda generazione.
Lo scontro tra gli dèi, inizialmente culminato nel trionfo delle nuove divinità, si risolse quindi nell’armonia (kósmos) tra la vecchia e la nuova stirpe dei numi e con l’affermarsi dell’età della giustizia (díke).
Dopo aver sconfitto al termine di un’aspra battaglia i Titani e il mostruoso Tifeo, infatti, il sovrano del cielo Zeus si riconciliò con le antiche divinità che riconobbero il suo ruolo; paradigmatica la figura di Prometeo, che inizialmente rubò il fuoco dall’Olimpo per donarlo agli uomini (ancora una volta, come nella mitologia ebraica, il progresso umano è il frutto di una disobbedienza al comando del dio supremo) ma poi si riappacificò con il padre di tutti gli dèi.

Una tale concezione della vita si riflette in tutta la tradizione religiosa del Medioevo ellenico, che culmina con l’opera di Esiodo, poeta nativo della Beozia e vissuto nell’VIII sec. a.C. (Teogonia, Le opere e i giorni), per giungere sino all’età classica.

Tale è la legge che agli uomini impose il figlio di Crono:
ai pesci e alle fiere e agli uccelli alati
di mangiarsi fra loro, perché fra loro giustizia non c’è;
ma agli uomini diede giustizia che è molto migliore

ESIODO, Le opere e i giorni, vv. 276-279

Nel V sec. a.C. il tragediografo Eschilo nella sua Orestea mette in scena il redde rationem tra gli dèi della vecchia generazione, impersonati dalle Erinni, e quelli della nuova generazione (Apollo, in particolare), chiamati a decidere sulla colpevolezza di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre su ordine dell’oracolo di Delfi.
Tale terribile precetto era stato vaticinato dalla Pizia, la sacerdotessa di Apollo, che aveva inteso in questo modo far vendicare l’assassinio del re di Micene Agamennone, ucciso con l’inganno dalla moglie Clietennestra (madre di Oreste) in combutta con l’amante Egisto.
Oreste aveva eseguito l’ordine dell’oracolo trucidando la madre assieme ad Egisto ed era stato per questo vittima della persecuzione delle Erinni, esseri alati dalla pelle nera e dai capelli tramutati in serpenti che perseguitavano coloro i quali si macchiavano dei crimini più efferati.
Oreste riparò così ad Atene dove ottenne di essere giudicato dall’Areopago, il tribunale istituito nella città fondata dal mitico Cecrope.
Sul banco dell’accusa sedettero le Erinni, le quali si fecero portavoce dell’antica legge del ghenos (la tribù delle popolazioni elleniche), basata sui vincolo tra consanguinei, per la quale il matricidio costituiva uno dei crimini più gravi.
Apollo sostenne invece che tale omicidio poteva essere giustificato, in quanto posto in essere per vendicare l’assassino che Clitennestra aveva ordito nei confronti del marito Agamennone: secondo la nuova legge della pólis l’assassinio del proprio coniuge, infatti, ha un valore pari a quello commesso nei confronti di un membro della stirpe in quanto il matrimonio costituisce un legame altrettanto solido di quello di sangue.

ERINNI: Eppure questo è il compito che il Fato ci assegnò
APOLLO: Quale onorato incarico? Fa’ squillare la tua dignità!
ERINNI: Cacciamo i matricidi dalle loro dimore.
APOLLO: Che farete dunque di una donna assassina dello sposo?
ERINNI: Ma la sua mano non perpetrò strage di sangue uguale.

ESCHILO, Le Eumenidi, III

I giudici dell’Areopago, presieduto dalla dea Atena, furono chiamati a giudicare sulla colpevolezza o sulla innocenza di Oreste; alla vergine figlia di Zeus e protettrice della città toccò dare l’ultimo suffragio e la dea si pronunciò a favore di Oreste. Al termine dello spoglio il verdetto finale venne annunciato.

ATENA: Quest’uomo è assolto dall’accusa di assassinio,
infatti il numero dei voti è pari.

ESCHILO, Le Eumenidi, III

La «vittoria» dei nuovi dèi viene quindi sancita con l’assoluzione di Oreste da parte dei giudici dell’Aeropago di Atene, anche se in effetti il verdetto è tutt’altro che unanime, poiché i giurati appaiono divisi: solo con il suo voto Atena dichiarò l’innocenza di Oreste. Le Erinni tuttavia non furono umiliate perché il loro culto venne ammesso ad Atene con tutti gli onori ed esse si trasformano in Eumenidi (le «Benevole»).

