Visualizzazione post con etichetta #Lapponia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Lapponia. Mostra tutti i post

domenica 16 gennaio 2022

Mitologia e folklore sámi: le donne del mare nelle fiabe popolari

 

LA FANCIULLA DEL MARE

Fiaba raccolta a Lebesby.

Titolo originale: Das Mädchen aus dem Meere.

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

  

C’era una volta un contadino che aveva un unico figlio. Un giorno quest’ultimo andò a caccia e giunse a una baia dove la spiaggia era coperta dalla sabbia più fine e l’acqua chiara e limpida si spandeva splendente sul bianco suolo sabbioso. Il giovanotto si sedette sul limitare del bosco e tirò fuori dallo zaino il proprio pasto. Mentre mangiava di gusto, dal mare comparvero tre fanciulle, risalirono la riva e adagiarono le loro vesti sul praticello, due di loro le appoggiarono nello stesso posto, la terza un po’ più distante dalle altre. Dopo che si furono spogliate, si avviarono nuovamente verso il mare per lavarsi. Si guardavano intorno, giocavano e scherzavano, scrosciavano con le mani nell’acqua.

Poi andarono nuovamente a riva, indossarono le loro vesti e, com’erano venute, altrettanto all’improvviso scomparvero.

Anche il giovanotto andò per la sua strada, ritornando tuttavia il giorno seguente per vedere se le fanciulle si sarebbero palesate nuovamente; pertanto cercò un nascondiglio da dove le avrebbe osservate da vicino senza essere notato. Se ne stava lì seduto da non molto quando le tre fanciulle si presentarono, facendo tutto ciò che avevano fatto la volta precedente; tuttavia, anche in questa occasione, il giovane contadino non le disturbò, notò però che la veste che una delle fanciulle lasciava lontana dalle altre era la più bella.

Il terzo giorno tuttavia si avviò con il proposito che se avesse rivisto le fanciulle per la terza volta, avrebbe nascosto la veste di colei che la appoggiava separatamente dalle altre. Questo pensò e questo mise in atto. Le fanciulle fecero nuovamente ritorno e mentre si facevano il bagno, il giovanotto sgusciò fuori, prese la veste più graziosa e la nascose. Dopo che le fanciulle si furono fatte il bagno e tornarono a riva, trovarono solo due delle loro vesti nel posto dove le avevano appoggiate, le indossarono e scomparvero; la terza, invece, non trovò la propria. Al che la sua ansia accrebbe e diventò triste, correva avanti e indietro, gridando:

«Ehi, a te che mi hai sottratto le vesti: se sei un uomo, ti prometto la fanciulla più cara che tu possa desiderare; se invece sei una fanciulla, di prometto lo sposo che desideri».

Allora il giovanotto uscì allo scoperto e gridò:

«Non ti restituirò le vesti fino a quando non mi avrai promesso di divenire tu stessa mia moglie».

La fanciulla piangeva e si lamentava, dicendo che ciò non era possibile.

«Non posso vivere qui, poiché qui non sono nata e parimenti tu non puoi vivere nel luogo da cui io provengo.»

Il giovanotto pensava che tanto non importava e le parlò e la supplicò talmente a lungo, fino a quando cedette promettendogli di divenire sua moglie, scoppiando in lacrime. La condusse dai propri genitori, la fece battezzare dandole un nome cristiano, dopodiché si unirono in matrimonio e dopo alcuni anni ebbero un figlio. Quando esso fu diventato grande tanto da essere in grado di camminare, accompagnò un giorno il padre alla dispensa. Nelle casse, tuttavia, da cui doveva prendere delle cose, si trovavano gli indumenti che al tempo aveva messo da parte e poiché al fanciullo sembravano particolarmente belli e rari, chiese al padre a chi mai potessero appartenere. Al che il padre non diede alcuna risposta, riponendo nuovamente le vesti al proprio posto.

Tuttavia il giorno seguente, mentre l’uomo era nel bosco, e la madre con il fanciullo erano rimasti soli, le raccontò delle vesti belle e rare che aveva visto assieme al padre nella dispensa. La madre prese per mano il bambino, dicendogli di mostrarle dove si trovavano queste rarità. Appena aprì la cassa, riconobbe le proprie vesti che un tempo aveva portato con sé venendo dal mare e provò gioia e tristezza allo stesso tempo; le prese e le portò con sé nella stanza: qui le indossò, baciò il figlioletto che era rimasto sulla soglia a guardarla, si recò sulla riva e sparì in mare da dove era venuta.

Quando l’uomo fece ritorno a casa e non vide la moglie da nessuna parte, chiese al bambino:

«Dov’è la tua mamma?».

«La mamma», disse, «è andata al mare.»

