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domenica 16 gennaio 2022

Mitologia e folklore sámi: ulda (o gufihtar) nei racconti popolari sámi

 

Nei racconti popolari sámi compare una figura nota con i nomi di ulda (plurale uldras), ul’da, hal’de o gufihtar. A seconda delle narrazioni, essi possono essere creature ctonie o invisibili all’occhio umano, bellissime fanciulle seducenti oppure una sorta di spiriti adiutori che vanno in aiuto allo sciamano sámi. Essi non risiedono in un mondo opposto a quello dell’uomo, bensì parallelo, pertanto è possibile che queste due sfere entrino in contatto, implicando un necessario adeguamento dei sistemi, al fine di trovare un equilibrio. Vediamo di analizzare insieme i tratti principali di questa figura del folklore sámi.

Gli uldras sono creature ctonie o invisibili che possono essere d’ausilio oppure arrecare danno all’uomo. Da sempre in stretta relazione con i sámi, si dice che essi abbiamo appreso dagli uldras la pratica dello joik, le conoscenze necessarie per divenire noaidi (termine che designa lo sciamano sámi), nonché le pratiche di guarigione.

Diventano ostili se maltrattati oppure se si manca loro di rispetto. Inoltre, secondo un’antica credenza sámi, gli uldras scambiavano il bambino lasciato solo nella kota con una propria creatura (sovente un loro anziano): se i genitori si accorgevano subito dello scambio e iniziavano a frustare il bambino con rami ardenti di ginepro, gli uldras avrebbero restituito il bambino, riprendendosi il proprio, altrimenti i genitori avrebbero continuato a vivere con la creatura-ulda che, a dispetto dei normali bambini, non cresceva ed era debole oppure disabile. Per proteggere il bambino gli venivano stretti attorno alla fronte tre lacci colorati ornati con bottoni d’argento, in modo da impedire lo scambio che poteva avvenire solo prima del battesimo, dopo di che gli uldras non avrebbero più osato avvicinarsi al bambino benedetto con la croce e a cui era stato imposto un nome. Un racconto proveniente dal comune norvegese di Loppa narra di una donna che, dopo essersi accorta che il figlio le era stato scambiato, prende un ramo e si mette a picchiarlo fino a farlo urlare dal dolore; giungono un uomo e una donna che la implorano di non tormentare più il loro anziano padre e le restituiscono il figlio. (cfr. il racconto norvegese De underjordiske, II, "Gli esseri sotterranei, II", di Theodor Kittelsen [in Taglianetti 2017, pp.54-57]).


John Bauer, The changeling (1913). Wikimedia Commons.


Gli uldras possono essere visti dalle persone in rare occasioni e l’incontro avveniva per caso, oppure per loro iniziativa. Un giorno due fanciulle stavano facendo una passeggiata e all’improvviso una delle due, Magga, una bellissima ragazza, scomparve. Il giorno successivo riuscirono a rincasare insieme, ma Magga era stata gravemente ferita dai gufihtar tanto da riuscire a malapena a parlare e camminava così male da far pietà. Magga narrò che mentre era presso i gufihtar aveva visto le persone che la stavano cercando e che talvolta avevano camminato molto vicino a lei. La sua scomparsa e il fatto che non potesse essere vista dagli umani indica che era stata confinata in un mondo interdetto a coloro che non avevano il consenso del popolo sotterraneo. Quando una persona veniva rapita dagli uldras era fondamentale che non toccasse il loro cibo, altrimenti non avrebbe più fatto ritorno tra gli uomini.


John Bauer, I julnatten (1913). Wikimedia Commons.


Si narra che gli uldras siano vestiti come i sámi e che sorveglino e gridino alle renne facendo abbaiare i cani e suonare le campanelle degli animali, ma rimanendo sempre invisibili all’uomo. Se una persona avendo udito il rumore chiede al compagno: «Hai sentito?», non si udirà più alcun rumore. Gli uldras possiedono renne, mucche, pecore e seconda che essi siano allevatori oppure fattori. Se ne vanno in giro con suopunki (“lazo”) e redini gettati sulle spalle e fumando tabacco. Hanno gli stessi tratti fisici distintivi del popolo sámi. Indossano inoltre il gákti, tradizionale abito sámi strettamente connesso alle proprie origini, i cui motivi decorativi forniscono informazioni sul luogo d’origine di chi lo indossa. Esistono diversi tipi di uldras, proprio come ci sono differenti gruppi di sámi: alcuni sono colonizzatori e fattori, altri sono dediti all’allevamento delle renne. Il mondo degli uldras viene pertanto presentato come un riflesso del mondo dei sámi: si tratta di un mondo comprensibile all’uomo, tuttavia inaccessibile. Gli uldras non sono considerati outsider, pertanto il matrimonio tra sámi e uldras veniva tollerato.

Agli uldras piacciono le persone che parlano in maniera appropriata; si dice a tal proposito che adorino gli individui dai capelli neri, onesti e che sanno parlare bene. Tutto ciò allude anche alla capacità di saper parlare o rimanere zitti all’occorrenza. Gli uldras devono essere rispettati attraverso sacrifici e tenendo presente la loro potenziale presenza quando vengono allestiti nuovi villaggi, in quanto essi appartengono all’ambiente a cui l’uomo deve adattarsi. Un racconto narra di un uomo che vide una mucca-ulda e l’amico gli consigliò di lanciare un coltello sopra l’animale in modo che finisse dall’altro lato: in questo modo poté entrare in possesso della mucca-ulda. Poco dopo si presentò un’anziana signora che voleva riprendersi la mucca e loro acconsentirono senza opporre resistenza, poiché erano buone persone. Lo stesso compare in altre narrazioni in cui un uomo, che si era impossessato di una mucca-ulda, la restituisce a un’anziana ulda, ricevendo in cambio un anello d’oro. 

