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domenica 16 gennaio 2022

Mitologia e folklore sámi: ulda (o gufihtar) nei racconti popolari sámi

 

Nei racconti popolari sámi compare una figura nota con i nomi di ulda (plurale uldras), ul’da, hal’de o gufihtar. A seconda delle narrazioni, essi possono essere creature ctonie o invisibili all’occhio umano, bellissime fanciulle seducenti oppure una sorta di spiriti adiutori che vanno in aiuto allo sciamano sámi. Essi non risiedono in un mondo opposto a quello dell’uomo, bensì parallelo, pertanto è possibile che queste due sfere entrino in contatto, implicando un necessario adeguamento dei sistemi, al fine di trovare un equilibrio. Vediamo di analizzare insieme i tratti principali di questa figura del folklore sámi.

Gli uldras sono creature ctonie o invisibili che possono essere d’ausilio oppure arrecare danno all’uomo. Da sempre in stretta relazione con i sámi, si dice che essi abbiamo appreso dagli uldras la pratica dello joik, le conoscenze necessarie per divenire noaidi (termine che designa lo sciamano sámi), nonché le pratiche di guarigione.

Diventano ostili se maltrattati oppure se si manca loro di rispetto. Inoltre, secondo un’antica credenza sámi, gli uldras scambiavano il bambino lasciato solo nella kota con una propria creatura (sovente un loro anziano): se i genitori si accorgevano subito dello scambio e iniziavano a frustare il bambino con rami ardenti di ginepro, gli uldras avrebbero restituito il bambino, riprendendosi il proprio, altrimenti i genitori avrebbero continuato a vivere con la creatura-ulda che, a dispetto dei normali bambini, non cresceva ed era debole oppure disabile. Per proteggere il bambino gli venivano stretti attorno alla fronte tre lacci colorati ornati con bottoni d’argento, in modo da impedire lo scambio che poteva avvenire solo prima del battesimo, dopo di che gli uldras non avrebbero più osato avvicinarsi al bambino benedetto con la croce e a cui era stato imposto un nome. Un racconto proveniente dal comune norvegese di Loppa narra di una donna che, dopo essersi accorta che il figlio le era stato scambiato, prende un ramo e si mette a picchiarlo fino a farlo urlare dal dolore; giungono un uomo e una donna che la implorano di non tormentare più il loro anziano padre e le restituiscono il figlio. (cfr. il racconto norvegese De underjordiske, II, "Gli esseri sotterranei, II", di Theodor Kittelsen [in Taglianetti 2017, pp.54-57]).


John Bauer, The changeling (1913). Wikimedia Commons.


Gli uldras possono essere visti dalle persone in rare occasioni e l’incontro avveniva per caso, oppure per loro iniziativa. Un giorno due fanciulle stavano facendo una passeggiata e all’improvviso una delle due, Magga, una bellissima ragazza, scomparve. Il giorno successivo riuscirono a rincasare insieme, ma Magga era stata gravemente ferita dai gufihtar tanto da riuscire a malapena a parlare e camminava così male da far pietà. Magga narrò che mentre era presso i gufihtar aveva visto le persone che la stavano cercando e che talvolta avevano camminato molto vicino a lei. La sua scomparsa e il fatto che non potesse essere vista dagli umani indica che era stata confinata in un mondo interdetto a coloro che non avevano il consenso del popolo sotterraneo. Quando una persona veniva rapita dagli uldras era fondamentale che non toccasse il loro cibo, altrimenti non avrebbe più fatto ritorno tra gli uomini.


John Bauer, I julnatten (1913). Wikimedia Commons.


Si narra che gli uldras siano vestiti come i sámi e che sorveglino e gridino alle renne facendo abbaiare i cani e suonare le campanelle degli animali, ma rimanendo sempre invisibili all’uomo. Se una persona avendo udito il rumore chiede al compagno: «Hai sentito?», non si udirà più alcun rumore. Gli uldras possiedono renne, mucche, pecore e seconda che essi siano allevatori oppure fattori. Se ne vanno in giro con suopunki (“lazo”) e redini gettati sulle spalle e fumando tabacco. Hanno gli stessi tratti fisici distintivi del popolo sámi. Indossano inoltre il gákti, tradizionale abito sámi strettamente connesso alle proprie origini, i cui motivi decorativi forniscono informazioni sul luogo d’origine di chi lo indossa. Esistono diversi tipi di uldras, proprio come ci sono differenti gruppi di sámi: alcuni sono colonizzatori e fattori, altri sono dediti all’allevamento delle renne. Il mondo degli uldras viene pertanto presentato come un riflesso del mondo dei sámi: si tratta di un mondo comprensibile all’uomo, tuttavia inaccessibile. Gli uldras non sono considerati outsider, pertanto il matrimonio tra sámi e uldras veniva tollerato.