L’uomo pensò subito che aveva ritrovato le sue vesti di donna del mare che egli aveva riposto nella cassa e che avesse fatto ritorno alla sua vecchia dimora. Divenne pertanto molto triste, non sapendo cosa fare; alla fine cercò Gieddagäts-galgjo[1] e le raccontò l’accaduto.

«Hai figli?», gli chiese.

«Sì,» rispose egli, «un figlio piccolo.»

«Allora non rattristarti più,» disse, «ritornerà a casa altre tre volte; ma se la terza volta la lascerai andare via, lei non tornerà mai più. Stanotte verrà per la prima volta; tuttavia non ti dovrai muovere nel letto, ma farai finta di dormire. Lei si siederà accanto al bambino, per un po’ lo accarezzerà e lo coccolerà. La seconda notte tornerà nuovamente e si comporterà allo stesso modo. Quando scenderà la terza sera, preparati un cantuccio nascosto dietro l’uscio, ma sistema il letto in modo tale che sembri che tu vi sia disteso a dormire. Quando lei giungerà per la terza volta, si tratterrà più a lungo; tuttavia nell’istante in cui lei starà per andarsene, prendila per la vita e tienila stretta con tutte le tue forze, parlale dolcemente e cerca di convincerla a restare con te. Quando avrà acconsentito e non tenterà più di divincolarsi dalla tua stretta, conducila nel letto e giaci con lei. Non appena si sarà addormentata, alzati silenziosamente, esci e trova le vesti che indossava quando era una fanciulla del mare. Si trovano in un angolo dell’abitazione, portali a me e farò in modo di tenerli lontani da qualunque occhio umano.»

Andò tutto come Gieddagäts-galgjo aveva previsto. Dopo che la madre era venuta dal bambino per la seconda volta e si approssimava la sera del terzo giorno, l’uomo fece come Gieddagäts-galgjo gli aveva consigliato. La lampada ancora ardeva quando udì avvicinarsi la moglie che aprì la porta senza far rumore e sgattaiolò nel posto in cui il bambino dormiva. Si sedette e iniziò ad accarezzare e a coccolare il bambinello. Quando stava per andarsene e si trovava in mezzo alla stanza, l’uomo l’afferrò, la tenne stretta e le rivolse dolcemente la parola, impiegando tutti i mezzi che conosceva per persuaderla, così alla fine lei si tranquillizzò e non tentò più di divincolarsi. Poi la condusse a letto e giacque con lei. Ben presto lei si addormentò profondamente e allora l’uomo la lasciò, si alzò e andò a cercare le vesti che aveva riposto davanti l’abitazione. Le trovò e le portò a Gieddagäts-galgjo, la quale gli disse:

«Nasconderò queste vesti in modo tale che nessun occhio umano le possa più vedere!». Dopodiché l’uomo ritornò a casa e si distese al fianco della moglie.

Da quel giorno condussero un’esistenza felice; tutto andava secondo i loro desideri e i parenti della donna portavano loro dal fondo del mare tutto


[1] Gieddagäts-galgjo o Gieddagäts-akka è il nome che la dea Sarakka assume nelle fiabe popolari sámi. A differenza delle altre divinità sámi di cui non è rimasto che il ricordo del nome, essa continua a svolgere un ruolo importante nelle narrazioni popolari. In esse viene rappresentata come una donna molto anziana, saggia e sempre benevola che sa tutto ciò che accade sulla terra e, in caso di situazioni difficili è in grado di prestare soccorso fornendo consigli e aiuti. A differenza di Sarakka, nelle fiabe Gieddagäts-galgjo non dimora più presso il focolare, bensì a giedda-gätje, ovvero ai confini del mondo abitato dall’uomo, da cui il suo nome Gieddagäts-galgjo. Essa svolge il medesimo ruolo della finnica Leskiakka (la “vedova-akka”). Proprio come quest’ultima, anche Gieddagäts-galgjo fu un tempo sposata, ma dopo la morte del marito vive completamente sola e isolata dal mondo. Von Düben mise in dubbio l’identificazione tra Gieddagäts-galgjo e Sarakka, sostenendo che si trattasse di una sorta di fata presa dai vicini popoli scandinavi.


Félix Ziem, The call of the sirens. Wikimedia Commons.



LA DONNA DEL MARE

Fiaba raccolta a Nässeby.

Titolo originale: Das Meerweib

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

Una sera illuminata dal chiarore lunare, due fratelli andarono al mare per appostare una volpe che da lungi veniva sulla spiaggia per cercare pesce. Mentre erano lì seduti emerse dalle acque una donna del mare e si sedette su una roccia non molto lontana dalla spiaggia. Il fratello minore si accinse a sparare alla donna, ma il maggiore lo trattenne dicendogli:

«Non sparare, ci potrebbe accadere qualcosa di brutto se spari!».