Gli uldras o gufihtar posso essere delle bellissime ragazze e molte storie narrano di giovani ragazzi che vengono abbagliati dalla loro irresistibile bellezza e seduzione: essi si invaghiscono di tali fanciulle ma appena tentano di avvicinarsi per conquistarle, esse scompaiono e il giorno seguente, quando il ragazzo fa ritorno nello stesso luogo per incontrarla nuovamente, sente solamente una voce femminile intonare uno joik e immagina possa trattarsi della sua amata. Se la fanciulla-ulda viene privata dei propri averi, essa non può fare ritorno alla casa dei genitori. In un racconto un ragazzo le sottrae la sciarpa di seta e la cintura e se ne torna a casa; la fanciulla lo raggiunge, si mette sulla soglia, chiedendogli con insistenza che le vengano restituiti i suoi averi, altrimenti il padre e la madre l’avrebbero rimproverata in modo sempre più severo. Infine, le restituisce quanto sottratto e lei torna a casa, ma il contatto con il ragazzo e il fatto simbolico che lui abbia tenuto con sé i suoi indumenti, implica che la fanciulla-ulda è intrappolata tra due mondi; i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di donare parte della sua femminilità a un uomo, seppur rappresentata della sua sciarpa e della cintura. Toccare una siffatta fanciulla ha serie conseguenze per il giovane. In una fiaba intitolata Das ulda-Mädchen (“La fanciulla-ulda”), il giovane punge con un ago la ragazza, facendole perdere qualche goccia di sangue: quando un ulda perde sangue diventa umano, dopo che una ragazza-ulda è stata toccata, ella è per sempre intrappolata nel mondo degli uomini ed è costretta a contrarre matrimonio con il ragazzo umano.

John Bauer, Sagan om äldtjuren Skutt och lilla prinsessan Tuvstarr (1913). Wikimedia Commons.


La fanciulla ulda

Titolo originale: Das Ulda-Mädchen

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta


C’erano una volta due giovanotti che corteggiavano la stessa fanciulla. Quando giunse la primavera i due giovanotti con la fanciulla, in compagnia di altre persone, si recarono su un’isola situata al largo, perché dovevano pescare. Sull’isola erano state costruite delle casupole per pescatori, perché da tempo immemore questa località era nota come un eccellente luogo di pesca dove le persone si intrattenevano generalmente fino all’autunno.

La fanciulla ed entrambi i giovanotti abitavano nella medesima casupola e pescavano nella stessa barca. A poco a poco uno dei due ragazzi iniziò a notare che la fanciulla gli dedicava minori attenzioni rispetto al suo compagno. Perciò ne era molto irritato e rifletteva sul modo in cui potersi sbarazzare del rivale.

Quando i pescatori intrapresero il viaggio di ritorno, fece in modo che lui, la fanciulla e il compagno fossero gli ultimi a lasciare il luogo di pesca. Quando poi anche loro ebbero portato le loro cose nella barca, ed erano già pronti per allontanarsi dall’isola, il giovanotto a cui la fanciulla non badava disse al suo compagno:

«Ah, mi sono dimenticato il coltello su nella casetta; sii buono e fai un salto a prendermelo».

Il ragazzo ci andò senza sospettare il benché minimo inganno, ma non si era allontanato di molto che il compagno sciolse gli ormeggi e partì remando assieme alla fanciulla.

Ora era completamente solo sull’isola e per aiutarsi non disponeva altro che del coltello lasciatogli dal compagno. Si costruì un arco con il quale uccideva uccelli marini che arrostiva sul fuoco. In questo modo campò fino a Natale. Alla vigilia ammassò una maggiore quantità di legna da ardere che impilò davanti l’ingresso della casupola per evitare di andare a raccoglierne dell’altra durante il periodo natalizio.

Di sera, dopo aver ultimato la catasta di legna, si sedette un po’ sull’uscio a guardare verso la terraferma e fu sopraffatto dallo struggimento. Fu allora che notò una barca diretta verso l’isola. Il giovanotto ne fu molto felice, perché credeva fossero persone che venivano sull’isola. Ma a mano a mano che la barca si avvicinava gli sembrò che fosse essa stessa di strana foggia e, dopo che ebbero ormeggiato e le persone scesero a terra, notò subito che non erano Albma-olmuk, cioè persone di questo mondo o vere persone, bensì ulda-olmuk. Si appiattì dietro la catasta di legna e si nascose in modo da non essere visto.


John Bauer, Trollmor och pojken smögo sig ut ur berget (1914). Wikimedia Commons.


Le persone scesero sull’isola: si trattava di una numerosa comunità che aveva con sé ogni sorta di cianfrusaglie. Tra le donne c’erano due giovani fanciulle molto belle e graziosamente vestite: quando l’intera schiera entrò nella casupola, notò che ciascuna delle ragazze portava una cassetta di vettovaglie. Dopo che tutte le cianfrusaglie furono portate nella casupola, entrambe le fanciulle uscirono nuovamente per fare un giro dell’isola; fu allora che notarono il giovanotto appiattito dietro la catasta di legna. Dapprima si spaventarono un po’ ed erano sul punto di scappare, ma poiché il giovanotto se ne stava lì tranquillo, si avvicinarono e iniziarono a ridacchiare, ridere e a fargli ogni sorta di scherzi.

Il giovanotto aveva uno spillo nella manica della giacca. Mentre gli saltellavano intorno, strattonandolo di tanto in tanto, attese il momento propizio e punse una della due fanciulle alla mano, tanto da farla sanguinare. La fanciulla punta iniziò a gridare e a lamentarsi. Allora accorsero anche gli altri che si trovavano nella casupola per vedere cosa fosse successo; ma non appena videro il giovanotto tornarono subito indietro, raccolsero in fretta e furia quanto avevano portato - quanto ciascuno riusciva a portare -  e si allontanarono.

In un istante tutti erano scomparsi, persone, cianfrusaglie e barca, eccetto un mazzo di chiavi rimasto sul tavolo e la fanciulla che era stata punta dal giovanotto: ella era completamente priva di forze e indifesa.