Agli uldras piacciono le persone che parlano in maniera appropriata; si dice a tal proposito che adorino gli individui dai capelli neri, onesti e che sanno parlare bene. Tutto ciò allude anche alla capacità di saper parlare o rimanere zitti all’occorrenza. Gli uldras devono essere rispettati attraverso sacrifici e tenendo presente la loro potenziale presenza quando vengono allestiti nuovi villaggi, in quanto essi appartengono all’ambiente a cui l’uomo deve adattarsi. Un racconto narra di un uomo che vide una mucca-ulda e l’amico gli consigliò di lanciare un coltello sopra l’animale in modo che finisse dall’altro lato: in questo modo poté entrare in possesso della mucca-ulda. Poco dopo si presentò un’anziana signora che voleva riprendersi la mucca e loro acconsentirono senza opporre resistenza, poiché erano buone persone. Lo stesso compare in altre narrazioni in cui un uomo, che si era impossessato di una mucca-ulda, la restituisce a un’anziana ulda, ricevendo in cambio un anello d’oro. 

Gli uldras o gufihtar posso essere delle bellissime ragazze e molte storie narrano di giovani ragazzi che vengono abbagliati dalla loro irresistibile bellezza e seduzione: essi si invaghiscono di tali fanciulle ma appena tentano di avvicinarsi per conquistarle, esse scompaiono e il giorno seguente, quando il ragazzo fa ritorno nello stesso luogo per incontrarla nuovamente, sente solamente una voce femminile intonare uno joik e immagina possa trattarsi della sua amata. Se la fanciulla-ulda viene privata dei propri averi, essa non può fare ritorno alla casa dei genitori. In un racconto un ragazzo le sottrae la sciarpa di seta e la cintura e se ne torna a casa; la fanciulla lo raggiunge, si mette sulla soglia, chiedendogli con insistenza che le vengano restituiti i suoi averi, altrimenti il padre e la madre l’avrebbero rimproverata in modo sempre più severo. Infine, le restituisce quanto sottratto e lei torna a casa, ma il contatto con il ragazzo e il fatto simbolico che lui abbia tenuto con sé i suoi indumenti, implica che la fanciulla-ulda è intrappolata tra due mondi; i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di donare parte della sua femminilità a un uomo, seppur rappresentata della sua sciarpa e della cintura. Toccare una siffatta fanciulla ha serie conseguenze per il giovane. In una fiaba intitolata Das ulda-Mädchen (“La fanciulla-ulda”), il giovane punge con un ago la ragazza, facendole perdere qualche goccia di sangue: quando un ulda perde sangue diventa umano, dopo che una ragazza-ulda è stata toccata, ella è per sempre intrappolata nel mondo degli uomini ed è costretta a contrarre matrimonio con il ragazzo umano.

John Bauer, Sagan om äldtjuren Skutt och lilla prinsessan Tuvstarr (1913). Wikimedia Commons.


La fanciulla ulda

Titolo originale: Das Ulda-Mädchen

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta


C’erano una volta due giovanotti che corteggiavano la stessa fanciulla. Quando giunse la primavera i due giovanotti con la fanciulla, in compagnia di altre persone, si recarono su un’isola situata al largo, perché dovevano pescare. Sull’isola erano state costruite delle casupole per pescatori, perché da tempo immemore questa località era nota come un eccellente luogo di pesca dove le persone si intrattenevano generalmente fino all’autunno.

La fanciulla ed entrambi i giovanotti abitavano nella medesima casupola e pescavano nella stessa barca. A poco a poco uno dei due ragazzi iniziò a notare che la fanciulla gli dedicava minori attenzioni rispetto al suo compagno. Perciò ne era molto irritato e rifletteva sul modo in cui potersi sbarazzare del rivale.

Quando i pescatori intrapresero il viaggio di ritorno, fece in modo che lui, la fanciulla e il compagno fossero gli ultimi a lasciare il luogo di pesca. Quando poi anche loro ebbero portato le loro cose nella barca, ed erano già pronti per allontanarsi dall’isola, il giovanotto a cui la fanciulla non badava disse al suo compagno:

«Ah, mi sono dimenticato il coltello su nella casetta; sii buono e fai un salto a prendermelo».

Il ragazzo ci andò senza sospettare il benché minimo inganno, ma non si era allontanato di molto che il compagno sciolse gli ormeggi e partì remando assieme alla fanciulla.

Ora era completamente solo sull’isola e per aiutarsi non disponeva altro che del coltello lasciatogli dal compagno. Si costruì un arco con il quale uccideva uccelli marini che arrostiva sul fuoco. In questo modo campò fino a Natale. Alla vigilia ammassò una maggiore quantità di legna da ardere che impilò davanti l’ingresso della casupola per evitare di andare a raccoglierne dell’altra durante il periodo natalizio.

Di sera, dopo aver ultimato la catasta di legna, si sedette un po’ sull’uscio a guardare verso la terraferma e fu sopraffatto dallo struggimento. Fu allora che notò una barca diretta verso l’isola. Il giovanotto ne fu molto felice, perché credeva fossero persone che venivano sull’isola. Ma a mano a mano che la barca si avvicinava gli sembrò che fosse essa stessa di strana foggia e, dopo che ebbero ormeggiato e le persone scesero a terra, notò subito che non erano Albma-olmuk, cioè persone di questo mondo o vere persone, bensì ulda-olmuk. Si appiattì dietro la catasta di legna e si nascose in modo da non essere visto.