Nel frattempo la donna del mare se ne stava seduta sulla roccia, aveva sciolto i suoi lunghi capelli e li pettinava. Di nuovo il fratello minore voleva colpirla, ma il maggiore lo distolse:

«Che cosa ti salta in mente? Non puoi lasciarla in pace? Non ci ha fatto niente! Per quale ragione le vuoi sparare?».

Il minore non si curava tuttavia di quanto il maggiore gli diceva, alzò il cane dell’arma e si appoggiò il fucile alla guancia. Quando il fratello maggiore se ne accorse, gridò alla donna del mare:

«Fai attenzione, donna del mare, altrimenti ti andrà a finire male!».

In quel medesimo istante sgusciò in acqua per poi riemergere parzialmente e gridare al fratello maggiore che le voleva bene:

«Se domani a questa stessa ora verrai qui, non avrai di che pentirti!».

Entrambi i fratelli andarono allora a casa. La sera seguente il fratello maggiore si recò da solo alla spiaggia e si sedette nel medesimo posto della sera precedente. Non era seduto lì da molto che giunse una volpe nera. La uccise. Subito dopo emerse dalle acque la donna del mare, si sedette sulla medesima roccia e gridò al giovane uomo di raggiungerla.

«Non devi temere nulla,» aggiunse, «non ti farò del male!»

Il giovanotto guadò le acque fino a raggiungere la donna del mare.

«Siediti sulla mia schiena», gli disse la donna del mare, «e affonda naso e bocca tra i miei capelli, in modo che non soffochi quando scenderemo nelle profondità del mare per giungere alla dimora di mio padre!»

Il giovanotto fece come la donna del mare gli aveva detto e questa si tuffò in mare con il ragazzo. Quando furono giunti sul fondo del mare, lei prese un’ancora, la porse al giovanotto dicendogli:

«Quando giungeremo alla casa di mio padre, egli vorrà vedere quanto sei forte; egli è cieco e tu non dovrai salutarlo dandogli la mano, ma porgendogli questa ancora!»

Giunsero nel luogo in cui abitava la donna del mare; qui non c’era acqua e non era neppure buio, ma era chiaro come una giornata soleggiata del mondo di sopra e l’acqua vi fluiva sopra come un tetto.

Dopo che il giovane uomo ebbe detto «Buon giorno» e porto l’ancora, il padre della donna del mare l’afferrò con tale impeto da piegarla su stessa. Diedero allora al giovanotto un’enorme quantità di oro e di argento a cui la donna del mare aggiunse anche un grande calice d’oro che un tempo era stato sulla tavola del re. Dopodiché risalirono allo stesso modo in cui erano discesi; al giovanotto sembrava allora che tutto il mondo fosse di vetro e la donna del mare lo ricondusse nel medesimo luogo in cui lo aveva preso con sé.

Il giovanotto divenne un uomo abbiente e in mare ebbe sempre la fortuna dalla sua parte. Il fratello minore, invece, che voleva colpire la donna del mare, appassì come un albero roso dal tarlo. Tutto ciò che faceva, tutto ciò che intraprendeva, aveva sempre un esito negativo: tutte le sue imprese furono costantemente segnate dai cattivi auspici.


Una fiaba sámi: "Il gigante la cui vita era nascosta in un uovo di gallina"

 


Fiaba raccolta a Utsjok

Titolo originale: Der Riese, dessen Leben in einem Hühnerei verborgen war

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

Una donna aveva un uomo che da sette anni era in faida con un gigante. Costui trovava infatti piacere nella donna e voleva uccidere l’uomo per prendersi la moglie. Dopo sette anni riuscì alla fine a raggiungere il suo scopo; l’ucciso aveva tuttavia un figlio che, una volta cresciuto, pensò di vendicarsi contro il gigante che aveva ucciso il padre e aveva preso in moglie la madre. Tuttavia il giovane uomo non riusciva a ucciderlo né con il ferro, né con il fuoco. Tutto ciò che faceva o tentava non serviva a nulla: sembrava proprio che nel gigante non ci fosse vita.

«Cara mamma,» disse un giorno il figlio alla donna, «non sai per caso dove il gigante nasconde la propria vita?»

La madre non lo sapeva, tuttavia promise di chiederlo al gigante e quando costui un giorno era di buon umore, gli chiese, tra le altre cose, anche dove si trovava la sua vita.

«Perché me lo chiedi?», ribatté il gigante.

«Sì,» disse la donna, «se tu o io un giorno ci trovassimo in una situazione di necessità oppure di pericolo, è consolante sapere che almeno la tua vita è riposta al sicuro.»

Il gigante, che non sospettava alcun inganno, raccontò alla donna dove si trovava la sua vita e disse:

«Al largo di un mare infuocato c’è un’isola, sull’isola si trova un barile, nel barile una pecora, nella pecora una gallina, nella gallina un uovo e nell’uovo è contenuta la mia vita!».

Il giorno seguente il figlio si recò nuovamente dalla madre la quale gli disse:

«Allora, caro figliolo, ho ricevuto informazioni sulla vita del gigante; mi ha raccontato che non molto distante da qui si trova…», e narrò quanto aveva appreso dal gigante.

Disse il figlio:

«Allora devo procurarmi degli aiutanti per poter attraversare il mare infuocato».

Prese pertanto con sé un orso, un lupo, un astore e una gavia (colymbus glacialis) e si mise per via a bordo di un’imbarcazione.

Si mise a sedere nel centro della barca sotto una kota di ferro, tenendo presso di sé l’astore e la gavia, in modo che non bruciassero; lasciò invece che l’orso e il lupo remassero: è per questo motivo che l’orso ha la pelliccia nero-bruna e il lupo ha macchie nero-brune, perché entrambi portarono a termine la traversata sul mare infuocato le cui onde si innalzavano come fiamme.

Così giunsero sull’isola in cui si doveva trovare la vita del gigante. Dopo aver trovato il barile, l’orso ne colpì il fondo con la zampa, e ne saltò fuori una pecora, la quale fu acchiappata dal lupo, che la prese per una delle zampe posteriori e la ridusse in pezzi. Dalla pecora uscì in volo una gallina contro cui si lanciò l’astore, dilaniandola con i propri artigli. Nella gallina c’era un uovo che cadde in mare e sprofondò, al ché la gavia uscì in volo e si immerse per cercare l’uovo. Al primo tentativo rimase via molto tempo; poiché non riusciva a rimanere sott’acqua a lungo senza respirare, tornò nuovamente in superficie per prendere aria. Poi si immerse di nuovo, rimanendovi per un tempo maggiore del primo tentativo, non riuscendo tuttavia a trovare l’uovo. La terza volta lo trovò sul fondale marino, lo portò in superficie, consegnandolo al giovane uomo che ne fu molto felice.

Avviò un grande falò sulla riva e quando il fuoco fu considerevolmente alto, pose l’uovo in mezzo e remò immediatamente verso la riva opposta. Non appena giunse sulla terraferma, si affrettò ad andare direttamente alla fattoria del gigante per vedere se anche quest’ultimo aveva preso fuoco come l’uovo sull’isola.

La madre non era meno felice del figlio per il fatto che aveva tolto di mezzo quell’enorme mostro. Tuttavia era rimasta un po’ di vita nel gigante e poiché vide la gioia della donna, sbottò:

«Oh, io folle che mi sono lasciato abbindolare e ho svelato la mia vita a questa vecchiaccia!», e in quell’istante afferrò la canna in ferro con cui era solito aspirare il sangue dagli umani. La donna aveva tuttavia infilato un’estremità nelle braci del focolare, così egli ingurgitò tizzoni ardenti, cenere e fuoco, bruciandosi dentro. Dopodiché il fuoco si spense, e con esso anche la vita del gigante.

John Bauer, Troll på lur



 

Riferimenti bibliografici:

J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien 1886.

Mitologia e folklore sámi: Attjis-ene e Njavvis-ene

 


I sámi veneravano la luna (Manno) e alcune stelle (Nastek). Manno aveva una figlia che andò in sposa a un tale di nome Attjis, pertanto viene chiamata Attjis-ene, la “moglie di Attjis”. Compare nelle fiabe popolari come una sorta di donna-troll maligna e furba che ricorre a ogni tipo di astuzia per cercare di sostituirsi alle mogli altrui; presenta inoltre tratti in comune con la finnica Syöjätär.

  

ATTJIS-ENE, LA FIGLIA DELLA LUNA

Fiaba raccolta a Skjärvö

Titolo originale: Attjis-ene

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

C’erano una volta due orfani, un ragazzo e una ragazza. Si costruirono una casupola nelle profondità di un luogo isolato e così vivevano come meglio potevano. Accadde un giorno che il figlio di un re giunse lì e quando adocchiò la fanciulla se ne innamorò a tal punto che non riuscì a proseguire, ma si trattenne alcuni giorni presso di loro. Infine dovette fare ritorno dai suoi e quando alcuni anni dopo apprese che la fanciulla aveva dato alla luce un bambino, mandò a lei e a suo fratello l’ordine di raggiungerlo al castello. Poiché per giungervi si doveva attraversare un grande lago, il giovanotto intagliò nel legno una barca e partirono.