«Ora mi dovrai prendere in moglie,» disse la fanciulla, «perché mi hai punta, tanto da farmi sanguinare!»

«Certo, eccome no,» rispose il giovanotto, «lo farò volentieri, ma come pensi che potremo trascorrere l’inverno sull’isola?»

«Non c’è nessun motivo di preoccuparsi,» disse la fanciulla, «se mi prometterai di prendermi in moglie, avrai una parentale benestante!»

Il giovanotto prestò giuramento e così vissero insieme sull’isola fino alla primavera quando le persone uscirono nuovamente a pescare e con le quali fecero poi ritorno sulla terraferma.

«Dove dobbiamo recarci ora?», chiese la fanciulla al giovanotto.

«Non lo so,» disse il giovanotto, «tu cosa ne pensi?»

La fanciulla disse che sarebbe stato meglio stabilirsi nel luogo in cui vivevano i suoi genitori, «ma solo se lo vorrai», aggiunse.[1]


John Bauer, Tuvstarr (1913). Wikimedia Commons.


«Perché no?», rispose il giovanotto e così si misero per via e trovarono un posto tranquillo dove abitare.

«Ora devi misurare tu stesso lo spazio che sarà occupato dalla casa,» disse la fanciulla, «puoi sceglierlo grande o piccolo, come su vorrai!»

Il giovanotto prese le misure.

Quando di sera andarono a coricarsi, la fanciulla gli disse:

«Se di notte mentre dormiamo dovessi udire qualche rumore, non dovrai alzarti per andare a vedere che cos’è!».

Di notte egli udì rumore di muri in costruzione, di legna che veniva spaccata per innalzare le pareti, di ceppi spaccati e di martellate, ma non si mosse. Al mattino, quando lui e la fanciulla si furono alzati, si guardarono attorno ed ecco lì ergersi la casa bell’ e pronta in ogni singola parte.

«Ora devi misurare lo spazio che sarà occupato dalla stalla,» gli disse la fanciulla il giorno seguente, «sceglilo in modo che non sia troppo grande, ma neppure troppo piccolo!»

Il giovanotto prese le misure.

Anche quella notte udì rumore di muri in costruzione, di legna che veniva spaccata per innalzare le pareti e di martellate. Al mattino la stalla era ultimata con pilastri, secchi per il latte e ceppi, soltanto le vacche mancavano. Ora la fanciulla chiese al giovanotto di misurare lo spazio per la dispensa, che poteva essere grande quanto voleva. Quando anche la dispensa fu pronta, lo invitò ad andare dai propri genitori. Vi si recarono e si intrattennero tutto il tempo che a lei piacque. Quando poi giunse il momento di fare ritorno a casa, la fanciulla disse al giovanotto:

«Dopo che ci saremo congedati e staremo per andarcene, fai molta attenzione ed esci di casa più veloce che puoi!».

Il giovanotto fece come gli aveva detto la fanciulla e proprio nell’istante in cui uscì dalla porta, il padre gli scagliò contro un grande martello. Se non fosse stato così veloce, ma avesse indugiato anche solo per un attimo, il padre gli avrebbe mozzato entrambe le gambe.

Quando poi ebbero percorso un buon tratto della strada del ritorno, la fanciulla disse:

«Ora non dovrai voltarti fino a quando non sarai giunto a casa, qualsiasi cosa tu udirai o percepirai!».

Il giovanotto prestò giuramento, ma quando ebbe varcato la soglia di casa, non riuscì più a trattenersi e si voltò: nel recinto c’era l’esatta metà di una grande mandria inviata dai suoceri, l’altra metà stava ancora fuori e scomparve all’istante.

Dopodiché la coppia si fece unire in matrimonio dal sacerdote, ebbero dei figli e vissero felici e contenti. L’unica cosa che non piaceva all’uomo era il fatto che la moglie sparisse di tanto in tanto senza che lui riuscisse a scoprire dove si recava. Quando un giorno si lamentò, la donna, che amava molto il  consorte, gli disse:

«Caro marito, se non ti sta bene che io qualche volta me ne vada, non devi fare altro che piantare un grosso chiodo sulla soglia di casa, così io non potrò più uscire, a meno che non sia tu a volerlo!».




[1] Nei racconti popolari gli uldras consigliano ai sámi che stanno fuggendo da un pericolo di erigere la propria kota nel loro mondo sotterraneo per vivere indisturbati.


La gente del mare

Fiaba raccolta a Nässeby

Titolo originale: Meerleute

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

C’era una volta un uomo che aveva due figli: uno era litigioso e bestemmiava sempre, l’altro era una pasta d’uomo e pacifico. Un giorno uscirono in mare per pescare. Dopo che ebbero riempito la barca di pesci remarono nuovamente verso la riva, accesero il fuoco e prepararono la cena. Dopo aver mangiato, il padre e i due figli si distesero per dormire, ma il minore non aveva sonno. Per passare il tempo andò a camminare lungo la riva del mare. Lì notò una piccola imbarcazione a remi che si stava avvicinando all’isola; si sedette su una roccia per attendere e vedere chi se ne veniva tutto solo soletto. Quando la barca si fu avvicinata, qualcuno a bardo gridò al ragazzo:

«Cosa te ne fai, tu, lì seduto a guardare?».

«Ah, volevo solo vedere chi stava arrivando», rispose il ragazzo.

Nella barca c’era un anziano signore.

«Sali sulla barca, ragazzo mio, andremo al largo a pescare con le reti a mano», disse il vecchio.

Il giovane saltò in barca e remarono fuori dall’insenatura. Tuttavia, una volta giunti in mezzo al fiordo, si alzò una nebbia così fitta da non riuscire in alcun modo a vedere la terraferma.

«C’è una nebbia così fitta», disse il ragazzo, «che temo non rivedremo mai più la terraferma.»

«Ah, non ti preoccupare,» disse il vecchio, «non ce n’è alcun bisogno.»