John Bauer, Trollmor och pojken smögo sig ut ur berget (1914). Wikimedia Commons.


Le persone scesero sull’isola: si trattava di una numerosa comunità che aveva con sé ogni sorta di cianfrusaglie. Tra le donne c’erano due giovani fanciulle molto belle e graziosamente vestite: quando l’intera schiera entrò nella casupola, notò che ciascuna delle ragazze portava una cassetta di vettovaglie. Dopo che tutte le cianfrusaglie furono portate nella casupola, entrambe le fanciulle uscirono nuovamente per fare un giro dell’isola; fu allora che notarono il giovanotto appiattito dietro la catasta di legna. Dapprima si spaventarono un po’ ed erano sul punto di scappare, ma poiché il giovanotto se ne stava lì tranquillo, si avvicinarono e iniziarono a ridacchiare, ridere e a fargli ogni sorta di scherzi.

Il giovanotto aveva uno spillo nella manica della giacca. Mentre gli saltellavano intorno, strattonandolo di tanto in tanto, attese il momento propizio e punse una della due fanciulle alla mano, tanto da farla sanguinare. La fanciulla punta iniziò a gridare e a lamentarsi. Allora accorsero anche gli altri che si trovavano nella casupola per vedere cosa fosse successo; ma non appena videro il giovanotto tornarono subito indietro, raccolsero in fretta e furia quanto avevano portato - quanto ciascuno riusciva a portare -  e si allontanarono.

In un istante tutti erano scomparsi, persone, cianfrusaglie e barca, eccetto un mazzo di chiavi rimasto sul tavolo e la fanciulla che era stata punta dal giovanotto: ella era completamente priva di forze e indifesa.

«Ora mi dovrai prendere in moglie,» disse la fanciulla, «perché mi hai punta, tanto da farmi sanguinare!»

«Certo, eccome no,» rispose il giovanotto, «lo farò volentieri, ma come pensi che potremo trascorrere l’inverno sull’isola?»

«Non c’è nessun motivo di preoccuparsi,» disse la fanciulla, «se mi prometterai di prendermi in moglie, avrai una parentale benestante!»

Il giovanotto prestò giuramento e così vissero insieme sull’isola fino alla primavera quando le persone uscirono nuovamente a pescare e con le quali fecero poi ritorno sulla terraferma.

«Dove dobbiamo recarci ora?», chiese la fanciulla al giovanotto.

«Non lo so,» disse il giovanotto, «tu cosa ne pensi?»

La fanciulla disse che sarebbe stato meglio stabilirsi nel luogo in cui vivevano i suoi genitori, «ma solo se lo vorrai», aggiunse.[1]


John Bauer, Tuvstarr (1913). Wikimedia Commons.


«Perché no?», rispose il giovanotto e così si misero per via e trovarono un posto tranquillo dove abitare.

«Ora devi misurare tu stesso lo spazio che sarà occupato dalla casa,» disse la fanciulla, «puoi sceglierlo grande o piccolo, come su vorrai!»

Il giovanotto prese le misure.

Quando di sera andarono a coricarsi, la fanciulla gli disse:

«Se di notte mentre dormiamo dovessi udire qualche rumore, non dovrai alzarti per andare a vedere che cos’è!».

Di notte egli udì rumore di muri in costruzione, di legna che veniva spaccata per innalzare le pareti, di ceppi spaccati e di martellate, ma non si mosse. Al mattino, quando lui e la fanciulla si furono alzati, si guardarono attorno ed ecco lì ergersi la casa bell’ e pronta in ogni singola parte.

«Ora devi misurare lo spazio che sarà occupato dalla stalla,» gli disse la fanciulla il giorno seguente, «sceglilo in modo che non sia troppo grande, ma neppure troppo piccolo!»

Il giovanotto prese le misure.

Anche quella notte udì rumore di muri in costruzione, di legna che veniva spaccata per innalzare le pareti e di martellate. Al mattino la stalla era ultimata con pilastri, secchi per il latte e ceppi, soltanto le vacche mancavano. Ora la fanciulla chiese al giovanotto di misurare lo spazio per la dispensa, che poteva essere grande quanto voleva. Quando anche la dispensa fu pronta, lo invitò ad andare dai propri genitori. Vi si recarono e si intrattennero tutto il tempo che a lei piacque. Quando poi giunse il momento di fare ritorno a casa, la fanciulla disse al giovanotto:

«Dopo che ci saremo congedati e staremo per andarcene, fai molta attenzione ed esci di casa più veloce che puoi!».

Il giovanotto fece come gli aveva detto la fanciulla e proprio nell’istante in cui uscì dalla porta, il padre gli scagliò contro un grande martello. Se non fosse stato così veloce, ma avesse indugiato anche solo per un attimo, il padre gli avrebbe mozzato entrambe le gambe.

Quando poi ebbero percorso un buon tratto della strada del ritorno, la fanciulla disse:

«Ora non dovrai voltarti fino a quando non sarai giunto a casa, qualsiasi cosa tu udirai o percepirai!».