Dopo che ebbero remato per un bel tratto, giunse Attjis-ene che si era tuffata dalla riva, li chiamò gridando e supplicandoli di poterli accompagnare come serva, ma la sorella non voleva acconsentire.

«Ehi,» disse il fratello, «perché mai non puoi prenderla come serva?» Così le consentirono di andare con loro.

Poiché la sorella sedeva a prua, il fratello a poppa e Attjis-ene nel mezzo, quest’ultima riusciva a udire chiaramente i loro discorsi, mentre gli altri due si capivano a fatica. Quando ebbero remato per un bel tratto, iniziarono finalmente a scorgere in lontananza il castello del re.

«Indossa i tuoi vestiti migliori,» disse il fratello alla sorella, «perché ci possono già vedere dall’alto del castello.»

«Cosa dice mio fratello?», chiese la sorella.

«Cosa dice tuo fratello?», rispose Attjis-ene, «ti dice di indossare i tuoi vestiti migliori e di gettarti in acqua, così diverrai un’anatra d’oro.»

La sorella smise di remare e iniziò ad agghindarsi.

«Fai presto,» disse il fratello, «ché il castello è già molto vicino.»

«Cosa dice mio fratello?», chiese nuovamente la sorella.

«Dice,» rispose Attjis-ene, «che devi indossare i tuoi vestiti migliori e gettarti in acqua, così il principe ti amerà di gran lunga più di prima.»

La sorella fece come il fratello le aveva detto e si gettò in acqua. Il fratello voleva trarla sulla barca, ma prima che riuscisse ad afferrarla si era già trasformata in un’anatra d’oro che si allontanò nuotando; Attjs-ene prese subito il bambino, se lo portò al seno e lo allattò. Quando furono giunti a riva, proprio dove si trovava il castello del re, alcune persone andarono loro incontro e li condussero al castello dove tuttavia il giovanotto non osò raccontare cos’era successo.

Il giorno seguente egli prese il piccolo e si recò sulla riva dove iniziò a gridare:

 

«Oabbatsamaj,

Boade gaddai!

Mannat tsierro,

Gussat mäkko,

Boade gaddai!»

 

[«Sorella cara,

Vieni a riva!

Il tuo piccolo piange,

La tua mucca muggisce,

Vieni a riva!»].

 

L’anatra giunse subito sulla sponda e mentre il fratello le porgeva il bambino, lei si trasformò nuovamente in fanciulla, lo prese e lo allattò. Quando ebbe terminato, riconsegnò il bambino al fratello che voleva trattenerla, ma lei si trasformò nuovamente in anatra d’oro e nuotò verso il largo.

Sulla via del ritorno il fratello rifletté sul modo in cui riuscire ad acchiapparla, al fine di farla tornare ad essere una fanciulla umana, ma non riusciva a farsi venire in mentre nulla, così decise di rivolgersi a Gieddagäts-galgjo[1]. Ella gli consigliò di prepararsi un vestito così largo da poter essere indossato da due persone allo stesso tempo, dando tuttavia l’impressione che si tratti di un solo individuo; sarebbe poi sceso a riva e come in precedenza avrebbe gridato:

 

«Sorella cara,

Vieni a riva!

Il tuo piccolo piange,

La tua mucca muggisce,

Vieni a riva!».

 

Il giovane uomo fece come gli era stato consigliato, e quando la sorella gli porse il bambino acquietato, l’altro uomo a lei invisibile, la prese per la vita e la tenne stretta. Per poco non gli sgusciava via, perché immediatamente gli si trasformò tra le mani in un piccolissimo verme, poi in un brutto rospo, dopodiché in un pezzetto di fieno marino, infine in una zanzara; ma per quanto continuasse a mutare forma, lui non la mollava, finché alla fine riacquistò la sua forma umana.

Ora doveva recarsi con loro al castello del re, ma per quanto la pregassero, ella si rifiutò: non ci sarebbe andata fino a quando Atjjis-ene non fosse stata bruciata e ogni sua traccia cancellata con zolfo, fuoco e acqua.

Il principe venne messo al corrente di quanto accaduto, perciò fece subito scavare una fossa che venne riempita con pece e catrame e poi fece appiccare il fuoco. Dopodiché vi si recò assieme ad Attjis-ene con il pretesto di andare a guardare il fuoco che crepitava e, mentre lei vi girava attorno, le diede un bello spintone da dietro, facendola precipitare nella fossa, così venne bruciata. Poi prese in sposa la povera fanciulla e si tenne un sontuoso banchetto nuziale; tuttavia io mi allontanai e non so dire cosa sia successo dopo.