Dopo che ebbero remato per un altro po’, videro in lontananza qualcosa di non ben definito che assomigliava a un villaggio.

«Che razza di villaggio è quello?», chiese il ragazzo.

«È il nostro villaggio», disse il vecchio.

Quando si furono avvicinati a terra, i figli del vecchio risalirono la riva per aiutarlo con la barca. Il ragazzo iniziò ad arrabbiarsi, non riusciva a immaginare dove era capitato: non conosceva né il paese, né la riva, né il popolo.

«Vieni, seguimi e andiamo nel villaggio!», disse il vecchio.

Il giovane indugiò un attimo, ma il vecchio lo pregò in modo così gentile che infine dovette andare con lui. Quando vi furono giunti, il vecchio portò da mangiare per sé e per il giovane, invitandolo a servirsi. Il giovanotto non osò toccare nulla.

«Bora, bora! – Magia, magia!», disse il vecchio, «non ti deve mancare nulla di ciò che abbiamo da offrirti; noi non siamo come gli altri gufihtarak, cioè gli esseri sotterranei, che vivono nelle profondità della terra!»[1]

Così mangiò. Dopo che ebbero mangiato, entrambi i figli del vecchio vollero uscire a pescare.

«Se ne hai voglia, puoi andare a pescare con loro», disse il vecchio.

E così fece il ragazzo. Una volta ritornati dal largo, dovevano portare i pesci al mercato per venderli. Il ragazzo voleva andare con loro, ma il vecchio gli disse:

«È meglio che tu resti qui fino a quando i miei figli avranno fatto ritorno dai loro commerci. Ne riceverai anche tu del ricavato, non temere, non ti mancherà nulla. Non appena i miei figli avranno fatto ritorno, anche tu dovrai ritornare dai tuoi! Cosa vuoi per aver partecipato alla pesca: farina, trinello o soldi?»

«Ah, meglio i soldi», disse il ragazzo. Dopo che entrambi i figli si furono allontanati, il ragazzo fece ritorno al villaggio con il vecchio.

«Se ne hai voglia,» disse il vecchio, «puoi andare a fare un giro in città e guardarti attorno. Ma dovessi vedere qualcosa che non comprendi, non dovrai chiedere a nessun altro se non a me. Più tardi sarò io a spiegartelo.»

Così il ragazzo si allontanò. Dopo aver passeggiato per un po’, scorse un gran numero di capre che si aggiravano sulle piazze e di tanto in tanto annusavano in aria e addentavano qualcosa. Dopodiché vide anche che dalla nebbia che copriva tutto come il tetto di una stanza, pendevano lenze a mano. Ecco una delle capre abboccò a un amo che la sollevò attraverso la nebbia, fino a farla scomparire. Il ragazzo vide tutto ciò e si meravigliò chiedendosi come tutto ciò fosse connesso, ma non disse nulla. Subito dopo vide nuovamente una capra abboccare a un amo e venire trascinata in alto attraverso la nebbia, proprio come la prima.

Trovò ciò così strano e particolare che ritornò dal vecchio per ottenere spiegazioni al riguardo. In quell’istante giunsero anche i due figli che si erano recati al mercato per vendere il pesce e il ragazzo ottenne come ricompensa cento talleri. Dopodiché il vecchio prese con sé il ragazzo nella sua barca e si avviarono sulla via del ritorno.

Durante il viaggio il ragazzo chiese:

«Buon vecchio, ascolta un po’, cosa può voler dire: sulle piazze ho visto capre annusarsi intorno e, prima una, poi un’altra, abboccare alle lenze che pendevano dalla nebbia e venire sollevate in aria».

Così il vecchio iniziò a spiegare:

«Le lenze a mano che hai visto appartengono al tuo popolo e le capre che hai visto sono i suoi pesci; le tue persone si trovano sopra il mare e pescano; lì sopra pescano pesci, proprio come hai visto le capre abboccare alla lenza. Le capre non sono nient’altro che pesci, come vedi, ma qui sotto da noi non hanno questo aspetto. Noi siamo infatti gufitarak del mare e qui si trovano le nostre dimore, i nostri villaggi, qui si svolge la nostra vita e tutto il resto».

Proseguirono per un po’ il viaggio e poi si imbatterono nella medesima fitta nebbia che avevano trovato all’andata; quando ne furono usciti videro nuovamente la spiaggia che il ragazzo ben conosceva. Il vecchio ricondusse il ragazzo al punto in cui lo aveva preso con sé e infine gli disse:

«Non devi dare a tuo fratello dei soldi che hai ottenuto da noi e non devi raccontarlo a nessuno, eccetto a tuo padre!».

Il vecchio non voleva concedere nulla al fratello maggiore, perché era talmente pieno di cattiveria e imprecava sempre: i gufihtarak non riescono infatti a sopportare le persone a cui piace bestemmiare.



[1] Secondo la credenza popolare, colui che mangia del cibo offerto dagli esseri sotterranei, rimane per sempre presso di loro.


Dahl Hans, By the fjord. Wikimedia Commons.


Riferimenti bibliografici

Cocq 2008. Coppélie Cocq, Revoicing Sámi narrative. North Sámi storytelling at the turn of the 20th century. Doctoral dissertation in Sámi studies, Umeå University, Umeå.

Karsten 1955. Rafael Karsten, The religion of the Samek: ancient beliefs and cults of the Scandinavian and Finnish Lapps, Brill, Leiden.

Poestion 1886. J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien.

Taglianetti 2017. Theodor Kittelsen, Troll, a cura di Luca Taglianetti, Vocifuoriscena, Viterbo.


Mitologia e folklore sámi: traduzione della fiaba popolare "Il pesce Saiwo"

 IL PESCE SAIWO [1]

Fiaba raccolta nel Lappmark svedese

 

Un giorno due sámi si recarono in un lago di montagna per pescare con una grande rete. Uno era anziano e credeva nell’esistenza dei saiwo-olmak [2], gli uomini di Saiwo”, il popolo sotterraneo, come pure nel loro prodigioso potere di far sparire per incanto i pesci dalle acque del Saiwo; l’altro era giovane e non credeva a nulla, bensì prendeva in giro la superstizione pagana del vecchio.