Il giovanotto prestò giuramento, ma quando ebbe varcato la soglia di casa, non riuscì più a trattenersi e si voltò: nel recinto c’era l’esatta metà di una grande mandria inviata dai suoceri, l’altra metà stava ancora fuori e scomparve all’istante.

Dopodiché la coppia si fece unire in matrimonio dal sacerdote, ebbero dei figli e vissero felici e contenti. L’unica cosa che non piaceva all’uomo era il fatto che la moglie sparisse di tanto in tanto senza che lui riuscisse a scoprire dove si recava. Quando un giorno si lamentò, la donna, che amava molto il  consorte, gli disse:

«Caro marito, se non ti sta bene che io qualche volta me ne vada, non devi fare altro che piantare un grosso chiodo sulla soglia di casa, così io non potrò più uscire, a meno che non sia tu a volerlo!».




[1] Nei racconti popolari gli uldras consigliano ai sámi che stanno fuggendo da un pericolo di erigere la propria kota nel loro mondo sotterraneo per vivere indisturbati.


La gente del mare

Fiaba raccolta a Nässeby

Titolo originale: Meerleute

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

C’era una volta un uomo che aveva due figli: uno era litigioso e bestemmiava sempre, l’altro era una pasta d’uomo e pacifico. Un giorno uscirono in mare per pescare. Dopo che ebbero riempito la barca di pesci remarono nuovamente verso la riva, accesero il fuoco e prepararono la cena. Dopo aver mangiato, il padre e i due figli si distesero per dormire, ma il minore non aveva sonno. Per passare il tempo andò a camminare lungo la riva del mare. Lì notò una piccola imbarcazione a remi che si stava avvicinando all’isola; si sedette su una roccia per attendere e vedere chi se ne veniva tutto solo soletto. Quando la barca si fu avvicinata, qualcuno a bardo gridò al ragazzo:

«Cosa te ne fai, tu, lì seduto a guardare?».

«Ah, volevo solo vedere chi stava arrivando», rispose il ragazzo.

Nella barca c’era un anziano signore.

«Sali sulla barca, ragazzo mio, andremo al largo a pescare con le reti a mano», disse il vecchio.

Il giovane saltò in barca e remarono fuori dall’insenatura. Tuttavia, una volta giunti in mezzo al fiordo, si alzò una nebbia così fitta da non riuscire in alcun modo a vedere la terraferma.

«C’è una nebbia così fitta», disse il ragazzo, «che temo non rivedremo mai più la terraferma.»

«Ah, non ti preoccupare,» disse il vecchio, «non ce n’è alcun bisogno.»

Dopo che ebbero remato per un altro po’, videro in lontananza qualcosa di non ben definito che assomigliava a un villaggio.

«Che razza di villaggio è quello?», chiese il ragazzo.

«È il nostro villaggio», disse il vecchio.

Quando si furono avvicinati a terra, i figli del vecchio risalirono la riva per aiutarlo con la barca. Il ragazzo iniziò ad arrabbiarsi, non riusciva a immaginare dove era capitato: non conosceva né il paese, né la riva, né il popolo.

«Vieni, seguimi e andiamo nel villaggio!», disse il vecchio.

Il giovane indugiò un attimo, ma il vecchio lo pregò in modo così gentile che infine dovette andare con lui. Quando vi furono giunti, il vecchio portò da mangiare per sé e per il giovane, invitandolo a servirsi. Il giovanotto non osò toccare nulla.

«Bora, bora! – Magia, magia!», disse il vecchio, «non ti deve mancare nulla di ciò che abbiamo da offrirti; noi non siamo come gli altri gufihtarak, cioè gli esseri sotterranei, che vivono nelle profondità della terra!»[1]

Così mangiò. Dopo che ebbero mangiato, entrambi i figli del vecchio vollero uscire a pescare.

«Se ne hai voglia, puoi andare a pescare con loro», disse il vecchio.

E così fece il ragazzo. Una volta ritornati dal largo, dovevano portare i pesci al mercato per venderli. Il ragazzo voleva andare con loro, ma il vecchio gli disse:

«È meglio che tu resti qui fino a quando i miei figli avranno fatto ritorno dai loro commerci. Ne riceverai anche tu del ricavato, non temere, non ti mancherà nulla. Non appena i miei figli avranno fatto ritorno, anche tu dovrai ritornare dai tuoi! Cosa vuoi per aver partecipato alla pesca: farina, trinello o soldi?»

«Ah, meglio i soldi», disse il ragazzo. Dopo che entrambi i figli si furono allontanati, il ragazzo fece ritorno al villaggio con il vecchio.

«Se ne hai voglia,» disse il vecchio, «puoi andare a fare un giro in città e guardarti attorno. Ma dovessi vedere qualcosa che non comprendi, non dovrai chiedere a nessun altro se non a me. Più tardi sarò io a spiegartelo.»

Così il ragazzo si allontanò. Dopo aver passeggiato per un po’, scorse un gran numero di capre che si aggiravano sulle piazze e di tanto in tanto annusavano in aria e addentavano qualcosa. Dopodiché vide anche che dalla nebbia che copriva tutto come il tetto di una stanza, pendevano lenze a mano. Ecco una delle capre abboccò a un amo che la sollevò attraverso la nebbia, fino a farla scomparire. Il ragazzo vide tutto ciò e si meravigliò chiedendosi come tutto ciò fosse connesso, ma non disse nulla. Subito dopo vide nuovamente una capra abboccare a un amo e venire trascinata in alto attraverso la nebbia, proprio come la prima.