[1] Gieddagäts-galgjo o Gieddagäts-akka è il nome che la dea Sarakka assume nelle fiabe popolari sámi. A differenza delle altre divinità sámi di cui non è rimasto che il ricordo del nome, essa continua a svolgere un ruolo importante nelle narrazioni popolari. Viene rappresentata come una donna molto anziana, saggia e sempre benevola che sa tutto ciò che accade sulla terra e, in caso di situazioni difficili, è in grado di prestare soccorso fornendo consigli e aiuti. A differenza di Sarakka, nelle fiabe Gieddagäts-galgjo non dimora presso il focolare, bensì a giedda-gätje, ovvero ai confini del mondo abitato dall’uomo, da cui il suo nome Gieddagäts-galgjo. Essa svolge il medesimo ruolo della finnica Leskiakka (la “vecchia vedova”). Proprio come quest’ultima, anche Gieddagäts-galgjo fu un tempo sposata, ma dopo la morte del marito vive completamente sola e isolata dal mondo. Von Düben mise in dubbio l’identificazione tra Gieddagäts-galgjo e Sarakka, sostenendo che si trattasse di una sorta di fata presa dai vicini popoli scandinavi.


Émile-Antoine Bayard, Alphonse de Neuville, Around the moon (1872). Wikimedia Commons.


Nelle fiabe popolari sámi la figlia del sole compare con il nome Njavvis-ene (lett. “la moglie di Njavvis”), in quanto sposò un uomo di nome Njavvis. Viene sempre dipinta come una creatura molto benevola, ma anche ingenua che si lascia ingannare da Attjis-ene, la figlia della luna.

 

ATTJIS-ENE E NJAVVIS-ENE

Fiaba raccolta ad Alten.

Titolo originale: Attjis-ene und Njavvis-ene

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

  

Attjis-ene e Njavvis-ene erano vicine di casa. Ciascuna di loro ebbe un figlio: Attjis-ene una femminuccia, Njavvis-ene un maschietto. Un giorno Attjis-ene disse a Njavvis-ene:

«Vieni, andiamo a raccogliere bacche di camemoro! Colei che riempirà per prima il proprio cestino terrà il maschietto, colei che perderà dovrà tenersi la femminuccia».

Attjis-ene avrebbe preferito tenersi il bambino, poiché sapeva che crescendo sarebbe divenuto un cacciatore e quando sarebbe divenuta anziana avrebbe potuto mangiare bene. Njavvis-ene non aveva naturalmente nessuna voglia di accogliere questa sfida, ma alla fine si lasciò persuadere da Attjis-ene e accettò la scommessa.

Così ciascuna prese un cestino e si accinse a raccogliere le bacche di camemoro. Ma Attjis-ene si avvantaggiò senza che Njavvis-ene la vedesse: riempì il fondo del cestino con muschio ed erica, poi si mise a raccogliere bacche che vi adagiò sopra. Njavvis-ene si affrettava più che poteva per raccogliere più bacche possibili, ma non servì a nulla.

Mentre era ancora in gran lavoro, Attjis-ene le gridò:

«Guarda un po’, il mio cestino è già pieno! Ora il maschietto è mio e tu terrai la femminuccia!».

E così fu. Attjis-ene prese il fanciullo e Njavvis-ene la fanciulla, dopodiché ritornarono a casa.

Quando il ragazzo fu cresciuto divenne un abile cacciatore. Andava a caccia di renne selvatiche e colpiva molti animali; Attjis-ene conduceva una vita bella e piacevole, e non le mancava nulla.

Njavvis-ene e la fanciulla non avevano invece nient’altro che suole di scarpa e stracci di pelle con cui poter preparare la zuppa. Rimpiangeva ogni giorno di essersi comportata in modo così incosciente e di essersi lasciata attrarre dal competere con Attjis-ene.

Un giorno Njavvis-ene e la figlia accesero come sempre il fuoco per preparare la zuppa con stracci di pelle e suole di scarpa. Quello stesso giorno anche il giovanotto era uscito per andare a caccia di renne selvatiche.

Sul fare della sera, colpì una renna e la scuoiò. Seppellì la carne tranne alcuni pezzi grassi che mise nel proprio zaino con le provviste.

Sulla via per discendere dal monte notò il fumo uscire da un piccolo cumulo di terra. Ne fu molto meravigliato e, chiedendosi cosa mai poteva essere, si avvicinò per vedere meglio. Quando vi fu giunto, si infilò nell’apertura da cui usciva il fumo, vi guardò dentro e vide che sopra il fuoco era appeso un paiolo in cui c’erano solamente vecchi stracci per pulire le scarpe. Una giovane fanciulla stava dappresso per controllare il paiolo, buttandoci un’occhiata di tanto in tanto. Quando si fu voltata, il ragazzo lasciò cadere nel paiolo alcuni bocconi di carne grassa.

«Mamma! Mamma! Vieni a guardare!», disse la fanciulla, «dal nostro paiolo si stacca del grasso!»

«Suvvia, parli di nuovo a sproposito,» disse la vecchia, «sarebbe cosa buona se i vecchi stracci per pulire le scarpe deponessero grasso! Ahimè, la tua mamma ha probabilmente più grasso di noi!»

Il ragazzo udì tutto ciò che dissero e non riusciva a spiegarsi quale fosse il nesso. Cominciò a sospettare che colei che lo aveva educato non fosse la sua vera madre; e più rimaneva in ascolto, più si convinceva che la sua vera madre fosse colei che abitava lì.

Decise pertanto di andare a casa e di togliere di mezzo la sua vecchia matrigna, poiché presumeva che fosse un’incantatrice.

Dopo che ebbe fato ciò, si recò dalla sua vera madre. Insieme tolsero la vita anche alla figlia di Attjis-ene e da quel momento vissero felici e contenti.


Una fiaba sámi: "Il matrimonio dello stállu"

 


Fiaba raccolta a Ofoten.

Titolo originale: Stalo-Hochzeit

Traduzione del tedesco di Elisa Zanchetta

 

Un giorno uno stállu giunse nel luogo in cui un sámi aveva allestito la propria kota. Il sámi aveva una figlia e quando stállu la vide le piacque così tanto che le chiese se voleva divenire sua nuora: aveva un figlio oramai grande che voleva sposarsi.

La fanciulla rispose di no, tuttavia il padre non poté dire «no»: dovette promettere che la figlia sarebbe divenuta nuora dello stállu. Al ché si accordarono sulla data in cui il matrimonio avrebbe avuto luogo e stállu tornò sui suoi passi.

Quando giunse il giorno pattuito, il sámi fece comunicare allo stállu, che abitava a un giorno di viaggio da lì dietro un monte, che poteva raggiungerli con moglie e figlio per celebrare il matrimonio. Il sámi aveva mandato entrambi i figli con le renne a prendere la famiglia dello stállu e li aveva incaricati di prendere la via a nord del monte o del “versante a notte”, ma di dire allo stállu, qualora avesse loro chiesto per quale strada erano venuti, di essere giunti dal “versante a giorno”.

Quella stessa notte lo stállu sognò che qualora coloro che sarebbero venuti a prenderli per il matrimonio fossero giunti dal “versante a notte” del monte, sarebbe stato di cattivo auspicio. Perciò quando i figli del sámi risposero «Dal “versante a giorno”!» alla domanda posta dallo stállu, quest’ultimo ne fu molto felice e li accolse nel modo più amichevole. Dopodiché lui, la propria Nanna [moglie] e il figlio che si doveva ora sposare si prepararono per seguire i sámi. Presero con sé anche dei cibi per il banchetto nuziale e l’intera comitiva si avviò lungo la via che passava per il “versante a giorno” del monte.

Nel frattempo il sámi con i suoi uomini avevano scavato un foro sulla superficie ghiacciata del lago proprio in prossimità della propria kota, ricoprendo con cura la buca con la neve. Avevano anche preparato dei randelli di legno anch’essi posti attorno alla buca e nascosti sotto la neve.

Ecco ora arrivare lo stállu con moglie e figlio, guidati da entrambi i figli del sámi e il matrimonio ebbe inizio. Furono macellate due renne e messi due paioli sul fuoco. Dopo che la carne si fu cotta per un tempo sufficiente, il figlio maggiore del sámi tolse il paiolo dal fuoco, lo portò nel boasso, si sedette e se lo mise sulle ginocchia.

Quando stállu vide questa mossa del figlio del sámi volle che anche il proprio figlio mostrasse di essere altrettanto resistente, pertanto gli disse:

«Ora prendi tu l’altro paiolo dal fuoco, siediti e mettitelo accanto come ha fatto il giovanotto sámi!».

Tuttavia il figlio dello stállu non era abituato a queste cose come il figlio del sámi. Dopo che ebbe tolto il paiolo dal fuoco e fu andato a sedersi nel boasso, si versò addosso un po’ di acqua bollente che si mise a scorrere sul petto e lo stomaco, eccetto il basso ventre. Stállu che vide ciò, disse:

«Ti sei bruciato, ragazzo mio?».

«Ah, non è nulla di ché!», rispose il figlio.