Un giorno accadde che entrambi pescarono pochissimo pesce nelle acque che non erano quelle sacre del Saiwo. L’anziano disse che lui era probabilmente a conoscenza di uno specchio d’acqua che pullulava di pesci, ma allo stesso tempo credeva che non ne sarebbe valsa la pena recarsi fin lì, stante che il suo compagno non avrebbe saputo tenere la bocca chiusa.[3]

«Andiamo,» disse questi, «e quando vi saremo giunti, me ne starò così tranquillo che nessuno sentirà il benché minimo rumore provenire da me.»


Akseli Gallén-Kallela, Luistelijat Ruovedellä ("Pattinatori sul lago Ruovesi") (1896). Wikimedia Commons.

L’anziano si lasciò persuadere e così si recarono alle acque del Saiwo e gettarono la rete. Cominciarono a tirarla e ancora prima che la rete giungesse a riva, si sentiva chiaramente che era piena di pesci. La rete stava proprio per toccare la sponda quando il giovane ruppe intenzionalmente la promessa di starsene in silenzio e proferì una parola: i pesci scomparvero e quando la rete fu tirata a riva non vi trovarono neppure una piccola coda.

«E va beh,» disse l’anziano irritato, «lo sapevo che non avresti tenuto la bocca chiusa!», e voleva andarsene via immediatamente. Ma l’altro, che voleva fare un altro tentativo per vedere se la superstizione del vecchio era fondata, lo persuase a gettare nuovamente la rete, giurando di rimanere in silenzio assoluto.

Questa volta mantenne fede alla promessa fino a quando iniziarono a sollevare la rete; credeva che oramai i pesci intrappolati nella rete non potessero più scomparire, perciò si lasciò scappare una parola: la rete giunse vuota a riva.

L’anziano credette allora che fosse del tutto inutile continuare a pescare nelle acque del Saiwo con un compagno che non riusciva a trattenersi dal chiacchierare. Ma le preghiere insistenti e la solenne dichiarazione di mantenere il silenzio convinsero l’anziano a fare un terzo tentativo. Questa volta il giovane non proferì alcuna parola fino a quando la rete non fu completamente tirata sulla sponda: era piena di pesci grandi e grassi e da quel momento in poi anche il giovane dovette ammettere che i pesci nelle acque del Saiwo non sopportano minimamente le chiacchiere.


Akseli Gallén-Kallela, Keitele järvi ("Lago Keitele") (1905). Wikimedia Commons.





 NOTE:

[1] Saiwo-gwelle (pesce di Saiwo”), secondo la Mitologia finnica di Christfrid Ganander è un pesce dei monti che protegge la vita dello sciamano quando intraprende il viaggio verso Jabmiaimo per riportare sulla terra l’anima di un ammalato oppure un parente defunto, affinché possa fungere da spirito guardiano delle renne per alcuni anni (Taglianetti ~ Ganassini 2019, s.v. “Saiwo-gwelle”, p. 173).

[2] Sing. saiwo-olmai, essi vengono descritti in Ganander come divinità dei monti al servizio degli sciamani o di coloro che, esperti nelle arti magiche, li assoldavano per scagliarli contro altri sciamani. Essi fornivano i loro consigli in sogno, o in altri modi, per risolvere difficili questioni (Taglianetti ~ Ganassini 2019, s.v. “Saiwo-olmai”, p. 173).

[3] Il timore reverenziale che i sámi nutrivano nei confronti dei luoghi Saiwo, e in particolare dei monti sacri, detti Saiwo oppure Passe-Warek, è testimoniato dai numerosi divieti da osservare: i sámi si recavano in questi luoghi con abiti da festa; si rifiutavano di dimorare nei pressi del Saiwo altrimenti le urla dei bambini o altri rumori avrebbero disturbato la divinità che vi risiedeva; quando, in viaggio, passavano davanti a un monte sacro, non volevano dormire, perché sarebbe stato un segno di scarsa considerazione nei confronti della divinità; nei pressi del monte sacro non parlavano a voce alta, non cacciavano uccelli o qualsivoglia quadrupede e non producevano alcun rumore; se erano vestiti di blu, dovevano togliersi questo capo di vestiario fino a quando avevano oltrepassato il Saiwo; alle donne non era concesso gettare lo sguardo sul monte sacro, altrimenti avrebbero potuto farlo solamente coprendosi il volto, ma non si poteva in ogni caso avvicinare se aveva le mestruazioni (von Unwerth 1911, p. 8).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Poestion 1886. J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien.

Taglianetti ~ Ganassini 2019. Christfrid Ganander, Mitologia finnica, a cura di Luca Taglianetti, Marcello Ganassini, Vocifuoriscena, Viterbo 2019 (1a ed. 2018).

Von Unwerth 1911. Wolf von Unwerth, Untersuchungen über Totenkult und Ódinnverehrung bei Nordgermanen und Lappen mit exkursen zur altnordischen Literaturgeschichte, Verlag von M. & H. Marcus, Breslau.





Mitologia e folklore sámi: lo Stállu nei racconti popolari sámi

 


Nel folklore sámi, lo Stállu era un orco malvagio che cacciava gli uomini per mangiarseli. Nelle narrazioni popolari viene descritto come un essere stupido e facile da raggirare; assomiglia a una persona, ma è più alto e più grosso, perché è mezzo uomo e mezzo demone. In taluni racconti lo Stállu ha una moglie chiamata Luhtak o Ruhteke che usa una pipa di ferro per succhiare la vita o il sangue ai propri nemici. Ha anche un cane che dev’essere ucciso assieme allo Stállu per evitare che possa far resuscitare il padrone.