Trovò ciò così strano e particolare che ritornò dal vecchio per ottenere spiegazioni al riguardo. In quell’istante giunsero anche i due figli che si erano recati al mercato per vendere il pesce e il ragazzo ottenne come ricompensa cento talleri. Dopodiché il vecchio prese con sé il ragazzo nella sua barca e si avviarono sulla via del ritorno.

Durante il viaggio il ragazzo chiese:

«Buon vecchio, ascolta un po’, cosa può voler dire: sulle piazze ho visto capre annusarsi intorno e, prima una, poi un’altra, abboccare alle lenze che pendevano dalla nebbia e venire sollevate in aria».

Così il vecchio iniziò a spiegare:

«Le lenze a mano che hai visto appartengono al tuo popolo e le capre che hai visto sono i suoi pesci; le tue persone si trovano sopra il mare e pescano; lì sopra pescano pesci, proprio come hai visto le capre abboccare alla lenza. Le capre non sono nient’altro che pesci, come vedi, ma qui sotto da noi non hanno questo aspetto. Noi siamo infatti gufitarak del mare e qui si trovano le nostre dimore, i nostri villaggi, qui si svolge la nostra vita e tutto il resto».

Proseguirono per un po’ il viaggio e poi si imbatterono nella medesima fitta nebbia che avevano trovato all’andata; quando ne furono usciti videro nuovamente la spiaggia che il ragazzo ben conosceva. Il vecchio ricondusse il ragazzo al punto in cui lo aveva preso con sé e infine gli disse:

«Non devi dare a tuo fratello dei soldi che hai ottenuto da noi e non devi raccontarlo a nessuno, eccetto a tuo padre!».

Il vecchio non voleva concedere nulla al fratello maggiore, perché era talmente pieno di cattiveria e imprecava sempre: i gufihtarak non riescono infatti a sopportare le persone a cui piace bestemmiare.



[1] Secondo la credenza popolare, colui che mangia del cibo offerto dagli esseri sotterranei, rimane per sempre presso di loro.


Dahl Hans, By the fjord. Wikimedia Commons.


Riferimenti bibliografici

Cocq 2008. Coppélie Cocq, Revoicing Sámi narrative. North Sámi storytelling at the turn of the 20th century. Doctoral dissertation in Sámi studies, Umeå University, Umeå.

Karsten 1955. Rafael Karsten, The religion of the Samek: ancient beliefs and cults of the Scandinavian and Finnish Lapps, Brill, Leiden.

Poestion 1886. J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien.

Taglianetti 2017. Theodor Kittelsen, Troll, a cura di Luca Taglianetti, Vocifuoriscena, Viterbo.


Mitologia e folklore sámi: Vitra, Baednag-njudne, Kadnihak, rauga nei racconti popolari sámi

 

Vitra o Vittra

Vitra o Vittra è un’interessante figura che popola le credenze popolari dei sámi e che compare spesso e volentieri nelle fiabe e negli altri racconti della Lapponia svedese. Si tratta di uno spirito femminile che popola le zone montane oppure le acque.


 

Vitra e la moglie del pastore

(fiaba raccolta nel Lappmark svedese)

Titolo originale: Vitra und die Pfarrersfrau.

Traduzione di Elisa Zanchetta

 

Viveva un tempo la moglie di un pastore, una levatrice talmente abile che non se ne trovava una pari neanche cercando in tutta la Svezia. Anche Vitra, che come sappiamo può diventare invisibile, volle saperne di più quando udì di una siffatta persona. Una bella sera d’estate, quando nella casa del pastore tutti erano andati a riposare, la donna, rimasta invece sveglia, udì un rumore, come se qualche estraneo si apprestasse ad entrare. Ovviamente la donna si affrettò ad andare a vedere chi era venuto a trovarli nonostante l’ora tarda. Vide davanti alla porta un distinto signore che sembrava volesse parlare con lei, perciò si sporse e invitò l’uomo a entrare. Egli rispose di essere venuto per chiedere alla donna di aiutare la propria moglie che proprio allora era in preda alle doglie.

Poiché la moglie del pastore non aveva mai visto prima quell’uomo e a causa del suo singolare aspetto iniziava a sospettare che non fosse una persona umana, ebbe un po’ paura; ella non poteva rifiutare di concedergli il proprio aiuto senza prima chiedere consiglio al marito.

Quando il pastore udì la questione, si preoccupò a sua volta, ritenendo tuttavia che la cosa migliore fosse esaudire la richiesta del troll – perché lo sconosciuto altri non era che un troll, di ciò non aveva alcun dubbio.