La genialità del pensiero greco sta nell’aver elaborato, nella propria religione, questa idea del graduale passaggio dal caos all’ordine: in questo kósmos ogni essere ha il suo ruolo e la sua importanza, che contribuisce alla sintesi armonica del tutto; cercare di sottrarsi al proprio ufficio ovvero andare oltre la propria funzione costituisce per gli Elleni un peccato di superbia (hýbris) che turba l’ordine naturale creando disarmonia e che porta alla punizione divina: tale reazione non culmina tuttavia in un atto repressivo che opera nel mondo terreno o ultraterreno (come nelle religioni orientali), ma è una reazione strumentale alla ricostituzione di un nuovo equilibrio.

Bibliografia essenziale
CARENA, C. [cura]:  L’Orestea. Einaudi, Torino 1980, p. 17

La leggenda dell’astronomo arabo (testo originale integrale)

The Alhambra, by Washington Irving

Legend of the Arabian Astrologer.

IN OLD times, many hundred years ago, there was a Moorish king named Aben Habuz, who reigned over the kingdom of Granada. He was a retired conqueror, that is to say, one who having in his more youthful days led a life of constant foray and depredation, now that he was grown feeble and superannuated, “languished for repose,” and desired nothing more than to live at peace with all the world, to husband his laurels, and to enjoy in quiet the possessions he had wrested from his neighbors.

It so happened, however, that this most reasonable and pacific old monarch had young rivals to deal with; princes full of his early passion for fame and fighting, and who were disposed to call him to account for the scores he had run up with their fathers. Certain distant districts of his own territories, also, which during the days of his vigor he had treated with a high hand, were prone, now that he languished for repose, to rise in rebellion and threaten to invest him in his capital. Thus he had foes on every side; and as Granada is surrounded by wild and craggy mountains, which hide the approach of an enemy, the unfortunate Aben Habuz was kept in a constant state of vigilance and alarm, not knowing in what quarter hostilities might break out.

It was in vain that he built watchtowers on the mountains, and stationed guards at every pass with orders to make fires by night and smoke by day, on the approach of an enemy. His alert foes, baffling every precaution, would break out of some unthought-of defile, ravage his lands beneath his very nose, and then make off with prisoners and booty to the mountains. Was ever peaceable and retired conqueror in a more uncomfortable predicament?

While Aben Habuz was harassed by these perplexities and molestations, an ancient Arabian physician arrived at his court. His gray beard descended to his girdle, and he had every mark of extreme age, yet he had travelled almost the whole way from Egypt on foot, with no other aid than a staff, marked with hieroglyphics. His fame had preceded him. His name was Ibrahim Ebn Abu Ayub, he was said to have lived ever since the days of Mahomet, and to be son of Abu Ayub, the last of the companions of the Prophet. He had, when a child, followed the conquering army of Amru into Egypt, where he had remained many years studying the dark sciences, and particularly magic, among the Egyptian priests.

It was, moreover, said that he had found out the secret of prolonging life, by means of which he had arrived to the great age of upwards of two centuries, though, as he did not discover the secret until well stricken in years, he could only perpetuate his gray hairs and wrinkles.

This wonderful old man was honorably entertained by the king, who, like most superannuated monarchs, began to take physicians into great favor. He would have assigned him an apartment in his palace, but the astrologer preferred a cave in the side of the hill which rises above the city of Granada, being the same on which the Alhambra has since been built. He caused the cave to be enlarged so as to form a spacious and lofty hall, with a circular hole at the top, through which, as through a well, he could see the heavens and behold the stars even at mid-day. The walls of this hall were covered with Egyptian hieroglyphics, with cabalistic symbols, and with the figures of the stars in their signs. This hall he furnished with many implements, fabricated under his directions by cunning artificers of Granada, but the occult properties of which were known only to himself.

In a little while the sage Ibrahim became the bosom counsellor of the king, who applied to him for advice in every emergency. Aben Habuz was once inveighing against the injustice of his neighbors, and bewailing the restless vigilance he had to observe to guard himself against their invasions; when he had finished, the astrologer remained silent for a moment, and then replied, “Know, O King, that when I was in Egypt I beheld a great marvel devised by a pagan priestess of old. On a mountain, above the city of Borsa, and overlooking the great valley of the Nile, was a figure of a ram, and above it a figure of a cock, both of molten brass, and turning upon a pivot. Whenever the country was threatened with invasion, the ram would turn in the direction of the enemy, and the cock would crow; upon this the inhabitants of the city knew of the danger, and of the quarter from which it was approaching, and could take timely means to guard against it.”