Nelle narrazioni sono generalmente i sámi a sconfiggere lo Stállu ricorrendo ad alcuni stratagemmi, ad esempio facendolo cadere in una fossa scavata nel ghiaccio e ricoperta di neve, oppure conducendolo nudo nella foresta o tra i monti fino a farlo morire assiderato. La stupidità e l’ignoranza dello Stállu sono ancora più evidenti quando scambia un tronco travestito da donna per la propria consorte oppure quando un furbo ragazzo sámi lo convince a versarsi stagno fuso negli occhi per ottenere una vista migliore. Nella maggioranza dei racconti lo Stállu è irritabile e scontroso; la collera e la mancanza di autocontrollo vengono dipinte come qualità negative che causano la morte dello Stállu, in quanto in preda alla rabbia non sa più ciò che fa.

Gli Stálut rapiscono le fanciulle sámi per prenderle in moglie. Mentre l’unione tra un ragazzo sámi e una fanciulla ulda è positivo, il rapporto tra una ragazza sámi e uno Stállu non lo è: si crea infatti una situazione pericolosa non solamente per la giovane, ma anche per tutta la sua comunità di appartenenza. Talvolta il padre della fanciulla è costretto ad acconsentire all’unione contro la propria volontà oppure fa di tutto per prevenire un’ulteriore unione sessuale tra i due, anche se molto spesso l’unica soluzione è sbarazzarsi dello Stállu. Solo il padre della fanciulla rapita conosce la verità e sa il modo in cui sconfiggere lo Stállu, pertanto sceglie il figlio più coraggioso per assisterlo nella lotta contro questa creatura. In un racconto si narra che durante il matrimonio il futuro sposo Stállu viene sfidato dal fratello della sposa per stabilire chi tra i due sia il più forte: lo Stállu viene sconfitto e ucciso. La vera minaccia è costituita dalla creatura frutto dell’unione tra i due. In una narrazione lo Stállu muore perché la novella sposa gli brucia i genitali durante la prima notte di nozze, mentre in altri racconti viene descritta la fuga della fanciulla: inseguita dal cane dello Stállu, essa si vede costretta ad uccidere il neonato e a smembrarne il corpo in due parti, in modo da poter distrarre il cane e darsi alla fuga indisturbata. Una volta fatto ritorno alla comunità degli uomini, nessuno si preoccupa per il bambino ucciso, il quale non era evidentemente ritenuto una creatura umana, ma una sorta di mezzosangue.


John Bauer, Trolls with an abducted princess (1915). Wikimedia Commons


Nelle scarse narrazioni in cui compare la figlia dello Stállu, essa diventa umana, perché si integra nella comunità dei sámi e non esita a mutilare o uccidere il padre per il bene della sua nuova famiglia. Lo Stállu maschio che sposa una donna sámi non cambia, invece, la propria natura, ed è pertanto considerato un outsider, un individuo che si oppone ai valori e alle norme dei sámi. In un racconto di Luleå, la fanciulla Stállu fugge dai genitori e si integra nella società dei sámi dove prende marito e ha un figlio. Decide in seguito di fare visita a padre, madre e fratello Stálut: nonna-Stállu chiede di poter tenere tra le sue braccia il nipotino, ma con tale pretesto si allontana, gli spezza il collo e si mette a mangiarne la carne. La medesima fine spetta anche alla figlia Stállu e al consorte: a perpetrare l’uccisione, servendosi di un’asta, è il fratello, mentre la madre-Stállu fa attenzione affinché tutto il sangue venga raccolto, probabilmente per preparare delle salsicce.

Sebbene quasi tutti gli Stálut siano estinti, ci sono ancora dei sámi che hanno Stálut tra i propri antenati: ciò è accaduto perché sono nati dall’unione tra uno Stállu e una ragazza sámi, pertanto sono mezzi Stálut e mezzi uomini. Essi sono leggermente diversi per aspetto e natura. Lo Stállu rappresenta l’alterità, l’estraneo alla comunità, il nemico per antonomasia. Lo Stállu viene da fuori, parla un’altra lingua, che nei racconti può essere il finlandese oppure la lingua propria degli Stálut. L’alterità è enfatizzata dalle abitudini diverse rispetto a quelle dei sámi: in un racconto uno Stállu consiglia alla moglie di utilizzare la carne che stanno mangiano per pulire gli escrementi del figlioletto, oppure si serve della padella per orinare.

Il suo non appartenere alla sfera umana è evidente dal fatto che rapisce i bambini dei sámi per mangiarseli, anche se la medesima sorte capita anche ai propri figli legittimi; egli è inoltre attratto da cibi disgustosi, ad esempio salsicce fatte con il sangue o con le ceneri del proprio cane. Gli Stálut vivono in luoghi non meglio precisati e ci si può imbattere in queste creature semplicemente vagando nel bosco o tra i monti. L’incontro con uno Stállu lascia sempre conseguenze negative: egli è infatti solito ammazzare le renne al pascolo, oppure far ammalare i sámi in cui si imbatte. Le narrazioni descrivono la sua brutalità nei confronti dei sámi e talvolta la lotta contro lo Stállu termina con l’uccisione del sámi che viene scuoiato e lo Stállu si porta a casa la sua pelle. Appare quindi evidente come nei rapporti con lo Stállu i ruoli siano invertiti: lo Stállu è pertanto il cacciatore e i sámi le sue prede. La semplice uccisione dello Stállu non era sufficiente a impedirgli di fare ritorno tra i vivi: in un racconto lo Stállu ucciso viene fatto arrostire sul fuoco, poi il cadavere viene legato con ramoscelli di betulla e gettato sul fondo di un lago e ricoperto di massi.


John Bauer, Bland tomtar och troll (1915). Wikimedia Commons.