La moglie del pastore seguì lo sconosciuto, il quale non proferì parola fino a quando furono giunti davanti a un edificio molto bello nel quale la invitò ad entrare. Al suo interno le stanze erano pulite e raffinate come nelle abitazioni delle persone illustri. Notò che in un bel letto c’era una donna ancor più bella, la quale invocava continuamente l’aiuto della moglie del pastore. Quest’ultima assolse al suo servizio esattamente come avrebbe fatto con una persona umana e dopo alcuni minuti Vitra – perché naturalmente non poteva essere nessun’altro che lei – diede alla luce una bella bambina e dopo che qualche altro minuto fu trascorso e la mamma si fu completamente ristabilita, si alzò dal letto e portò ogni sorta di cibi che offrì alla moglie del pastore. Poiché quest’ultima non osava toccare quel cibo, Vitra rise e disse:

«Non credere che io ti offra qualcosa che ti possa arrecare il minimo danno, perché non è niente di diverso rispetto a quanto tu stessa hai in casa, ma non ti obbligherò a mangiare contro la tua volontà».


John Anster Fitzgerald, Fairies looking through a Gothic arch. Wikimedia Commons.

Quando la moglie del pastore si stava avviando per far ritorno a casa, Vitra volle darle del denaro, ma poiché rifiutò di accettarlo, Vitra disse:

«È vero che non siamo ricchi, come puoi ben vedere, ma abbiamo ciò che basta per riuscire a pagare un servizio ricevuto. Se per la tua fatica non vuoi accettare alcun compenso, allora la prossima primavera vai a vedere cosa troverai sulla mensola della malga. Non dimenticartene!».

La moglie del pastore era felice di poter ritornare a casa dai suoi e non pensò alla promessa di Vitra fino a quando la primavera successiva andò nella loro malga e sulla mensola trovò mezza dozzina di cucchiai da tavola in argento puro, straordinariamente più grandi e splendidi del consueto, sui quali era stato inciso il suo nome in caratteri belli e aggraziati. Da quel momento questi cucchiai furono tramandati dai discendenti della moglie del pastore e per molti anni vennero mostrati a tutti per testimoniare la veridicità della storia di Vitra e della moglie del pastore.


                                                                            ***


Il garzone rapito

(fiaba raccolta nel Lappmark svedese)

Titolo originale: Der entführte Knecht

Traduzione di Elisa Zanchetta

 

Non si è mai abbastanza prudenti quando si vuole riposare nel bosco, perché qui il male è più grande di quanto le persone possano immaginare. Ai giorni nostri non si devono più temere i giganti o gli spiriti montani, ma le creature sotterranee e Vitra sono sempre intenzionati a giocare brutti scherzi quando si imbattono in persone assopite, divertendosi in particolar modo con i cacciatori stanchi.

Un giorno un garzone rimase a cacciare nel bosco fino a quando, completamente esausto, si dovette sedere per riposare. Si era appena seduto che giunse una bellissima donna, offrendogli da bere da una scodella dorata che reggeva tra le mani. Il garzone si invaghì della donna e bevve dalla scodella. Ma in quello stesso istante si vide trasportato in una grande sala splendente d’oro e d’argento. In mezzo alla sala c’era un tavolo che si piegava sotto il peso delle pietanze più deliziose e la bella donna lo invitò a servirsi. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, la donna gli disse che sarebbe diventato suo marito. E poiché non avrebbe desiderato cosa migliore, rimase molti anni tra i monti e Vitra gli partorì tre bambini.

Dopo cinque anni ritornò nel suo paese natale e raccontò tutto ciò che aveva vissuto. Tuttavia il suo discorso era così bizzarro che nessuno gli diede credito. Non si pentiva delle proprie azioni, tuttavia sembrava vergognarsi nei confronti dei propri simili. Poi una domenica andò in chiesa assieme agli altri e durante la recitazione della preghiera per il perdono dei peccati, si trasformò in un animale dal manto nero. Quando poi la preghiera fu ultimata, ritornò ad essere un uomo. Qualche giorno dopo scomparve e non fece più ritorno, perché Vitra l’avrà sempre in suo potere.


Il bambino scambiato

(fiaba raccolta nel Lappmark svedese)

Titolo originale: Das vertauschte Kind

Traduzione di Elisa Zanchetta

 

Non si è mai abbastanza prudenti quando si deve prestare attenzione al neonato, perché gli esseri sotterranei e Vitra cercano sempre di entrarne in possesso prima che venga battezzato – perché in seguito non hanno più alcun potere su di esso – e quando ci riescono, prendono il bambino, lasciando al suo posto una loro creatura. Ma un siffatto bambino scambiato arreca ai genitori, che se ne devono prendere cura, sempre grande irritazione. Essendo una creatura originata dagli esseri sotterranei, che non diventano più alti di un bambino di quattro anni, a crescere è solamente la testa che, quando giunge il momento di essere aspersa con l'acqua battesimale, è grande quanto quella di un uomo. I bambini di Vitra sì crescono, ma costituiscono ugualmente o diventano sempre più un peso per i genitori, i quali si rendono conto che si tratta di esseri sotterranei.

C’era una volta un contadino che doveva portare a battezzare la figlia appena nata. Poiché era piena estate e c'era molta fretta per mettere al riparo il fieno, andò dal sacerdote solo soletto con la bambina. Quando era all’incirca a metà strada, vide alcuni francolini di monte alzarsi in volo; poiché era un tiratore sfegatato che portava sempre con sé lo schioppo, non poteva lasciar volare via quei francolini, pertanto appoggiò la bambina sulla strada e iniziò a cacciare. Ma il nostro contadino non ne acchiappò neanche uno.

Quando infine ritornò dalla bambina, non riuscì più a riconoscerla, perché gli sembrava più grande e più brutta di quanto fosse in precedenza. Andò ugualmente dal sacerdote e la fece battezzare. Quando poi giunse a casa, neppure la mamma riuscì a riconoscerla. Tuttavia non c’era modo per porvi rimedio, pertanto cercò di attribuire questo cambiamento al fatto di non averla guardata con dovuta attenzione prima del battesimo ed era quindi una semplice fantasticheria che prima fosse diversa. Ma più la bambina cresceva e maggiore diventava la certezza che non si trattasse di una creatura umana, bensì di un essere di Vitra: le caviglie e i polsi le erano cresciuti così tanto da raggiungere all’incirca il mezzo cubito e non riusciva a imparare a parlare, sebbene dimostrasse di comprendere tutto ciò che ascoltava.

La fanciulla visse in questo modo, senza essere di alcun aiuto, fino a quando superò i trent’anni d’età; fu allora che si ammalò improvvisamente e morì per la gioia di tutti. Tuttavia la notte stessa in cui rese lo spirito, si levò un terribile uragano da uno dei monti più imponenti della parrocchia, portando devastazione per circa dodici cubiti lungo la strada che conduceva al promontorio vicino. Tutto ciò che si trovava sulla via venne scagliato a numerose tese di distanza da dov'era situato. Un ricovero per barche, in cui si trovavano dodici imbarcazioni, venne raso al suolo, le barche scaraventate al largo di un lago e frantumate.

Dapprima nessuno seppe spiegarsi quell’evento straordinario, ma fu ben presto lampante che doveva essere stata Vitra ad aver orchestrato tutto quello spettacolo: ella era talmente felice che la figlia o sorella, che era stata costretta a vivere più di trent’anni tra gli uomini, aveva fatto ritorno prima che svanisse l’effetto del battesimo.

Cosa ne fu della bambina rapita da Vitra nessuno mai lo seppe, ma è del tutto sensato ritenere che rimanendo presso Vitra anch’ella sia divenuta un essere simile, perché la cattiva compagnia rovina le buone abitudini.


Louis Moe, Trolde postkårt (1918). Wikimedia Commons.


Baednag-njudne

Nelle narrazioni popolari sámi compare un essere chiamato Baednag-njudne, “naso di cane”, noto anche ai finlandesi con il nome Koira-kuonalainen. Si tratta di mostri dall’aspetto umano il cui naso aveva la forma di un muso di cane che permetteva loro di fiutare a grande distanza la presenza di esseri umani e di inseguirli. Non erano solamente enormi e orribili, ma erano anche dotati di un solo occhio in mezzo alla fronte. Naednag-njudne mangiava gli umani ed era pertanto pericoloso avvicinarsi a una simile creatura.


Baednag-njudne

(fiaba raccolta nella Lapponia svedese)

Titolo originale: Baednag-njudne

Traduzione di Elisa Zanchetta

 

Un giorno una fanciulla sámi si smarrì e giunse alla dimora del Baednag-njudne, il naso di cane. L’uomo non era in casa, ma c’era la moglie. La fanciulla era piccina, misera, congelata e sembrava davvero spaventata; la donna credeva fosse un peccato che il Baednag-njudne potesse mangiare quella povera ragazzina, perciò la prese e se la nascose sotto la sottoveste.

Quando Baednag-njudne giunse a casa iniziò subito ad annusare e a fiutare, e disse alla moglie:

«Sento odore di umano!».

La moglie fece di tutto per fargli credere che non era vero; quando poi non fu più in grado di tenere con sé la fanciulla, la fece fuggire, pregandola di correre più veloce che poteva. Nel frattempo Baednag-njudne aveva annusato l’intera casa, ma non trovando nulla, uscì e non passò molto che si imbatté nella giusta traccia. Quando la fanciulla si accorse che il Baednag-njudne la stava inseguendo, colta dallo spavento fece un balzo balzò e si nascose sotto un ponte. In questo modo il Baednag-njudne perse la traccia e la fanciulla fu salva.



Kadnihak

I kadnihak sono un’altra tipologia di esseri sotterranei che si mostrano di tanto in tanto agli uomini. Hanno capelli lunghi fino alla cintola, simili a lino verde e indossano indumenti di colore rosso. Proprio come gli umani, possiedono mandrie di renne, cani, etc. La loro lingua, le loro tradizioni canore, i loro usi e costumi rispecchiano quelli dei sámi.

 

Kadnihak

(fiaba raccolta nella Lapponia svedese)

Titolo originale: Kadnihak

Traduzione di Elisa Zanchetta

 

All’incirca settanta, ottanta anni fa accadde che un gran numero di lapponi della montagna allestirono le loro kota poco distante da Kvikjok, nella Lapponia di Luleå. Era proprio il tempo in cui a Jokmok veniva organizzato un grande mercato. Quando tutte le persone più anziane erano partite per andare al mercato, i giovani rimasti si intrattennero con ogni sorta di giochi e divertimenti sopra un piccolo lago nei pressi dell’accampamento.

Un'anziana sámi che era rimasta e sapeva che i kadnihak, o gente del monte, non sopportavano un simile baccano davanti all’accampamento, mise in guardia la gioventù, seppur invano. Giunse il momento in cui scese la sera e tutti andarono a riposare. Era appena sceso il silenzio nelle kota dei sámi che i kadnihak iniziarono a fare chiasso. Nelle vicinanze si udivano squilli, un vociare concitato, abbaiare di cani e lo scalpiccio delle renne in movimento. Tutto ciò assomigliava proprio a un grande stuolo di sámi pronti a mettersi in cammino con le mandrie di renne. I cani dei sámi si precipitarono fuori dalle kota e iniziarono a ululare e ad abbaiare. Tutti nelle kota furono sopraffatti dalla paura e dall’orrore. Allora l'anziana sámi scese dal letto, mise la testa fuori dalla porta dalla kota e vide l’orda sotterranea dirigersi proprio verso le kota. Non c’era tempo da perdere. Si avvolse immediatamente in una coperta di pelle, andò incontro all’orda sotterranea e iniziò a negoziare. Promise loro penitenza e miglior comportamento in nome dei giovani che avevano fatto confusione. Con grande difficoltà riuscì infine a far desistere i kadnihak e a convincerli a tornare indietro: in questo modo il pericolo fu ovviato.

Da quel giorno ci fu silenzio e i giovani rimasero tranquilli fintanto che si intrattenevano in quel luogo.


Theodor Kittelsen, Kornstaur i måneskinn (ca 1900). Wikimedia Commons.



Rauga, lo spettro

Fiaba raccolta a Nasseby

Titolo originale “Rauga” oder das Gespenst.

Traduzione dal tedesco di Elisa Zanchetta

 

C’era una volta un uomo la cui barca non veniva mai lasciata in pace da uno spettro. Qualsiasi cosa egli facesse, lasciasse la barca ormeggiata in spiaggia oppure la mettesse nella rimessa delle imbarcazioni, di notte c’era sempre qualcuno che si affaccendava con i remi, il banco dei rematori e le assi, arrecando ogni sorta di danni.

«Cosa diavolo devo fare affinché lasci in pace la mia barca?», si chiedeva tra sé.

Decise infine di stare in agguato. Un giorno salì a bordo e gettò sporcizia di ogni tipo sui banchi dei rematori. Dopodiché si nascose sotto la ruota di prua e attese ciò che sarebbe accaduto.

Dopo essere rimasto seduto lì per un po’, sentì qualcosa che con passo pesante risaliva la spiaggia, proprio come faceva lui stesso quando si aggirava con i suoi pesanti stivaloni da pescatore. Era il rauga, lo spettro. Questo salì nella barca, si sedette sul banco di poppa e stava per mettersi al timone.

«Puah! Puah!», gridò all’improvviso lo spettro, «ma qui è sporco, qui non ci si può sedere!»

Allora lo spettro si mise a sedere sul banco di mezzo, prese il remo e iniziò a remare; ma dopo che ebbe remato per un po’, gridò nuovamente:

«Puah! Puah! Ma anche qui è tutto sporco!».

Allora lo spettro si avviò verso la ruota di prua, si sedette sul banco di prua per fare il capitano. Ma anche qui gli andò male.

«Puah! Puah!», gridò nuovamente lo spettro, «anche qui è sporco!»

«È abbastanza pulito per me!», disse in quell’istante l’uomo, si alzò e con l’arpione assestò tra le spalle dello spettro un colpo così forte da farlo volare oltre la ruota di prua come un corpetto di pelle vuoto, cadendo in mare.

Il mattino seguente l’uomo risalì la spiaggia per recuperare qualche resto dello spettro, ma non trovò nient’altro che una piccola falange umana. Lo spettro aveva trovato pace e da quel momento non si udì e non si vide più.

 

Il rauga sámi di cui si è narrato, trova corrispettivo nel folklore scandinavo e finlandese. Draug (pl. drauger) nel folklore norvegese è uno spettro che appare a chi è destinato a morire presto in mare, specialmente annegato. La scena in cui i drauger combattono con i morti della terra è un motivo leggendario. I drauger erano piccoli e corpulenti come mucchi di fieno, completamente coperti da impermeabili di tela cerata, avevano vesti di pelle e stivali da marinaio e grandi guanti che quasi toccavano terra. Al posto della testa e dei capelli avevano un ammasso d’alghe. Il finlandese raukka (pl. raukat) designa l’anima di una vittima del mare che non ha ricevuto sepoltura




Riferimenti bibliografici

Poestion 1886. J. C. Poestion, Lappländische Märchen, Volkssagen, Räthsel und Sprichwörter. Nach lappländischen, norwegischen und schwedischen Quellen, Druck und Verlag von Carl Berold’s Sohn, Wien.