“God is great!” exclaimed the pacific Aben Habuz, “what a treasure would be such a ram to keep an eye upon these mountains around me; and then such a cock, to crow in time of danger! Allah Akbar! how securely I might sleep in my palace with such sentinels on the top!”

The astrologer waited until the ecstasies of the king had subsided, and then proceeded:

“After the victorious Amru (may he rest in peace!) had finished his conquest of Egypt, I remained among the priests of the land, studying the rites and ceremonies of their idolatrous faith, and seeking to make myself master of the hidden knowledge for which they are renowned. I was one day seated on the banks of the Nile, conversing with an ancient priest, when he pointed to the mighty pyramids which rose like mountains out of the neighboring desert. ‘All that we can teach thee,’ said he, ‘is nothing to the knowledge locked up in those mighty piles. In the centre of the central pyramid is a sepulchral chamber, in which is inclosed the mummy of the high-priest, who aided in rearing that stupendous pile; and with him is buried a wondrous book of knowledge containing all the secrets of magic and art. This book was given to Adam after his fall, and was handed down from generation to generation to King Solomon the wise, and by its aid he built the temple of Jerusalem. How it came into the possession of the builder of the pyramids, is known to him alone who knows all things.’

“When I heard these words of the Egyptian priest, my heart burned to get possession of that book. I could command the services of many of the soldiers of our conquering army, and of a number of the native Egyptians: with these I set to work, and pierced the solid mass of the pyramid, until, after great toil, I came upon one of its interior and hidden passages. Following this up, and threading a fearful labyrinth, I penetrated into the very heart of the pyramid, even to the sepulchral chamber, where the mummy of the high-priest had lain for ages. I broke through the outer cases of the mummy, unfolded its many wrappers and bandages, and at length found the precious volume on its bosom. I seized it with a trembling hand, and groped my way out of the pyramid, leaving the mummy in its dark and silent sepulchre, there to await the final day of resurrection and judgment.”

“Son of Abu Ayub,” exclaimed Aben Habuz, “thou hast been a great traveller, and seen marvellous things; but of what avail to me is the secret of the pyramid, and the volume of knowledge of the wise Solomon?”

“This it is, O king! By the study of that book I am instructed in all magic arts, and can command the assistance of genii to accomplish my plans. The mystery of the Talisman of Borsa is therefore familiar to me, and such a talisman can I make; nay, one of greater virtues.”

“O wise son of Abu Ayub,” cried Aben Habuz, “better were such a talisman, than all the watchtowers on the hills, and sentinels upon the borders. Give me a safeguard, and the riches of my treasury are at thy command.”

The astrologer immediately set to work to gratify the wishes of the monarch. He caused a great tower to be erected upon the top of the royal palace, which stood on the brow of the hill of the Albaycin. The tower was built of stones brought from Egypt, and taken, it is said, from one of the pyramids. In the upper part of the tower was a circular hall, with windows looking towards every point of the compass, and before each window was a table, on which was arranged, as on a chess-board, a mimic army of horse and foot, with the effigy of the potentate that ruled in that direction, all carved of wood. To each of these tables there was a small lance, no bigger than a bodkin, on which were engraved certain Chaldaic characters. This hall was kept constantly closed, by a gate of brass, with a great lock of steel, the key of which was in possession of the king.

On the top of the tower was a bronze figure of a Moorish horseman, fixed on a pivot, with a shield on one arm, and his lance elevated perpendicularly. The face of this horseman was towards the city, as if keeping guard over it; but if any foe were at hand, the figure would turn in that direction, and would level the lance as if for action.

When this talisman was finished, Aben Habuz was all impatient to try its virtues; and longed as ardently for an invasion as he had ever sighed after repose. His desire was soon gratified. Tidings were brought, early one morning, by the sentinel appointed to watch the tower, that the face of the bronze horseman was turned towards the mountains of Elvira, and that his lance pointed directly against the Pass of Lope.

“Let the drums and trumpets sound to arms, and all Granada be put on the alert,” said Aben Habuz.

“O king,” said the astrologer, “Let not your city be disquieted, nor your warriors called to arms; we need no aid of force to deliver you from your enemies. Dismiss your attendants, and let us proceed alone to the secret hall of the tower.”