La sposa dello Stállu

(fiaba popolare raccolta a Ibestad, nella contea di Troms og Finnmark)

C’era una volta uno Stállu che corteggiava una fanciulla sámi. Dapprima il padre della ragazza non poté fare altro se non promettere che lo Stállu l’avrebbe ricevuta in sposa e quest’ultimo, in cambio, gli sarebbe stato riconoscente. Tra sé tuttavia pensava che probabilmente non ne sarebbe venuto nulla di buono. Il tempo porta consiglio, pensava. Nel frattempo avevano convenuto un giorno in cui lo Stállu doveva venire a prendere la sposa. Il giorno arrivò e con esso anche lo Stállu. Frattanto il sámi aveva preparato un ceppo di legno agghindandolo con i vestiti della figlia: aveva preso una gonna nuova di zecca, una nuova cuffia, una cintura d’argento in corrispondenza della vita, scarpe nuove (Komagar) con nuovi lacci. Quando tutto fu pronto, mise il pupazzo in un angolo della kota, come se fosse seduto, il capo coperto da un pesante velo (bäitalidne), come sono solite indossare le spose sámi.

Quando lo Stállu comparve e vide che la sposa stava seduta nell’angolo indossando i suoi vestiti migliori, ne fu molto felice e tornò subito fuori con il suocero per ricevere le renne che gli spettavano come dote.

Nel frattempo la figlia se ne stava con un numero di renne attaccate alla slitta dietro un’altura ben nascosta dalla kota. Dopo che lo Stállu ebbe ricevuto le sue renne e si apprestava a macellarne una per cena, il sámi sgattaiolò dalla figlia e partirono a folle velocità su per il monte.

Dopo che lo Stállu ebbe ucciso la renna, tornò dalla sua “Nanna”, o sposa, e le disse:

«Cara mogliettina, metti la pentola sul fuoco!».

Ma Nanna non si mosse.

Ah, Nanna è ancora timida!, pensò tra sé lo Stállu, lo farò da me!

La pentola era sul fuoco da un bel po’ quando se ne uscì nuovamente dicendo:

«Nanna, devi spaccare gli ossi con il midollo!».

Ma Nanna non si mosse.

Ah, Nanna è ancora timida!, pensò tra sé lo Stállu, lo farò da me!

Quando la carne fu pronta, prese allora a dire:

«Vieni, Nanna, porta in tavola la carne!».


John Bauer, Nå, hur är det med aptiten fortsatte trollmor (1915). Wikimedia Commons.


Ma Nanna continuava ad essere timida e non si mosse.

Vorrà dire che lo farò da me!, pensò lo Stállu.

Dopo che ebbe portato in tavola la carne, invitò Nanna a mangiare con lui, ma Nanna continuava ad essere timida, così mangiò da solo. Una volta mangiato chiese alla moglie di preparare il letto.

«Na, se sei veramente così timida, Nanna, vorrà dire che farò anche questo da me!... Dai, Nanna, vieni a sdraiarti accanto a me!»

No, ma quanto era timida!

Allora verrò io a prenderti!, pensò lo Stállu, e si avvicinò alla sposa, ma cosa trovò?

Non appena l’afferrò scoprì che si trattava di un ceppo di legno, al che si irritò e si infuriò a tal punto da precipitarsi fuori dalla kota con addosso solamente la camicia e lanciarsi all’inseguimento del sámi tra alture e scogliere. Ma era già troppo tardi. Nel frattempo era tornato un tempo infausto con bufere di neve e freddo pungente e presto lo Stállu incominciò a patire un freddo da cani. Infine comparve la luna all’orizzonte. Quando lo Stállu la notò, pensò che il sámi avesse acceso un fuoco, così si affrettò ad avanzare più veloce che poteva. Ma prima di raggiungere il presunto fuoco per riscaldarsi, si stancò, tanto da non essere più in grado di proseguire. Si arrampicò sulla cima di un abete rosso dove morì congelato. E questa fu la sua fine.


La fanciulla stállu

(fiaba popolare raccolta nel Finnmark svedese)

Titolo originale: "Das Stalomädchen"

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta


C’era una volta una coppia appartenente alla razza degli stálut che aveva due figli, un maschio e una femmina. Accadde un giorno che ci fu mancanza di cibo, pertanto i genitori pensarono di macellare uno dei due figli e di mangiarselo; tuttavia non riuscivano ad accordarsi se questa sorte sarebbe toccata al figlio oppure alla figlia. L’uomo voleva risparmiare il figlio, perciò disse alla moglie:

«Im mon juoksa guoddejam! – Non ucciderò colui che porterà il mio arco!».

Tuttavia la donna voleva che fosse la figlia ad essere risparmiata, pertanto urlò con voce stridula e colma di rabbia:

«Im mon snaldo bådnjejam! – Non ucciderò la mia filatrice!».

La figlia, che stava alla porta a origliare, udì questa conversazione, come pure il fatto che, alla fine, la madre dovette cedere e destinare alla morte la figlia, cioè lei. Si dette pertanto alla fuga e giunse a una kota sámi, dove le chiesero chi era e da dove veniva.

«Ah,» disse, «sono fuggita per salvarmi la vita; i miei genitori volevano mangiarmi! Vorreste essere così gentili da assumermi come ragazza addetta ad attingere l’acqua[1]

Così si accordarono. La fanciulla stállu rimase con loro e in seguito divenne la moglie del figlio della famiglia.

Dopo alcuni anni il marito volle andare a trovare i suoceri, ovvero la famiglia di stálut, anche per sapere se era possibile ricevere da loro una dote. La moglie tentò fin dal principio di dissuaderlo da questo suo intento, perché era certa che se ci fosse andato sarebbe stato mangiato: ma non c’era verso, non voleva credere che gli stálut avessero una così gran voglia di carne umana.

«Avrò con me le renne,» disse, «e darò loro un bell’animale grasso; questo sarà sufficiente affinché non ci mangino.»

«Macché! Macché!», rispose la moglie, «vedrai come andrà a finire.»

Caspar David Friedrich, Aurora boreal (1810 ca.). Wikimedia Commons.