Dopodiché iniziarono a mangiare, ma il figlio dello stállu non era in grado di mangiare nulla. Si era ustionato più gravemente di quanto si potesse immaginare. Lasciò la compagnia, si recò nella dispensa del sámi, si sdraiò e gemette di dolore. La moglie lo seguì e si sedette al suo fianco.

Poiché non faceva ritorno, stállu iniziò ad irritarsi e disse:

«Forse il giovanotto si è procurato una bella scottatura!».

Al ché si recò lui stesso nella dispensa per sentire come stava il figlio.

«Allora, come va con questo giovanotto?», chiese alla fanciulla sámi che sedeva alla porta lasciata aperta.

«Ora dorme!», ella rispose.


John Bauer, Herr Birre och Trollen (1909). Wikimedia Commons


Il padre della ragazza, anch’egli giunto, notò che il giovanotto era spirato, ma stállu non ne aveva il benché minimo sospetto. Dopo che ebbero mangiato e bevuto, chiesero a stállu se aveva voglia di uscire con loro sul ghiaccio per intrattenersi con svariati giochi comuni presso i sámi. Stállu non aveva nulla in contrario.

Dopo un po’ fecero giocare stállu al gioco che i sámi chiamano stalostallat, cioè moscacieca: a uno della compagnia veniva tirato giù il copricapo sámi fino a coprire le orecchie in modo che non riuscisse a vedere nulla; dopodiché gli si ruotava attorno e gli si pizzicavano i vestiti mentre lui, a sua volta, tentava di afferrare le persone come meglio poteva. Ecco che giunse anche il turno di stállu di fare la mosca cieca. Dopo che ebbe acchiappato il primo, gli accarezzò il volto dicendogli:

«Simme-sammas[1], domani mattina sarai la mia colazione!».

Poi ne acciuffò un secondo:

«Simme-sammas, domani sarai il mio pranzo!».

Riuscì a prenderne anche un terzo.

«Simme-sammas,» disse nuovamente stállu, «ora ne ho anche uno per cena!»

Dopodiché gli corsero nuovamente intorno, ridendo e divertendosi. Stállu li raggiunse con un balzo, finendo dritto nel foro praticano sul ghiaccio. In quel medesimo istante i sámi fecero vibrare anche il randello, picchiando la testa dello stállu più forte che potevano. Stállu gridò e chiamò a gran voce la sua nanna” che accorresse in suo aiuto.

Ma mentre queste accadeva sul ghiaccio, le donne dei sámi sedevano nella kota e tenevano impegnata la moglie dello stállu in un’altra maniera. L’avevano fatta appoggiare la testa sul grambo di una delle mogli dei sámi e mentre questa le cercava i pidocchi, le altre le avevano sciolto le lunghe trecce, legando le ciocche di capelli ai pali della kota. Si comportavano come se ammirassero molto tutti gli oggetti che la moglie dello stállu aveva appesi alla cintola, tra cui trovarono anche il suo ruovdebocce, ovvero il tubo in ferro di cui si serviva per succhiare la vita e il sangue delle persone. Lo sciolsero in segreto dalla cintola e lo infilarono nel fuoco, così che divenne bollente.

Improvvisamente la moglie dello stállu udì la voce del marito da sotto il ghiaccio e chiese alle mogli dei sámi:

«Hissogos dobbe læ vai hasso? – Cos’è, divertimento o rissa?».

«Hisso! Ovvio che è divertimento!», risposero le mogli dei sámi.

Dopodiché appoggiò nuovamente il capo in grembo alla moglie del sámi e si lasciò spulciare. Ma improvvisamente udì chiaramente che stállu la chiamava:

«Nanna, Nanna, buvte ruovdebocce! - Mia cara, mia cara, accorri con il tubo in ferro!».

Ora non poteva più avere alcun dubbio: stállu era in pericolo di vita. Indignata, balzò in piedi e, presa dalla paura, non si accorse neppure di essersi strappata le ciocche di capelli che erano state fissate ai pali della kota. Fece un chiasso infernale e cercò ovunque il suo tubo in ferro che stava tra gli altri oggetti che dovevano essere appesi alla sua cintola. Era scomparso.

«Dov’è il mio tubo in ferro? Chi mi ha preso il tubo in ferro?», chiese alle donne.

Esse indicarono il focolare e le dissero:

«È lì, nel fuoco!».

La vecchia si precipitò sul fuoco, prese il tubo in ferro divenuto incandescente e se lo mise in bocca, ma invece di aspirare sangue umano, aspirò cenere, fuoco e brace, così che le sue interiora bruciarono e rovinò al suolo morta. Allo stesso tempo gli uomini avevano fracassato la testa dello stállu che stava sotto il ghiaccio. E così finì questo matrimonio.



[1] Espressione sámi di buon auspiscio.