The ancient Aben Habuz mounted the staircase of the tower, leaning on the arm of the still more ancient Ibrahim Ebn Abu Ayub. They unlocked the brazen door and entered. The window that looked towards the Pass of Lope was open. “In this direction,” said the astrologer, “lies the danger; approach, O king, and behold the mystery of the table.”

King Aben Habuz approached the seeming chess-board, on which were arranged the small wooden effigies, when, to his surprise, he perceived that they were all in motion. The horses pranced and curveted, the warriors brandished their weapons, and there was a faint sound of drums and trumpets, and the clang of arms, and neighing of steeds; but all no louder, nor more distinct, than the hum of the bee, or the summer-fly, in the drowsy ear of him who lies at noontide in the shade.

“Behold, O king,” said the astrologer, “a proof that thy enemies are even now in the field. They must be advancing through yonder mountains, by the Pass of Lope. Would you produce a panic and confusion amongst them, and cause them to retreat without loss of life, strike these effigies with the but-end of this magic lance; would you cause bloody feud and carnage, strike with the point.”

A livid streak passed across the countenance of Aben Habuz; he seized the lance with trembling eagerness; his gray beard wagged with exultation as he tottered toward the table: “Son of Abu Ayub,” exclaimed he, in chuckling tone, “I think we will have a little blood!”

So saying, he thrust the magic lance into some of the pigmy effigies, and belabored others with the but-end, upon which the former fell as dead upon the board, and the rest turning upon each other began, pell-mell, a chance-medley fight.

It was with difficulty the astrologer could stay the hand of the most pacific of monarchs, and prevent him from absolutely exterminating his foes; at length he prevailed upon him to leave the tower, and to send out scouts to the mountains by the Pass of Lope.

They returned with the intelligence, that a Christian army had advanced through the heart of the Sierra, almost within sight of Granada, where a dissension had broken out among them; they had turned their weapons against each other, and after much slaughter had retreated over the border.

Aben Habuz was transported with joy on thus proving the efficacy of the talisman. “At length,” said he, “I shall lead a life of tranquillity, and have all my enemies in my power. O wise son of Abu Ayub, what can I bestow on thee in reward for such a blessing?”

“The wants of an old man and a philosopher, O king, are few and simple; grant me but the means of fitting up my cave as a suitable hermitage, and I am content.”

“How noble is the moderation of the truly wise!” exclaimed Aben Habuz, secretly pleased at the cheapness of the recompense. He summoned his treasurer, and bade him dispense whatever sums might be required by Ibrahim to complete and furnish his hermitage.

The astrologer now gave orders to have various chambers hewn out of the solid rock, so as to form ranges of apartments connected with his astrological hall; these he caused to be furnished with luxurious ottomans and divans, and the walls to be hung with the richest silks of Damascus. “I am an old man,” said he, “and can no longer rest my bones on stone couches, and these damp walls require covering.”

He had baths too constructed, and provided with all kinds of perfumes and aromatic oils: “For a bath,” said he, “is necessary to counteract the rigidity of age, and to restore freshness and suppleness to the frame withered by study.”

He caused the apartments to be hung with innumerable silver and crystal lamps, which he filled with a fragrant oil, prepared according to a receipt discovered by him in the tombs of Egypt. This oil was perpetual in its nature, and diffused a soft radiance like the tempered light of day. “The light of the sun,” said he, “is too garish and violent for the eyes of an old man, and the light of the lamp is more congenial to the studies of a philosopher.”

The treasurer of King Aben Habuz groaned at the sums daily demanded to fit up this hermitage, and he carried his complaints to the king. The royal word, however, had been given; Aben Habuz shrugged his shoulders: “We must have patience,” said he, “this old man has taken his idea of a philosophic retreat from the interior of the pyramids, and of the vast ruins of Egypt; but all things have an end, and so will the furnishing of his cavern.”

The king was in the right; the hermitage was at length complete, and formed a sumptuous subterranean palace. The astrologer expressed himself perfectly content, and, shutting himself up, remained for three whole days buried in study. At the end of that time he appeared again before the treasurer. “One thing more is necessary,” said he, “one trifling solace for the intervals of mental labor.”

“O wise Ibrahim, I am bound to furnish every thing necessary for thy solitude; what more dost thou require?”

“I would fain have a few dancing women.”

“Dancing women!” echoed the treasurer, with surprise.

“Dancing women,” replied the sage, gravely; “and let them be young and fair to look upon; for the sight of youth and beauty is refreshing. A few will suffice, for I am a philosopher of simple habits and easily satisfied.”

While the philosophic Ibrahim Ebn Abu Ayub passed his time thus sagely in his hermitage, the pacific Aben Habuz carried on furious campaigns in effigy in his tower. It was a glorious thing for an old man, like himself, of quiet habits, to have war made easy, and to be enabled to amuse himself in his chamber by brushing away whole armies like so many swarms of flies.

For a time he rioted in the indulgence of his humors, and even taunted and insulted his neighbors, to induce them to make incursions; but by degrees they grew wary from repeated disasters, until no one ventured to invade his territories. For many months the bronze horseman remained on the peace establishment with his lance elevated in the air, and the worthy old monarch began to repine at the want of his accustomed sport, and to grow peevish at his monotonous tranquillity.

At length, one day, the talismanic horseman veered suddenly round, and lowering his lance, made a dead point towards the mountains of Guadix. Aben Habuz hastened to his tower, but the magic table in that direction remained quiet; not a single warrior was in motion. Perplexed at the circumstance, he sent forth a troop of horse to scour the mountains and reconnoitre. They returned after three days’ absence.

“We have searched every mountain pass,” said they, “but not a helm nor spear was stirring. All that we have found in the course of our foray, was a Christian damsel of surpassing beauty, sleeping at noontide beside a fountain, whom we have brought away captive.”

“A damsel of surpassing beauty!” exclaimed Aben Habuz, his eyes gleaming with animation; “let her be conducted into my presence.”

The beautiful damsel was accordingly conducted into his presence. She was arrayed with all the luxury of ornament that had prevailed among the Gothic Spaniards at the time of the Arabian conquest. Pearls of dazzling whiteness were entwined with her raven tresses; and jewels sparkled on her forehead, rivalling the lustre of her eyes. Around her neck was a golden chain, to which was suspended a silver lyre, which hung by her side.

The flashes of her dark refulgent eye were like sparks of fire on the withered, yet combustible, heart of Aben Habuz; the swimming voluptuousness of her gait made his senses reel. “Fairest of women,” cried he, with rapture, “who and what art thou?”

“The daughter of one of the Gothic princes, who but lately ruled over this land. The armies of my father have been destroyed, as if by magic, among these mountains; he has been driven into exile, and his daughter is a captive.”

“Beware, O king!” whispered Ibrahim Ebn Abu Ayub, “this may be one of these northern sorceresses of whom we have heard, who assume the most seductive forms to beguile the unwary. Methinks I read witchcraft in her eye, and sorcery in every movement. Doubtless this is the enemy pointed out by the talisman.”

“Son of Abu Ayub,” replied the king, “thou art a wise man, I grant, a conjuror for aught I know; but thou art little versed in the ways of woman. In that knowledge will I yield to no man; no, not to the wise Solomon himself, notwithstanding the number of his wives and concubines. As to this damsel, I see no harm in her; she is fair to look upon, and finds favor in my eyes.”

“Hearken, O king!” replied the astrologer. “I have given thee many victories by means of my talisman, but have never shared any of the spoil. Give me then this stray captive, to solace me in my solitude with her silver lyre. If she be indeed a sorceress, I have counter spells that set her charms at defiance.”

“What! more women!” cried Aben Habuz. “Hast thou not already dancing women enough to solace thee?”

“Dancing women have I, it is true, but no singing women. I would fain have a little minstrelsy to refresh my mind when weary with the toils of study.”

“A truce with thy hermit cravings,” said the king, impatiently. “This damsel have I marked for my own. I see much comfort in her; even such comfort as David, the father of Solomon the wise, found in the society of Abishag the Shunammite.”

Further solicitations and remonstrances of the astrologer only provoked a more peremptory reply from the monarch, and they parted in high displeasure. The sage shut himself up in his hermitage to brood over his disappointment; ere he departed, however, he gave the king one more warning to beware of his dangerous captive. But where is the old man in love that will listen to council? Aben Habuz resigned himself to the full sway of his passion. His only study was how to render himself amiable in the eyes of the Gothic beauty. He had not youth to recommend him, it is true, but then he had riches; and when a lover is old, he is generally generous. The Zacatin of Granada was ransacked for the most precious merchandise of the East; silks, jewels, precious gems, exquisite perfumes, all that Asia and Africa yielded of rich and rare, were lavished upon the princess. All kinds of spectacles and festivities were devised for her entertainment; minstrelsy, dancing, tournaments, bull-fights — Granada for a time was a scene of perpetual pageant.

The Gothic princess regarded all this splendor with the air of one accustomed to magnificence. She received every thing as a homage due to her rank, or rather to her beauty; for beauty is more lofty in its exactions even than rank. Nay, she seemed to take a secret pleasure in exciting the monarch to expenses that made his treasury shrink; and then treating his extravagant generosity as a mere matter of course. With all his assiduity and munificence, also, the venerable lover could not flatter himself that he had made any impression on her heart. She never frowned on him, it is true, but then she never smiled. Whenever he began to plead his passion, she struck her silver lyre. There was a mystic charm in the sound. In an instant the monarch began to nod; a drowsiness stole over him, and he gradually sank into a sleep, from which he awoke wonderfully refreshed, but perfectly cooled for the time of his passion. This was very baffling to his suit; but then these slumbers were accompanied by agreeable dreams, which completely inthralled the senses of the drowsy lover, so he continued to dream on, while all Granada scoffed at his infatuation, and groaned at the treasures lavished for a song.

At length a danger burst on the head of Aben Habuz, against which his talisman yielded him no warning. An insurrection broke out in his very capital: his palace was surrounded by an armed rabble, who menaced his life and the life of his Christian paramour. A spark of his ancient warlike spirit was awakened in the breast of the monarch. At the head of a handful of his guards he sallied forth, put the rebels to flight, and crushed the insurrection in the bud.

When quiet was again restored, he sought the astrologer, who still remained shut up in his hermitage, chewing the bitter cud of resentment.

Aben Habuz approached him with a conciliatory tone. “O wise son of Abu Ayub,” said he, “well didst thou predict dangers to me from this captive beauty: tell me then, thou who art so quick at foreseeing peril, what I should do to avert it.”

“Put from thee the infidel damsel who is the cause.”

“Sooner would I part with my kingdom,” cried Aben Habuz.

“Thou art in danger of losing both,” replied the astrologer.

“Be not harsh and angry, O most profound of philosophers; consider the double distress of a monarch and a lover, and devise some means of protecting me from the evils by which I am menaced. I care not for grandeur, I care not for power, I languish only for repose; would that I had some quiet retreat where I might take refuge from the world, and all its cares, and pomps, and troubles, and devote the remainder of my days to tranquillity and love.”

The astrologer regarded him for a moment, from under his bushy eyebrows.

“And what wouldst thou give, if I could provide thee such a retreat?”

“Thou shouldst name thy own reward, and whatever it might be, if within the scope of my power, as my soul liveth, it should be thine.”

“Thou hast heard, O king, of the garden of Irem, one of the prodigies of Arabia the happy.”

“I have heard of that garden; it is recorded in the Koran, even in the chapter entitled ‘The Dawn of Day.’ I have, moreover, heard marvellous things related of it by pilgrims who had been to Mecca; but I considered them wild fables, such as travellers are wont to tell who have visited remote countries.”

“Discredit not, O king, the tales of travellers,” rejoined the astrologer, gravely, “for they contain precious rarities of knowledge brought from the ends of the earth. As to the palace and garden of Irem, what is generally told of them is true; I have seen them with mine own eyes — listen to my adventure; for it has a bearing upon the object of your request.

“In my younger days, when a mere Arab of the desert, I tended my father’s camels. In traversing the desert of Aden, one of them strayed from the rest, and was lost. I searched after it for several days, but in vain, until, wearied and faint, I laid myself down at noontide, and slept under a palm-tree by the side of a scanty well. When I awoke, I found myself at the gate of a city. I entered, and beheld noble streets, and squares, and market-places; but all were silent and without an inhabitant. I wandered on until I came to a sumptuous palace with a garden adorned with fountains and fishponds, and groves and flowers, and orchards laden with delicious fruit; but still no one was to be seen. Upon which, appalled at this loneliness, I hastened to depart; and, after issuing forth at the gate of the city, I turned to look upon the place, but it was no longer to be seen; nothing but the silent desert extended before my eyes.

“In the neighborhood I met with an aged dervise, learned in the traditions and secrets of the land, and related to him what had befallen me. ‘This,’ said he, ‘is the far-famed garden of Irem, one of the wonders of the desert. It only appears at times to some wanderer like thyself, gladdening him with the sight of towers and palaces and garden walls overhung with richly-laden fruit-trees, and then vanishes, leaving nothing but a lonely desert. And this is the story of it. In old times, when this country was inhabited by the Addites, King Sheddad, the son of Ad, the great grandson of Noah, founded here a splendid city. When it was finished, and he saw its grandeur, his heart was puffed up with pride and arrogance, and he determined to build a royal palace, with gardens which should rival all related in the Koran of the celestial paradise. But the curse of heaven fell upon him for his presumption. He and his subjects were swept from the earth, and his splendid city, and palace, and gardens, were laid under a perpetual spell, which hides them from human sight, excepting that they are seen at intervals, by way of keeping his sin in perpetual remembrance.’

“This story, O king, and the wonders I had seen, ever dwelt in my mind; and in after years, when I had been in Egypt, and was possessed of the book of knowledge of Solomon the wise, I determined to return and revisit the garden of Irem. I did so, and found it revealed to my instructed sight. I took possession of the palace of Sheddad, and passed several days in his mock paradise. The genii who watch over the place, were obedient to my magic power, and revealed to me the spells by which the whole garden had been, as it were, conjured into existence, and by which it was rendered invisible. Such a palace and garden, O king, can I make for thee, even here, on the mountain above thy city. Do I not know all the secret spells? and am I not in possession of the book of knowledge of Solomon the wise?”

“O wise son of Abu Ayub!” exclaimed Aben Habuz, trembling with eagerness, “thou art a traveller indeed, and hast seen and learned marvellous things! Contrive me such a paradise, and ask any reward, even to the half of my kingdom.”

“Alas!” replied the other, “thou knowest I am an old man, and a philosopher, and easily satisfied; all the reward I ask is the first beast of burden, with its load, which shall enter the magic portal of the palace.”

The monarch gladly agreed to so moderate a stipulation, and the astrologer began his work. On the summit of the hill, immediately above his subterranean hermitage, he caused a great gateway or barbican to be erected, opening through the centre of a strong tower.

There was an outer vestibule or porch, with a lofty arch, and within it a portal secured by massive gates. On the key-stone of the portal the astrologer, with his own hand, wrought the figure of a huge key; and on the key-stone of the outer arch of the vestibule, which was loftier than that of the portal, he carved a gigantic hand. These were potent talismans, over which he repeated many sentences in an unknown tongue.

When this gateway was finished he shut himself up for two days in his astrological hall, engaged in secret incantations; on the third he ascended the hill, and passed the whole day on its summit. At a late hour of the night he came down, and presented himself before Aben Habuz.

“At length, O king,” said he, “my labor is accomplished. On the summit of the hill stands one of the most delectable palaces that ever the head of man devised, or the heart of man desired. It contains sumptuous halls and galleries, delicious gardens, cool fountains, and fragrant baths; in a word, the whole mountain is converted into a paradise. Like the garden of Irem, it is protected by a mighty charm, which hides it from the view and search of mortals, excepting such as possess the secret of its talismans.”

“Enough!” cried Aben Habuz, joyfully, “to-morrow morning with the first light we will ascend and take possession.”

The happy monarch slept but little that night. Scarcely had the rays of the sun begun to play about the snowy summit of the Sierra Nevada, when he mounted his steed, and, accompanied only by a few chosen attendants, ascended a steep and narrow road leading up the hill. Beside him, on a white palfrey, rode the Gothic princess, her whole dress sparkling with jewels, while round her neck was suspended her silver lyre. The astrologer walked on the other side of the king, assisting his steps with his hieroglyphic staff, for he never mounted steed of any kind.

Aben Habuz looked to see the towers of the palace brightening above him, and the imbowered terraces of its gardens stretching along the heights; but as yet nothing of the kind was to be descried. “That is the mystery and safeguard of the place,” said the astrologer, “nothing can be discerned until you have passed the spell-bound gateway, and been put in possession of the place.”

As they approached the gateway, the astrologer paused, and pointed out to the king the mystic hand and key carved upon the portal of the arch. “These,” said he, “are the talismans which guard the entrance to this paradise. Until yonder hand shall reach down and seize that key, neither mortal power nor magic artifice can prevail against the lord of this mountain.”

While Aben Habuz was gazing, with open mouth and silent wonder, at these mystic talismans, the palfrey of the princess proceeded, and bore her in at the portal, to the very centre of the barbican.

“Behold,” cried the astrologer, “my promised reward; the first animal with its burden which should enter the magic gateway.”

Aben Habuz smiled at what he considered a pleasantry of the ancient man; but when he found him to be in earnest, his gray beard trembled with indignation.

“Son of Abu Ayub,” said he, sternly, “what equivocation is this? Thou knowest the meaning of my promise: the first beast of burden, with its load, that should enter this portal. Take the strongest mule in my stables, load it with the most precious things of my treasury, and it is thine; but dare not raise thy thoughts to her who is the delight of my heart.”

“What need I of wealth,” cried the astrologer, scornfully; “have I not the book of knowledge of Solomon the wise, and through it the command of the secret treasures of the earth? The princess is mine by right; thy royal word is pledged: I claim her as my own.”

The princess looked down haughtily from her palfrey, and a light smile of scorn curled her rosy lip at this dispute between two gray-beards, for the possession of youth and beauty. The wrath of the monarch got the better of his discretion. “Base son of the desert,” cried he, “thou may’st be master of many arts, but know me for thy master, and presume not to juggle with thy king.”

“My master! my king!” echoed the astrologer. “The monarch of a molehill to claim sway over him who possesses the talismans of Solomon! Farewell, Aben Habuz; reign over thy petty kingdom, and revel in thy paradise of fools; for me, I will laugh at thee in my philosophic retirement.”

So saying he seized the bridle of the palfrey, smote the earth with his staff, and sank with the Gothic princess through the centre of the barbican. The earth closed over them, and no trace remained of the opening by which they had descended.

Aben Habuz was struck dumb for a time with astonishment. Recovering himself, he ordered a thousand workmen to dig, with pickaxe and spade, into the ground where the astrologer had disappeared. They digged and digged, but in vain; the flinty bosom of the hill resisted their implements; or if they did penetrate a little way, the earth filled in again as fast as they threw it out. Aben Habuz sought the mouth of the cavern at the foot of the hill, leading to the subterranean palace of the astrologer; but it was nowhere to be found. Where once had been an entrance, was now a solid surface of primeval rock. With the disappearance of Ibrahim Ebn Abu Ayub ceased the benefit of his talismans. The bronze horseman remained fixed, with his face turned toward the hill, and his spear pointed to the spot where the astrologer had descended, as if there still lurked the deadliest foe of Aben Habuz.

From time to time the sound of music, and the tones of a female voice, could be faintly heard from the bosom of the hill; and a peasant one day brought word to the king, that in the preceding night he had found a fissure in the rock, by which he had crept in, until he looked down into a subterranean hall, in which sat the astrologer, on a magnificent divan, slumbering and nodding to the silver lyre of the princess, which seemed to hold a magic sway over his senses.

Aben Habuz sought the fissure in the rock, but it was again closed. He renewed the attempt to unearth his rival, but all in vain. The spell of the hand and key was too potent to be counteracted by human power. As to the summit of the mountain, the site of the promised palace and garden, it remained a naked waste; either the boasted elysium was hidden from sight by enchantment, or was a mere fable of the astrologer. The world charitably supposed the latter, and some used to call the place “The King’s Folly,” while others named it “The Fool’s Paradise.”

To add to the chagrin of Aben Habuz, the neighbors whom he had defied and taunted, and cut up at his leisure while master of the talismanic horseman, finding him no longer protected by magic spell, made inroads into his territories from all sides, and the remainder of the life of the most pacific of monarchs was a tissue of turmoils.

At length Aben Habuz died, and was buried. Ages have since rolled away. The Alhambra has been built on the eventful mountain, and in some measure realizes the fabled delights of the garden of Irem. The spell-bound gateway still exists entire, protected no doubt by the mystic hand and key, and now forms the Gate of Justice, the grand entrance to the fortress. Under that gateway, it is said, the old astrologer remains in his subterranean hall, nodding on his divan, lulled by the silver lyre of the princess.

The old invalid sentinels who mount guard at the gate hear the strains occasionally in the summer nights; and, yielding to their soporific power, doze quietly at their posts. Nay, so drowsy an influence pervades the place, that even those who watch by day may generally be seen nodding on the stone benches of the barbican, or sleeping under the neighboring trees, so that in fact it is the drowsiest military post in all Christendom. All this, say the ancient legends, will endure from age to age. The princess will remain captive to the astrologer; and the astrologer, bound up in magic slumber by the princess, until the last day, unless the mystic hand shall grasp the fated key, and dispel the whole charm of this enchanted mountain.