La giovane coppia si recò, con armi e bagagli, alla dimora degli stálut, portando con sé anche il loro bambino, un maschietto di un anno. Furono accolti molto calorosamente e il sámi diede immediatamente al suocero una delle renne più grasse, affinché non rimanesse  corto di carne fresca. Anche la suocera sembrava molto felice della loro visita; prese il nipotino dalla culla, lo baciò e disse:

«Figlia cara, mentre allestite la kota, posso tenere io il bambino?».

La figlia non aveva nessuna voglia di affidare il figlio alla madre, ma non riuscì a opporsi.

Ludak[2], la succhiatrice di sangue, prese e andò subito nella kota, staccò la testa al bambino e iniziò a divorarlo. A un piccolo stállu, nato dopo che la sorella era fuggita, stando accanto alla madre e guardandola, venne voglia di assaggiare quella carne che lei stava mangiando, così gliela chiese più e più volte:

«Ninnes, Ninnes, vadde munjen njeputjen tjalmatjest! – Mammina, mammina, dammi un po’ di occhio del figlio di mia sorella!».

«Domattina avrai il seno di tua sorella da rosicchiare!», rispose Ludak.

La figlia, che stava fuori a origliare, diede di gomito al marito e gli disse:

«Ora credi a quello che ti dicevo? Per il momento ha mangiato il nostro bambino e domattina toccherà a noi».

Nel frattempo non potevano fare nulla. Dopo che ebbero terminato di allestire la kota e tutto era sistemato, giunse lo stállu con il figlio maggiore per trascorrere chiacchierando assieme a loro la lunga serata invernale. Mentre parlavano di questo e di quest’altro, lo stállu chiese in confidenza - se così si può dire - al genero:

«Kåsses le tu kassamus naker? – Qual’è il momento in cui dormi più profondamente?».

Il giovane sámi, fingendo di non capire il vero intento della domanda, gli rispose in tutta tranquillità:

«Al sorgere dell’alba, quello è il momento in cui dormo più profondamente».

Poi a sua volta chiese al suocero:

«Qual’è il momento in cui tu dormi più profondamente?».

«Kaks ija pali! – A mezzanotte!», rispose lo stállu.

Dopo che entrambi ebbero finito di porsi domande, si congedarono; lo stállu e il figlio ritornarono nella propria kota, mentre la giovane coppia rimase nella loro. A mezzanotte, però, quando lo stállu dormiva profondamente, si alzarono e fuggirono in gran silenzio prendendo la stessa via dell’andata. Il marito procedeva in testa con il gregge di renne, mentre la moglie, quando fu a una buona distanza dalla kota che avevano lasciato lì com’era, si fermò per vedere cosa avrebbe fatto il padre al sorgere dell’alba; era talmente certa di quanto sarebbe accaduto che aveva attaccato alla slitta una stainak o femmina di renna sterile[3] e così attese dietro un grosso pino che il marito aveva gettato di traverso sul sentiero.

Frants Bøe, Sami on skis in northern lights (1885) . Wikimedia Commons


Non appena l’alba spuntò, lo stállu con il figlio maggiore uscirono dalla kota, entrambi armati di aste. Si affrettarono alla kota allestita dal sámi e ne trafissero le pareti nei vari punti in cui credevano che i due ragazzi stessero dormendo profondamente. Così facendo, il figlio ripeteva:

«Ta le maga tjåkkai, ta le obba tjåkkai! – Questo è andato dritto nel cuore del cognato, questo nel cuore della sorella!».

Ben presto venne Ludak, la succhiatrice di sangue, con una tinozza e sbraitò:

«Alle, ti manatjak mallatsid kålkåtallo! – Cari ragazzi, non lasciate che il sangue scorra via!».

Volevano farne dei salsicciotti. Ma ecco che la figlia dello stállu urlò da dietro il pino:

«Taste le ain obba tjåkke! – Qui c’è ancora il cuore della sorella!».

Al che stállu disse:

«Na, juobe matav! – Me lo dovevo immaginare!». E assieme alla moglie si mise a inseguire la figlia.

Poiché si resero conto che non avrebbero mai raggiunto la stainak, lo stállu iniziò a gridare:

«Aspetta, bambina mia, aspetta! Voglio lasciarti un tesoro nella slittta come dote; pertanto, aspetta, bambina mia!».

Allora la figlia fece fermare la renna e attese fino a quando il padre allungò le mani sulla slitta: in preciso momento gli mozzò le dita con un’accetta che portava con sé e proseguì nella corsa sfrenata.

Lo stállu indicò i monconi alla moglie che era accorsa, gridando:

«Pånne, pånne kä! – Mamma, Mamma, guarda!».

«Potevo bene immaginarmi che non l’avresti fatta finita!», rispose Ludak, «vuol dire che ci proverò io.»

Allora si mise a inseguirla e a gridarle:

«Aspetta, figlia, aspetta, ho qui un raro tesoro che devi ricevere in dote; aspetta un attimo!».

La figlia si fermò ancora una volta e attese fino a quando la vecchia si appoggiò alla slitta: allora mozzò anche a lei le dita delle mani con l’accetta, così che tesoro e dita caddero nella slitta; dopo di che frustò nuovamente la renna e inseguì in folle galoppo le tracce lasciate dalla mandria di renne.

Ancora per molto udirono lo stállu e la moglie continuarono a gridare:

«Tjaske, tuona häppo, mo kadsa kaskosid! – Restituiscici i monconi delle dita, tu spudorata razza infernale!».

E questa fu la fine.

 

 

[1] Presso i sámi costituisce una  delle più umili mansioni.

[2] Questo il nome della moglie dello stállu.

[3] Si riteneva che fossero particolarmente veloci e instancabili.

 

Riferimenti bibliografici

Cocq 2008. Coppélie Cocq, Revoicing Sámi narrative. North Sámi storytelling at the turn of the 20th century. Doctoral dissertation in Sámi studies, Umeå University, Umeå.

Poestion 1886. J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien.