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	<title>Gangleri</title>
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	<description>Il blog del Progetto Bifröst</description>
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		<title>La guerra di Troia &#8211; I &#8216;Nostoi&#8217; (1)</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Il ritorno in patria degli Achei L’epopea dei ‘Nostoi’ (vale a dire i “Ritorni”, dal nome di un poema &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/05/11/la-guerra-di-troia-i-nostoi-1/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>1.</strong><br />
<strong>Il ritorno in patria degli Achei</strong></p>
<p>L’epopea dei ‘Nostoi’ (vale a dire i “Ritorni”, dal nome di un poema facente parte del Ciclo Troiano, attribuito a tale AGIA di Trezene e andato ormai perduto) è, per certi versi, affascinante tanto quanto le leggende dedicate alla guerra.<br />
Gli dei dell’Olimpo, adirati per gli eccessi e gli atti sacrileghi cui si erano lasciati andare gli Achei durante il sacco di Troia (non ultima, la distruzione di tutti i templi dedicati alle divinità), decisero che gli Elleni non sarebbero tornati in patria se non a prezzo di lunghe peripezie .<br />
La flotta degli Achei venne travolta da un terribile temporale nelle vicinanze di Tenedo. Nauplio, padre di Palamede, desideroso di vendetta per l’ignominiosa morte del figlio, fece collocare dei fuochi luminosi in cima al capo Capareo, ingannando i nocchieri delle navi (che ritennero il luogo un porto sicuro per un tranquillo approdo).<br />
In realtà, la zona era tristemente famosa a causa del fondale roccioso: gli Elleni cercarono tutti riparo nella baia, ma questa manovra avventata causò il naufragio di molte delle navi della flotta achea. Palamede era stato così vendicato.<br />
A seguito di quella sventura, i comandanti greci si divisero cercando ognuno di raggiungere per proprio conto la patria lontana.</p>
<p>Nestore di Pilo, che aveva dimostrato una condotta integerrima durante la guerra e non si era lasciato andare ad eccessi sotto le mura di Troia (né prese parte al saccheggio), fu l&#8217;unico eroe ad avere un ritorno veloce e indolore; il sovrano fece ritorno nell’Elide sano e salvo e regnò ancora per molti anni; nessuno, tuttavia, poté consolarlo per la morte del figlio Antiloco, caduto a Troia per mano di Memnone, re d’Etiopia.</p>
<p>Aiace Oileo, che più di ogni altro aveva causato l&#8217;ira degli dei a causa dello stupro di Cassandra, non tornò mai più in patria; la sua nave fu infatti ridotta a pezzi a causa di una terribile tempesta (scatenata, pare, su richiesta della dea Atena, che non aveva perdonato al capo acheo le violenze nei confronti della figlia di Priamo, avvenute all’interno del suo tempio).<br />
Poseidon ebbe pietà di lui e gli consentì di raggiungere la salvezza facendolo approdare su uno scoglio; il condottiero della Locride, tuttavia, fu talmente impudente da gridare al cielo che sarebbe stato capace di salvarsi da solo, anche senza l’aiuto degli immortali. Il dio del mare, sdegnato, fece sprofondare lo scoglio con un colpo del suo tridente e così Aiace Oileo annegò miseramente.</p>
<p>Teucro, figlio di Telamone e fratello del grande Aiace Telamonio (morto suicida a causa dell’umiliazione subita a causa della mancata assegnazione delle armi di Achille), giunse in patria ma venne esiliato dal padre per non aver saputo difendere o vendicare il fratello maggiore.<br />
Teucro non si perse d’animo e, con i suoi compagni, salpò alla volta dell’isola di Cipro, dove fondò una nuova città cui dette il nome di Salamina, in onore della terra natia.</p>
<p>L’audace e valoroso Diomede giunse, dopo un temporale, in terra di Licia e poi in Attica prima di raggiungere Argo, dove trovò la moglie EGIALEA nel pieno di un adulterio (secondo altre versioni, ella cercò addirittura di ucciderlo in più di un’occasione). Disgustato, egli partì per l’Etolia e, in seguito, raggiunse l&#8217;Italia Meridionale dove fondò diverse città tra cui Brindisi e Benevento.<br />
Chiamato in seguito dalle popolazioni italiche a prendere le armi contro Enea, che pure era giunto in Italia con i Troiani superstiti, egli si rifiutò di dichiarare guerra al vecchio nemico, avendo già sperimentato gli orrori della guerra e il valore dell’avversario.</p>
<p>Filottete riuscì a raggiungere sano e salvo la sua patria (la penisola di Magnesia), ma in seguito ne venne scacciato a causa di una sedizione; egli riparò in Italia dove fondò diverse città fra cui Crotone. Si narra che egli fece costruire un tempio dedicato ad Apollo in Lucania, cui offrì in sacrificò le armi di Eracle.</p>
<p>Idomeneo, re di Creta, riuscì a tornare nella sua isola; secondo una tradizione, tuttavia, la sua flotta venne colpita da una tempesta durante il viaggio di ritorno, per cui egli promise a Poseidon di sacrificargli il primo essere vivente che avesse visto dopo essere sbarcato se il dio del mare gli avesse concesso la salvezza.<br />
Il caso volle che la prima persona a venirgli incontro al momento dell’approdo fosse suo figlio; il re di Creta non se la sentì di celebrare il sacrificio e gli dei, adirati, mandarono una pestilenza che devastò tutti gli abitanti dell’isola. Quando gli oracoli rivelarono la vera causa dell’epidemia, Idomeneo fu mandato in esilio dapprima in Italia e poi in Asia minore, dove morì.</p>
<p>Nessuna notizia certa, invece, si ha riguardo al re di Atene, Menesteo; secondo alcune fonti, egli fu ucciso da Pentesilea mentre altri riferiscono che sarebbe sopravvissuto alla guerra tornando poi in patria; di certo c’è soltanto che a regnare sulla città durante le scorrerie dei Dori (che avvennero almeno una generazione dopo) vi era un tale CODRO, che si immolò in prima persona per salvare la città dall’invasione; non è possibile tuttavia accertare l’esistenza di legami di parentela tra i due sovrani.</p>
<p>Fra i re minori sopravissuti alla guerra furono ben pochi a raggiungere le proprie terre, fatta forse eccezione per Toante, che ritornò in Etolia anche se a seguito di un lungo viaggio.</p>
<p>Il profeta Calcante, invece, si mosse via terra e giunse a Colofone (in Asia Minore), dove venne sfidato in una gara di divinazione dal veggente MOPSO; essendo stato sconfitto, per l’umiliazione egli preferì suicidarsi.</p>
<p>Diverso discorso va fatto per il casato di Atreo, le vicende dei quali ispireranno poeti e tragici di molte generazioni.<br />
Secondo quanto ci riferisce Omero nell’Odissea, Menelao e la sua flotta patirono molte peripezie prima di giungere dapprima a Creta e poi in Egitto: solamente cinque delle sue navi sopravvissero alla furia degli elementi.<br />
In Egitto, tuttavia, le navi non riuscirono a ripartire a causa della totale assenza di venti. Menelao decise quindi di chiedere consiglio a PROTEO, una antica divinità marina dotata del dono della profezia (nonché del potere di trasformarsi in qualsiasi essere vivente).<br />
Il vecchio dio del mare rivelò a Menelao la rotta giusta per ritornare in patria e quali sacrifici celebrare per avere il favore degli dei nel viaggio di ritorno.<br />
Va ricordato che, secondo una tradizione posteriore ad Omero , la vera Elena sarebbe rimasta sempre in Egitto, fedele al marito, mentre Paride avrebbe portato con sé un semplice simulacro della donna, fatta della stessa materia delle nuvole. Quando il re di Sparta approdò nei lidi africani, egli avrebbe ritrovato e riconosciuto la sua vera moglie, riconciliandosi definitivamente con lei; il falso sembiante che il figlio di Atreo aveva portato con sé da Troia si volatilizzò del tutto.<br />
Menelao ed Elena ritornarono infine in Laconia dopo ben otto anni dalla fine della guerra di Troia, dove poterono trascorrere una vecchiaia serena.<br />
Nell’Odissea si narra che TELEMACO, figlio di Odisseo, si recò proprio a Sparta per avere notizie del padre e che, in tale occasione, Menelao rassicurò il principe di Itaca sulla sorte del padre; il vecchio Proteo, infatti, gli aveva rivelato che anche Odisseo sarebbe tornato in patria, anche se a seguito di un lungo e periglioso viaggio (di cui parleremo più diffusamente nel capitolo 2).</p>
<p>Ben diversa fu invece la sorte del maggiore degli Atridi, Agamennone, il quale ritornò i Grecia con tutti gli onori portando con sé un cospicuo bottino di guerra (tra cui la profetessa Cassandra, di cui il re di Micene si era invaghito facendone la sua concubina).<br />
Sua moglie Clitennestra, come noto, durante l’assenza del marito si era unita ad Egisto, cugino di Agamennone, governando la città con il suo ausilio.<br />
Probabilmente ancora adirata per il sacrificio di Ifigenia, la figlia di Tindaro venne istigata dall&#8217;amante a togliere di mezzo lo scomodo sovrano. Cassandra presagì il futuro delitto e tentò di avvertire il suo padrone e gli anziani di Micene; la maledizione che su di lei incombeva fece sì che ancora una volta nessuno volle ascoltarla.</p>
<p>Agamennone venne così ucciso a tradimento, mentre faceva il bagno, insieme alla infelice Cassandra. Clitennestra ed Egisto governarono da allora l’Argolide con giustizia, ma la popolazione non riuscì mai ad amare due sovrani che si erano macchiati di un tale atroce delitto.<br />
La giovane figlia del re Agamennone, ELETTRA, per evitare che l’ira di Egisto si accanisse anche nei confronti dei discendenti del defunto re di Micene, riuscì a nascondere l’unico erede maschio, ORESTE, presso il re STROFIO nella Focide.<br />
Diventato adulto, il giovane Oreste si recò all’oracolo di Delfi per conoscere il suo destino; per bocca del dio, la Pizia gli ordinò di tornare in Argolide per vendicare la morte del re suo padre. Egli tornò quindi a Micene assieme all’amico del cuore PILADE, figlio di Strofio, e si rivelò alla sorella Elettra, che per anni era vissuta ai margini della vita di corte in attesa del ritorno del fratello minore. Insieme essi cospirarono per vendicare la morte di Agamennone: Oreste trucidò Egisto e la madre Clitennestra, diventando così il nuovo re di Micene .<br />
Anche se il matricidio gli era stato comunque imposto dall’oracolo, per il suo delitto Oreste venne tormentato per anni dalle terribili ERINNI, mostruosi esseri alati che perseguitano quanti si rendono colpevoli dei crimini più efferati: quelli tra consanguinei.</p>
<p><em>Perché la Moira inflessibile</em><br />
<em>ci filò questa sorte per sempre:</em><br />
<em>chi dei mortali incorra</em><br />
<em>in furore di strage consanguinea,</em><br />
<em>incalzarlo finché non scenda sotterra.</em><br />
<em>E neppure morto</em><br />
<em>sarà libero del tutto.</em></p>
<p>ESCHILO, <em>Le Eumenidi, </em>Stasimo Primo, Antistrofe I, Torino, Einaudi, pp. 161-164</p>
<p>Ovunque andasse, il figlio di Agamennone era sempre accompagnato dalla macabra danza delle repellenti creature.</p>
<p><em>Mi scelsi lo sterminio delle case</em><br />
<em>quando nella pace domestica</em><br />
<em>Ares abbatte un parente.</em><br />
<em>Di lui, oh, allora balziamo in traccia,</em><br />
<em>e per vigoroso che sia, ugualmente</em><br />
<em>lo anneghiamo sotto nuovo sangue.</em></p>
<p>ESCHILO, <em>Le Eumenidi, </em>Stasimo Primo, Antistrofe II, Torino, Einaudi, pp. 161-164</p>
<p>Sulla pazzia di Oreste esistono numerose versioni: secondo la tradizione ripresa da Euripide, Apollo predisse che per trovare pace il nuovo re dell’Argolide avrebbe dovuto trafugare una statua lignea consacrata ad Artemide nella Tauride (l’odierna Crimea); qui, egli incontrò la sorella Ifigenia, che salvò il fratello e l’amico Pilade da morte certa (nella Tauride, gli stranieri venivano catturati e sacrificati agli dei) e lo aiutò ad appropriarsi della preziosa statua; in tal modo Oreste riconquistò finalmente il senno perduto.<br />
Secondo Eschilo, invece, ascoltando i vaticini del dio Apollo l’infelice Oreste si sarebbe recato nella città di Atene, dove gli anziani giudicarono del suo crimine nell’antico tribunale dell’AEROPAGO.<br />
Apollo ebbe il ruolo di difensore di Oreste mentre le Erinni quello delle accusatrici. Nel processo le parti sostennero con fermezza le rispettive ragioni: le Erinni, in quanto divinità più arcane, difendevano le antiche leggi tribali che consideravano più sacri i legami di sangue, ragion per cui il figlio di Agamennone doveva essere condannato in quanto omicida di un consanguineo (la madre, appunto).<br />
Apollo, nume della nuova generazione, perorava le nuove leggi delle divinità olimpiche così come erano state consacrate nelle poleis greche; sotto questo profilo, il matrimonio era altrettanto sacro del vincolo di sangue e di conseguenza il delitto di Clitennestra (che aveva ucciso il marito) era altrettanto grave del matricidio; Oreste non poteva quindi essere considerato colpevole in quanto aveva vendicato la morte del padre, obbedendo all’oracolo di Delfi.<br />
A seguito della discussione i voti della giuria furono pari; con il suo voto, Atena (chiamata ad esprimersi in quanto presidente dell&#8217;Areopago) dichiarò Oreste innocente.<br />
Le Erinni si tramutarono così nelle EUMENIDI (le “Benevole”) e non tormentarono più l’ultimo discendente degli Atridi; questi poté finalmente ricoprire il suo ruolo di sovrano di Micene, Argo e Tirinto (alla morte di Menelao, egli ereditò anche il trono di Sparta).</p>
<p>Neottolemo, il figlio di Achille, fu l’unico ad affrontare il viaggio di ritorno sulla terraferma portando con sé i propri uomini, il proprio bottino e i propri schiavi (tra cui l’indovino Eleno e la vedova di Ettore, Andromaca, che divenne sua concubina).<br />
Giunto in patria, egli conquistò l’Epiro e, alla morte del nonno Peleo, ereditò il trono di Ftia.<br />
Il figlio di Achille volle a questo punto prendere moglie e chiese la mano dell’unica figlia di Elena e Menelao, ERMIONE.<br />
I re di Sparta acconsentirono a queste nozze, anche se la bella Ermione era stata già promessa in precedenza al cugino Oreste (il quale, all’epoca, era ancora in preda alla follia a causa della persecuzione delle Erinni).<br />
Non ancora rinsavito, il figlio di Agamennone incontrò il rivale Neottolemo presso l’oracolo di Delfi e qui lo colse di sorpresa uccidendolo senza pietà: “<em>Né pietà alcuna meritava il tristo figlio di Achille; per mano di Oreste lo colpiva la giustizia degli Dei e quella del Fato, al quale neppure gli Dei possono sottrarsi</em>” (MORPURGO, <em>Le favole antiche</em>, Torino, Petrini, 1953, p. 178).</p>
<p>Dopo la morte di Neottolemo, il regno dell&#8217;Epiro passò ad Eleno, il quale sposò Andromaca e fondò una nuova città (BUTROTO, oggi Butrinto), dove accolsero i rifugiati troiani. Per loro, la vita riservava quanto meno una vecchiaia serena, nella malinconia e nel ricordo dei cari ormai perduti.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Il mistero dell’epigrafe di Santeramo – III</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 22:56:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bergelmir</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Filologia]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[Proseguiamo e concludiamo, dopo una pausa di circa due anni, le nostre indagini riguardanti l’epigrafe ritrovata nell’estate 2009 a Santeramo in Colle &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/05/08/epigrafe-di-santeramo-iii/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proseguiamo e concludiamo, dopo una pausa di circa due anni, le nostre indagini riguardanti l’epigrafe ritrovata nell’<strong>estate 2009</strong> a <strong>Santeramo in Colle (BA)</strong>, segnalataci dall&#8217;amico e appassionato <strong>Dott. Vito Zullo</strong>.</p>
<p>Per chi non avesse seguito lo svolgimento di questo piccolo studio, invitiamo a leggere la <strong><a href="http://gangleri.bifrost.it/2010/06/16/epigrafe-di-santeramo-i/" target="_blank">prima puntata</a></strong>, in cui abbiamo illustrato per la prima volta il problema e la <a href="http://gangleri.bifrost.it/2010/07/17/epigrafe-di-santeramo-ii/" target="_blank"><strong>seconda puntata</strong></a>, in cui abbiamo cercato di dare una nostra interpretazione alla paleografia e al significato del testo.</p>
<p>Nel frattempo abbiamo anche provato ad attendere il parere di qualche studioso, ma di fatto riguardo all&#8217;epigrafe c&#8217;è ancora mistero; al momento nessuno ha dato una spiegazione accettabile e non sembra essere possibile ad arrivare ad una soluzione definitiva.</p>
<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/Epigrafe.jpg" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-781" title="Epigrafe di Santeramo" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/Epigrafe.jpg" alt="" width="729" height="236" /></a></p>
<p>Soltanto uno studioso locale ed esperto di paleografia, <strong>Auro Pampaloni</strong>, ha avanzato alcune ipotesi molto interessanti, ha confermato alcune nostre interpretazioni, ma ha anche rimarcato alcune importanti dettagli interpretativi, che vediamo nel dettaglio:</p>
<p><strong>1. PRIMA RIGA</strong>:</p>
<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/prima-riga.jpg" target="_blank"><img class="alignnone  wp-image-782" title="prima riga" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/prima-riga.jpg" alt="" width="436" height="90" /></a></p>
<p>I caratteri scolpiti sono misti. La prima lettera (<strong>b</strong>) è in semi-onciale. La seconda parrebbe una <strong>A</strong>, però in carattere capitale rustico, quindi senza la barretta. Contrasta con tutte le altre A, che hanno la barretta e pure il tratto sopra. La quarta lettera è una <strong>D</strong>, sempre in capitale rustico. Da notare la differenza fra questa e la seconda della riga successiva che è in onciale. La <strong>i</strong> successiva porta sopra il segno (grado o cerchietto) dell’abbreviazione. La <strong>R</strong> è ancora in capitale rustico, con doppio segno di abbreviazione (trattino sulla R ed apostrofo dopo la lettera). Segue una <strong>d</strong> in semi-onciale, anch’essa caratterizzata dall’apostrofo segno di abbreviazione. Segue una <strong>A</strong> in capitale rustico (ma stavolta con il ‘cappello’ ) e poi un’altra <strong>b</strong> in semi-onciale. Non è affatto semplice capire il motivo per cui per una stessa lettera (d) si usino sia il capitale rustico che il semi-onciale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. SECONDA RIGA</strong>:</p>
<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/seconda-riga.jpg" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-783" title="seconda riga" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/seconda-riga.jpg" alt="" width="729" height="82" /></a></p>
<p>Incisa totalmente in onciale, è l&#8217;unica di cui sia chiaro il significato (la data <strong>15 gennaio 1486</strong>, secondo la nostra lettura). Da notare che vi sono interruzioni di parola, quindi si tratta di onciale tardo (successivo al VIII secolo). Il grado sopra alcune lettere è segno di abbreviazione.</p>
<p><strong>3. TERZA RIGA</strong>:</p>
<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/terza-riga.jpg" target="_blank"><img class="alignnone  wp-image-784" title="terza riga" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/05/terza-riga.jpg" alt="" width="581" height="105" /></a></p>
<p>Qui il carattere <strong>d</strong> rappresenta un vero enigma filologico, in quanto viene addirittura rappresentato con tre caratteri differenti. La seconda lettera è una <strong>d</strong> in onciale (con segno di abbreviazione), mentre la terza lettera pare essere una <strong>d</strong> in capitale rustico (confronta la quarta della prima riga). La terz’ultima lettera che pare essere identica alla terz’ultima della prima riga sembra scritta in semi-onciale.</p>
<p>&#8220;Come potete vedere si tratta solo di una sgrossatura preliminare, senza alcun tentativo interpretativo&#8221; ci ammonisce <strong>Auro Pampaloni</strong>. Dal coacervo dei segni grafici, senza addentrarsi nel merito testuale, si può ragionevolmente ipotizzare che:</p>
<p><strong>- L&#8217;iscrizione è forse stata rimaneggiata, sia da mani diverse che in tempi successivi.</strong><br />
<strong> &#8211; E’ possibile che le righe dispari siano di una mano, mentre la riga pari sia di un’altra.</strong><br />
<strong> &#8211; Da numerosi dettagli è quasi certo che l’epigrafe debba considerarsi posteriore allo VIII secolo.</strong></p>
<p>Auro Pampaloni ha inoltre dato una propria interpretazione della prima riga, che invece noi non eravamo riusciti a tradurre.</p>
<p><strong>Interpretazione della Prima riga di Auro Pampaloni</strong>:</p>
<p><strong>hac di(e)</strong><br />
<strong> R (abbreviazione di nome proprio o titolo)</strong><br />
<strong> d (abbreviazione di aggettivo o verbo)</strong><br />
<strong> A (nome proprio o titolo comunque abbreviato secondo le regole poiché non </strong><strong>porta apostrofo)</strong><br />
<strong> b (idem come il d, ma con regola d&#8217;abbreviazione diversa)</strong></p>
<p>Quanto sopra fornisce un&#8217;interpretazione almeno in parte più accurata sul possibile significato della prima riga, anche se purtroppo dai pochi elementi in nostro possesso non è possibile spingersi oltre quanto alla traduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questa terza puntata si conclude la nostra indagine sull&#8217;epigrafe di Santeramo. Ricordiamo tuttavia che fino ad oggi, quindi dopo circa tre anni dal ritrovamento, nessuno è stato in grado di dare una soluzione accettabile in merito all’iscrizione, per cui invitiamo tutti gli appassionati e gli studiosi a inviarci le loro riflessioni e i loro commenti in merito al nostro lavoro.</p>
<p><strong>Ringraziamo sentitamente Vito Zullo per averci sottoposto questo interessante mistero e Auro Pampaloni per il suo preziosissimo contributo, ad oggi l&#8217;unico che sia stato in grado di dare un&#8217;interpretazione compiuta all&#8217;epigrafe.</strong></p>
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		</item>
		<item>
		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (7)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 09:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[13. L’Iliou Persis &#160; Alla fine, non con la forza ma con l’inganno venne conquistata la città di Troia[1]; l’astuzia &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/04/27/la-guerra-di-troia-lassedio-7/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>13.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>L’Iliou Persis</em></strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla fine, non con la forza ma con l’inganno venne conquistata la città di Troia<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>; l’astuzia di Odisseo fu, ancora una volta, decisiva.</p>
<p>Il re di Itaca escogitò uno stratagemma destinato a divenire proverbiale: il famoso “cavallo di Troia”.</p>
<p>Su consiglio del prudente figlio di Laerte, venne costruito da Epeo (ispirato dalla dea Atena) un gigantesco cavallo di legno (animale sacro ai Troiani), con un’enorme cavità all’interno e una scritta votiva: «<em>I Greci dedicano questa offerta di ringraziamento ad Atena per un buon ritorno</em>».</p>
<p>All’interno della cavità si nascosero alcuni tra i migliori uomini tra gli Achei; il resto dell’esercito abbandonò invece il campo e si diresse con tutta la flotta nella vicina isola di Tenedo.</p>
<p>All’alba del nuovo giorno, quando i Troiani videro che il nemico aveva levato le tende vi furono scene di giubilo: la guerra sembrava ormai finita e la città appariva salva, dopo anni di assedio.</p>
<p>La vista del cavallo di legno turbò non poche persone: secondo i più, si trattava di una offerta votiva agli dei; altri, invece, ritenevano che la statua costituisse una minaccia e pertanto andava distrutta o bruciata.</p>
<p> Un prigioniero acheo, Sinone, venne catturato sulla costa ed interrogato: egli disse che era fuggito dall’esercito dei Greci perché questi volevano sacrificarlo per ingraziarsi gli dei in vista del viaggio di ritorno (in realtà, era una spia abilmente addestrata da Odisseo).</p>
<p> Quando i Troiani gli chiesero a che scopo fosse stato costruito il cavallo di legno, egli rispose che si trattava di una offerta dedicata alla dea Atena e che sarebbe stato blasfemo distruggere un oggetto così sacro.</p>
<p>A quel punto, la folla si stava ormai persuadendo a trascinare il cavallo nella città, malgrado alcuni tra i Troiani fossero di diverso avviso.</p>
<p>Tra i più accaniti sostenitori della pericolosità del cavallo di legno vi erano la profetessa Cassandra e il sacerdote Laocoonte, figlio di Antenore (famoso il suo <em>Timeo Danaos et dona ferentes</em>, che può essere così tradotto: “Temo gli Achei anche se portano doni”); egli arrivò addirittura a scagliare una lancia contro il ventre cavo della statua, per dimostrare che poteva nascondere un’insidia.</p>
<p>Cassandra non venne però creduta, a causa della maledizione di Apollo; Laocoonte venne invece punito dal dio Poseidon (che, come noto, parteggiava per i Greci), il quale fece emergere dalle acque due enormi serpenti marini che divorarono il sacerdote e i suoi due figli.</p>
<p>I Troiani decisero allora di portare in città il cavallo<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>, abbattendo una parte delle mura per farlo entrare, e passarono tutta la notte festeggiando la fine della guerra.</p>
<p>Sinone, che era stato accolto dai Teucri come un fratello, diede il segnale alla flotta, ferma a Tenedo, e fece uscire dal cavallo i soldati che erano nascosti all’interno. Questi uccisero le sentinelle e aprirono le porte della città, consentendo al resto dell’esercito acheo di entrare in città.</p>
<p> Gli Elleni iniziarono quindi a saccheggiare la città e a massacrarne gli abitanti, in gran parte ancora addormentati.</p>
<p> I Troiani si riebbero ben presto e, alimentati dalla disperazione, organizzarono un contrattacco, lottando strenuamente o lanciando oggetti sulle teste dei nemici che passavano.</p>
<p> Ne seguì una lotta senza quartiere in ogni vicolo, in cui i Teucri resistettero sino alla fine. Ma il destino della città era ormai segnato dal momento in cui i Greci erano riusciti a penetrare all’interno delle mura.</p>
<p> Gli Achei diedero alle fiamme Troia e si dimostrarono spietati nella strage dei nemici. A mettersi particolarmente in luce fu Neottolemo, il figlio di Achille; del giovane leale e coraggioso che non aveva osato rubare le armi di Eracle a Filottete era rimasto ben poco: ormai esisteva solo un guerriero crudele e assetato di sangue; egli uccise senza pietà Polite, il più giovane dei figli di Priamo, e lo stesso re di Troia, che aveva trovato rifugio nell&#8217;altare di Zeus del proprio palazzo.</p>
<p> Menelao uccise Deifobo, marito di Elena dopo la morte di Paride, mentre questi dormiva e avrebbe anche ucciso Elena se non fosse rimasto abbagliato dalla sua bellezza; gettò così la spada e la riportò sulla sua nave.</p>
<p> Aiace Oileo stuprò Cassandra sull&#8217;altare di Atena mentre la sventurata si aggrappava alla statua della dea, provocando il disgusto dei suoi stessi compagni e l’ira dei numi.</p>
<p> Il giorno dopo, della fiorente città di Troia rimaneva solo un cumulo di ceneri e macerie<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>; gli Achei si divisero il bottino: l’infelice Cassandra venne fatta schiava dal re Agamennone, mentre la regina Ecuba fu destinata a far parte della servitù di Odisseo; la vedova di Ettore, Andromaca, venne invece assegnata a Neottolemo.</p>
<p> Alle donne troiane non venne risparmiato neppure l’ultimo strazio; la giovane Polissena, una delle ultime figlie di Priamo, venne sacrificata sulla tomba di Achille, mentre il piccolo Astianatte, figlio di Ettore, venne ucciso nel modo più barbaro e crudele che si potesse concepire nei confronti di un infante: Neottolemo lo gettò infatti dalle mura di Troia provocandone così la morte<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p> Gli Achei si prepararono quindi a raggiungere la patria lontana; ma gli dei non avrebbero dimenticato tanto presto l’orrore dei saccheggi e le crudeltà gratuite…</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a>    Il sacco di Troia, narrato nell’<em>Iliou Persis</em> (attribuito a tale Arctino), andato oggi perduto, viene ampiamente descritto nel Libro II dell’<em>Eneide </em>di Virgilio.<strong></strong></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a>          Alcuni pensano che il cavallo di Troia rappresenti in realtà un terremoto che indebolì le mura, permettendo ai Greci di poterle sfondare (tale fenomeno è confermato anche dagli studi archeologici). Altri ritengono che il cavallo fosse un pezzo di un apparato di assedio.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a>   Questi eventi sono oggetto di un’altra famosa tragedia di Euripide, “<em>Le Troiane”.</em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a>   Secondo l&#8217;<em>Orlando innamorato</em> di Matteo Maria Boiardo (Libro III, Canto V), Andromaca avrebbe sostituito Astianatte con un altro bambino che fu ucciso al posto suo, lasciando il vero figlio nascosto in un bosco. Successivamente Astianatte sarebbe stato portato in Sicilia; dalla sua stirpe nacque il famoso cavaliere Ruggero, capostipite della famiglia degli Estensi, i duchi di Ferrara.</p>
</div>
</div>
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		<item>
		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (6)</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 16:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[11. La morte di Achille &#160; Anche dopo la morte del suo condottiero più valoroso, Troia resisteva ancora e sempre &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/04/23/la-guerra-di-troia-lassedio-6/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>11.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>La morte di Achille</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche dopo la morte del suo condottiero più valoroso, Troia resisteva ancora e sempre agli assedianti.</p>
<p>Si racconta che, in quel periodo, giunse in aiuto dei Teucri la regina delle Amazzoni, la valorosa Pentesilea, figlia di Ares.</p>
<p>Le Amazzoni erano una famosa stirpe guerriera, il cui temibile esercito era composto di sole donne; la bella regina seminò morte e distruzione tra le fila dei Greci, arrivando ad uccidere anche Podarce di Filache, il medico Macaone e, secondo alcune fonti, anche il re di Atene Menesteo.</p>
<p>Ad affrontare la terribile regina delle Amazzoni fu, ancora una volta, il valoroso figlio di Peleo che, al termine di un epico scontro, la uccise e la spogliò delle sue armi.</p>
<p> Fu solo quando Achille tolse l’elmo al nemico ucciso che egli realizzò che il suo avversario era una donna e, per giunta, dalla bellezza incomparabile.</p>
<p>Il figlio di Peleo si innamorò perdutamente della regina delle Amazzoni e, commosso, pianse calde lacrime sulla salma dell’avversario ucciso.</p>
<p>Il vile e subdolo Tersite, giunto nei pressi, derise Achille per quelle manifestazioni di tenerezza che a lui apparivano sciocche ed inutili; per sfregio, egli cavò gli occhi di Pentesilea.</p>
<p>Il vilipendio del cadavere della valorosa guerriera costò la vita al meschino Tersite, che venne ucciso da un micidiale pugno di Achille, irritato da una tale bassezza d’animo.</p>
<p>Anche Memnone, re dell&#8217;Etiopia e nipote di Priamo (era infatti figlio di Titone e di Eos, la dea dell’aurora “dalle dita rosee”, come dice Omero) venne col suo esercito ad aiutare lo zio. Egli giunse nella Troade portando con sé un esercito formato da etiopi e indiani e indossando una corazza forgiata da Efesto, proprio come Achille.</p>
<p>Nella prima battaglia che seguì al suo arrivo, Memnone uccise Antiloco, figlio di Nestore, che si fece colpire per salvare il padre.</p>
<p>Ad affrontare il re etiope fu ancora una volta il prode figlio di Peleo, che sfidò il nuovo alleato dei Teucri; come aveva già fatto al tempo del duello tra Ettore ed Achille, Zeus posò sui piatti della sua bilancia d’oro il destino dei due eroi; il Fato si pronunciò a favore dell’eroe acheo, che uccise l’avversario ed inseguì i Troiani sino alle mura della città. Gli dei, a questo punto, disgustati dagli orribili massacri compiuti dal figlio di Peleo, decisero che fosse giunta l’ultima ora anche per Achille. Come Ettore aveva previsto in punto di morte, infatti, egli venne ucciso da una freccia scagliata dall’imbelle Paride e guidata dal dio Apollo.</p>
<p>Dopo la morte di Achille, si scatenò una furiosa battaglia per recuperare il corpo e le armi dell&#8217;eroe, che terminò solo con l’intervento di Zeus in persona, il padre di tutti gli dei. Solo a questo punto Aiace Telamonio e Odisseo riuscirono a trasportare via la salma e le sue favolose armi.</p>
<p>La madre Teti stabilì a questo punto che l&#8217;armatura di Achille venisse destinata al guerriero più valoroso tra i Greci: il grande Aiace si fece avanti, ritenendo – forse non a torto – di essere il più forte degli Elleni, dopo Achille.            </p>
<p>Lo scaltro Odisseo, tuttavia, grazie alla sua parlantina riuscì ad irretire tutti gli altri duci achei e a farsi assegnare le armi.</p>
<p>Umiliato e furente, Aiace Telamonio impazzì per il dolore: sguainata la spada, egli cercò di scagliarsi contro i suoi compagni, che gli avevano negato le armi forgiate da Efesto. La dea Atena, tuttavia, gli offuscò totalmente il senno, ragion per cui il figlio di Telamone sfogò la sua rabbia contro un gregge di pecore: nella sua furia, egli fece a pezzi due arieti ritenendo che fossero i due Atridi, Agamennone e Menelao.</p>
<p>All’alba, l’eroe greco rinsavì ma, accortosi di quanto accaduto, ritenendo di essere stato motivo di scherno per i Greci durante la sua follia, si tolse la vita con la spada che gli aveva donato Ettore.</p>
<p> Il fratello Teucro chiese allora di poter dare gli onori della sepoltura al corpo di Aiace il Grande, ma Agamennone si oppose fermamente poiché il figlio di Telamone, poco prima di morire, si era comportato come un nemico degli Achei in quanto aveva rivolto la spada contro gli armenti nella convinzione di uccidere i guerrieri greci.        </p>
<p>Alla fine, fu Odisseo a risolvere la contesa, imponendo agli Elleni di concedere a Teucro di seppellire il fratello con i rituali funebri prescritti<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Secondo una tradizione, ripresa dal Foscolo, il figlio di Laerte non poté comunque gloriarsi a lungo delle armi di Achille; alla fine della guerra, infatti, una tempesta suscitata dagli dei dell’oltretomba le strappò alla nave di Odisseo portandole sulla tomba dell’eroe suicida:</p>
<p>             <em>Né senno astuto, né favor di regi</em></p>
<p><em>            all’Itaco le spoglie ardue serbava,</em></p>
<p><em>            ché alla poppa raminga le ritolse</em></p>
<p><em>            l’onda incitata dagli inferni Dei<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>.</em></p>
<p>Quando, nel corso delle sue peripezie per ritornare in patria, Odisseo giunse nel regno dei morti<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>, egli incontrò l’ombra del figlio di Telamone ancora corrucciato e provò a rivolgergli la parola: “Aiace, neppure da morto dovevi scordare la collera contro di me per quelle armi maledette? A rovina degli Argivi le posero là gli dei; peristi tu, così forte baluardo per loro. E ci rattristammo continuamente, noi Achei, per la tua scomparsa, come per la sorte del Pelide Achille. Vieni avanti, sovrano, ascolta le mie ragioni: frena il tuo impulso e l’animo superbo”.</p>
<p>Ma l’ombra di Aiace non rispose e si allontanò tra le altre anime giù nell’Erebo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>12.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>Le profezie di Eleno</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel decimo anno di guerra Calcante rivelò che l’unica persona in grado di profetizzare come espugnare Troia era Eleno, figlio di Priamo e dotato del dono della preveggenza.</p>
<p>Odisseo tese quindi un’imboscata all’indovino e lo catturò, costringendolo a rivelare tutto quello che il figlio di Priamo conosceva sulle sorti della sua città.</p>
<p>Secondo la profezia, quattro erano le condizioni che dovevano avverarsi perché Troia crollasse: innanzi tutto, era necessario portare in guerra Neottolemo, il figlio di Achille e di Deidamia; in secondo luogo, era indispensabile riportare nell’esercito acheo l’arco e le frecce di Eracle (conservate da Filottete, abbandonato nell&#8217;isola di Lemno); i Greci, inoltre, per vincere la guerra avrebbero dovuto ritrovare le ossa di Pelope e trafugare dal tempio troiano di Atena il Palladio, una statua dedicata alla dea.</p>
<p>Odisseo venne quindi condotto a Sciro, presso il re Licomede, per persuadere il figlio di Achille a unirsi alla spedizione degli Achei; Neottolemo seguì senza indugio il principe di Itaca e, nonostante la giovane età, divenne ben presto uno dei condottieri più audaci di tutto l’esercito ellenico e una delle voci più autorevoli durante le assemblee dei duci achei; egli uccise, tra gli altri, Euripilo, figlio di Telefo re della Misia (v. capitolo 2), che era giunto a sostegno dei Troiani.</p>
<p>Odisseo e Neottolemo si recarono quindi nell’isola di Lemno a recuperare Filottete<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a>; per ovvi motivi, l’arciere della Tessaglia, dopo dieci anni di esilio in un’isola deserta, non aveva alcuna intenzione di unirsi nuovamente alla spedizione degli Achei.</p>
<p>Al contrario, egli scagliò tutta la sua rabbia nei confronti di Odisseo, che riteneva (non a torto) il principale responsabile del suo abbandono: Filottete stava per scoccare un freccia in direzione del suo mortale nemico, quando un nuovo attacco epilettico causatogli dalla ferita lo fece stramazzare al suolo, svenuto.</p>
<p>I Greci volevano impossessarsi delle armi di Eracle mentre il figlio di Peante giaceva privo di sensi, ma Neottolemo oppose un orgoglioso rifiuto; colpito dalla lealtà del figlio di Achille e persuaso che il suo destino e le sue sventure facessero parte di un disegno divino, Filottete si rassegnò a seguire gli Achei a Troia.</p>
<p>Tornato sul campo di battaglia, Filottete riprese il comando delle sue truppe (Medonte, il fratellastro di Aiace Oileo che era stato nominato duce in sua assenza, era stato ucciso da Enea); grazie alle cure dei medici, la sua ferita guarì del tutto consentendogli di combattere di nuovo: con le sue frecce invincibili, egli giunse ad uccidere Paride, vendicando in questo modo la morte di Achille.</p>
<p>Narrano le leggende, a questo punto, che Elena decise di riprendere marito e che la sua scelta ricadde su Deifobo, un altro dei figli di Priamo<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>In seguito, gli Achei riuscirono a recuperare l’osso della spalla di Pelope nella città di Pisa, in Elide, e a condurlo presso l’accampamento greco.</p>
<p>Travestito da mendicante, Odisseo penetrò quindi all’interno della città di Troia per scoprire dove fosse nascosta la statua del Palladio; in quella occasione, egli venne riconosciuto da Elena, che non lo denunciò ai Teucri: forse venne ingannata dalle lacrime ipocrite di Odisseo, forse ella presagì la imminente caduta della città e preferì crearsi dei nuovi alleati. Fatto sta che, grazie alle informazioni apprese dal sovrano di Itaca, quest’ultimo e Diomede riuscirono in seguito a trafugare il Palladio.</p>
<p>Neppure adempiendo alla profezia di Eleno, tuttavia, i Greci riuscirono ad espugnare la rocca di Ilio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a>    Il suicidio e la sepoltura di Aiace Telamonio ispirarono a Sofocle la tragedia “<em>Aiace</em>”.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a>   FOSCOLO, <em>I Sepolcri</em>, vv. 222-225.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a>   OMERO, <em>Odissea</em>, Libro XI, vv. 692-703.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a>   Il ritorno dell’eroe è argomento di un’altra tragedia di Sofocle, il “<em>Filottete</em>”.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a>    Secondo un’altra versione del mito, Eleno – furioso per non essere stato prescelto come marito di Elena &#8211; si ritirò nelle montagne circostanti e lì venne catturato dai Greci, rivelando come conquistare Troia. La necessità delle armi di Eracle, in questa variante, venne profetizzata da Calcante e a recarsi a Lemno furono Odisseo e Diomede (Neottolemo sarebbe subentrato tempo dopo).</p>
</div>
</div>
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		<title>Figli di un dio che non si è neppure preso il disturbo di esistere</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 19:04:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Holger Danske</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia]]></category>
		<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni sulla genesi e strumentalizzazione del mito, di Claudia Maschio «L’uomo pensante ha la singolare qualità di inventare un’immagine fantastica &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/04/12/figli-di-un-dio-che-non-si-e-neppure-preso-il-disturbo-di-esistere/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Riflessioni sulla genesi e strumentalizzazione del mito</em>, di Claudia Maschio</strong></p>
<p style="padding-left: 300px;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;">«L’uomo pensante ha la singolare qualità di inventare un’immagine fantastica là dove è un problema irrisolto, e di non potersene liberare, neppure quando il problema è stato risolto e la verità manifesta.»</span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;">J.W. Goethe, </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><em>Teoria della natura</em></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;">.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un mondo dove spesso vincono i cattivi. Non come nei film, non come nei <em>videogames</em>, dove è il buono, l’eroe, a vincere. Ed era così anche nella notte dei tempi, quando ancora il linguaggio stava cercando di uscire dalla sua pozza primordiale. Passi incerti, le parole sono state l’ultima conquista dell’evoluzione primitiva, ma passi tutti importanti.<br />
Immaginiamo le prime parole: perché sono nate, a quali bisogni rispondevano? Subito, se ci immedesimiamo, viene da pensare che l’uomo del paleolitico abbia sputato la prima parola di senso compiuto di fronte ad un pericolo. Sarà stata una parola di poche sillabe, e perdersi ad immaginare quale, sicuramente non ce la renderà, in questo gioco di ipotesi. Ma facciamo che fosse un’esclamazione, semplice semplice. Un «<strong>Argh!</strong>», da cui etimologicamente è poi forse derivato «argomentare». Il primo che avrà detto questo «<strong>Argh!</strong>» avrà trovato un altro che, guardandolo spaesato… Insomma, gli scemi del villaggio ci sono ancor oggi, figuriamoci allora, che tutti vivevano nei villaggi. Ecco, questo scemo del villaggio avrà detto qualcosa come «Vhe? Stazzè?» Da cui in seguito forse è derivato «Che ca… che cavolo c’è?»<br />
Per arrivare a questo semplice scambio di battute, così a guardarla col senno di poi, mimino ci saranno voluti cinquemila anni. Ossia, più tempo che andare a pagare un bollettino in posta, unica occasione in cui si sperimenta in modo incisivo e indimenticabile il senso di sfinente eternità.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 336px"><img title="B.C." src="http://www.gibbs-soell.com/wp-content/uploads/2011/02/B_C_.jpg" alt="" width="326" height="257" /><p class="wp-caption-text">© J. Hart</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo ai nostri progenitori. La loro vita era complicatissima. Se anche avessero avuto la televisione, tempo per guardarla non gliene sarebbe scappato da nessuna parte. Vivevano in edifici aggiustati alla meno peggio, che venivano giù al primo terremoto. Sì, questo in fondo non è molto cambiato in diecimila e passa anni di storia. Scusate, esempio sbagliato. La loro vita era complicatissima perché non c’erano i supermercati, il riscaldamento e i frigoriferi. Nel loro armadietto per medicinali non c’erano l’aspirina, i cerotti e neppure l’acqua ossigenata, figuriamoci gli antibiotici!<br />
Ah, non avevano un armadietto per i medicinali.<br />
E, per qualche ragione, finirono per capire che la sola ancora di salvezza era una. Quel primo «<strong>Argh!</strong>», e la risposta «Vhe? Stazzè?».</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare, comunicare: questo poteva fare la differenza. E, se all’inizio la parola era poco dissimile – per funzione – da un urlo o da un grugnito, in seguito divenne tutt’altra cosa. Provate a pensare che razza di avventura dev’essere stata cercare di inventare parole, una dopo l’altra. Sulle prime, immagino che si saranno limitati ad indicare ciò che avevano attorno, pronunciando dei grugniti sempre diversi – che significavano clava, mammut, acqua, x-box – senza imbastire davvero una frase complessa, con tanto di grammatica e sintassi. Queste sono cose che hanno inventato a bella posta i professori di italiano millenni dopo, solo per il gusto di far impazzire i loro allievi. Però, attenzione: la colpa non è solo dei professori di italiano. La grammatica – seppure a livello istintivo – nacque insieme al linguaggio. Non lo sapevano, ma la inventarono gli uomini del paleolitico, con quel loro rozzo cercare forme di esprimersi che non servissero solo ad avvertire di un pericolo, ma anche a far capire che ti serviva qualcosa, o che lo volevi. «Passami la clava», «Scuoia il mammut», «Rinforza il pilastro sinistro della palafitta», «Ora alla x-box ci gioco io, quindi fatti da parte, smamma».<br />
Così, tenta e ritenta, finirono per elaborare un linguaggio in grado di trasmettere alle nuove generazioni quel che era diventato un <em>patrimonio</em>. Non sapevano cosa significasse questa parola, ma conoscevano il suo valore. E dentro ci mettevano tutto: come costruire delle rudimentali armi, come modellare dei recipienti confango e argille, come conservare la carne degli animali uccisi e tante altre informazioni indispensabili.</p>
<p style="text-align: justify;">A tramandare il sapere, pare fossero i «vecchi» del villaggio, ossia gli uomini con maggiore esperienza e per questo ritenuti più saggi. Non si trattava, però, di nonnini canuti, curvi e malfermi sulle gambe, dato che la durata della vita media, all’epoca, di rado superava i venticinque o trent’anni. Tuttavia, quei vecchi lì non perdevano tempo in stupidi trastulli (x-box a parte, che era una droga già allora) e quindi una sorta di saggezza riuscivano ad accumularla, pur avendo così pochi anni sulle spalle. Che ne fossero consci o meno, avevano la responsabilità della successiva evoluzione dell’uomo, e facevano tesoro di ogni minuto che era loro concesso.<br />
Per farla breve, i loro racconti erano qualcosa di simile all’odierna <em>internet</em>, perché tutto il sapere era lì, nelle voce, nel ricordo che si componeva in forma linguistica, per quanto approssimativa.<br />
Ai tempi, però, si era ancora molto lontani da una concezione scientifica del mondo, mancavano le basi razionali per strutturarla. Sarebbe come pretendere, oggi, che un bambino di tre anni possa andare oltre una percezione basata sull’immaginifico. Pertanto, i nostri avi univano alle informazioni tecniche fondamentali decifrazioni pittoresche dei fenomeni naturali, insegnamenti di pratiche rituali, interpretazioni del mondo imbevute di elementi magici che, nel loro insieme, rappresentavano qualcosa di simile a un romanzo fantastico o surreale. Ossia, ciò che oggi chiamiamo «mito».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cos’è, allora, il mito? Davvero un raccontare, un sognare ad occhi aperti? O è troppo superficiale arrendersi a questa conclusione?<br />
L’etimologia ci aiuta e, nel contempo, ci frastorna. Se è vero che il termine greco <em>mŷthos</em> significa «racconto», non bisogna dimenticare la radice indoeuropea di questa parola, <em>*mēwdh</em> «occuparsi di qualcosa, prestare attenzione, lamentarsi», da cui sono derivati il neopersiano <em>mōja</em> «lamento», il gotico <em>maudjan</em> «ricordare», il lituano <em>maudžiù, maũsti</em> «bramare», il paleoslavo <em>myslĭ</em> «pensiero», l’antico irlandese <em>smúainid</em> «io penso». (1)</p>
<p style="text-align: justify;">Forse potremmo azzardare l’ipotesi che il mito sia qualcosa che si spinge ben oltre il racconto. Che il mito sia la testimonianza del pensiero umano alle sue prime armi, nel tentativo di definire la realtà, di darle un senso, tra fantasia e ricordo.<br />
Fosse stato un fenomeno circostanziato, presente in una sola civiltà, forse nessuno si sarebbe mai interrogato al riguardo. Invece, pur con molte varianti, la narrazione mitologica è presente in tutte le civiltà del lontano passato e, curiosamente, alcuni tratti ricorrono o, meglio, si rincorrono dall’una all’altra.<br />
Il confronto di analogie e differenze ci consente di interpretare il mito come una spiegazione istintiva e rassicurante ai problemi fondamentali che l’uomo si è posto fin dagli albori della civiltà: a cosa sono dovuti i cicli naturali? Cosa provoca i temporali? Come mai di tanto in tanto la terra trema? Cosa sono tutte quelle luci che si accendono di notte in cielo? E, soprattutto, come si è originato il mondo in cui viviamo? Perché esistiamo, perché moriamo? Cosa succede dopo la morte?</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 295px"><img class=" " title="Linus e la sua coperta" src="http://imagecache6.allposters.com/LRG/36/3674/XPLCF00Z.jpg" alt="" width="285" height="360" /><p class="wp-caption-text">© Schultz</p></div>
<p style="text-align: justify;">Se i nostri avi avessero avuto a disposizione il metodo e le conoscenze di Galileo, si sarebbero dati risposte diverse. Ma non erano risposte che cercavano, la loro non era una curiosità, bensì una <em>paura</em>, e la sola cosa che desiderassero era una coperta sotto la quale nascondersi, un po’ come fanno i cani che, allo scoppio di un temporale, o ai botti di fine anno, si rifugiano sotto una panca o tra le gambe del loro padrone.<br />
Sì, però i cani non parlano. O, perlomeno, non risulta che abbiano elaborato un linguaggio complesso, con tanto di superlativi, avverbi, figure retoriche e perifrastiche passive.<br />
Gli uomini sì. Nel loro crescere con il linguaggio che via via inventavano, finirono per immaginare un tempo precedente al mondo, alla vita terrena, in cui l’uomo era tutt’uno con le divinità. Quest’era precedente, l’età dell’oro, era concepita come un perduto paradiso di perfezione, con cui mantenere un contatto. Ma, quando cercarono di riunirsi agli dèi, con tanto di richiesta di amicizia su <em>Facebook</em>, non ricevettero alcuna risposta diretta. Divinità snob, con la puzza sotto il naso.<br />
Che civiltà molto diverse siano comunque giunte ad elaborare forme analoghe di mitologie, dà da pensare: si erano messi d’accordo? Improbabile, visto che spesso i rapporti tra l’una e l’altra erano radi, almeno all’inizio. Forse, allora, il mito è frutto di una matrice originale, che risale alle prime forme di civiltà, e che poi si è diffuso in molte varianti per ogni angolo della terra.<br />
Può essere, ma non abbiamo basi certe per dirlo. Di mio, propendo per un grandissimo sì.<br />
Fatto sta che in tutte le mitologie risuona un bisogno di trascendenza… che parola odiosa! <em>Trascendenza</em> presuppone qualcosa da superare, da oltrepassare, ossia il corpo visto come vincolo a un&#8217;entità tipo&#8230; «anima».</p>
<p style="text-align: justify;">Per carità! Cambiamo «trascendenza» con «creatività». Sì, perché il mito è un ardito volo sulle ali della fantasia, spiccato per dar voce a una inconscia memoria, anche se non esattamente ultraterrena. Un po’ lo stesso procedimento che utilizza uno scrittore quando si mette davanti alla sua macchina da scrivere per comporre una fiaba, un racconto, un romanzo. Raccontare, narrare, fantasticare… questo tratto della prima indole umana è forse il solo che non è mai stato perso. Oggi al mondo sono più gli scrittori (o presunti tali) che i lettori. Bene o male che sia, la voglia di raccontare non ha mai abbandonato la storia evolutiva del genere umano. Anzi, è nata con essa.</p>
<p style="text-align: justify;">Azzardando un’interpretazione ancor più forte, potremmo dire che il mito non è una vera e propria narrazione, poiché è nato e si è formato insieme al linguaggio, in un fondersi dell’espressione verbale con l’innata creatività umana e le reminiscenze dell’inconscio. Mi troverebbe d’accordo Jung, secondo cui in ogni uomo, oltre a un inconscio personale, sarebbe presente anche un inconscio collettivo, ossia un modo istintivo di cogliere la verità del mondo e della natura, ricevuto in eredità dalle generazioni passate. Le immagini primordiali del mito sopravvivrebbero, dunque, seppur a livello inconsapevole, perpetuando tutto il patrimonio di conoscenze elaborate ai primordi della storia umana. (2)<br />
Sulla base di questa interpretazione, tutta la cultura si fonderebbe sulla mitologia, retaggio dell’originaria concezione della vita, divenuta dapprima ingenua espressione artistica e poi racconto, sublimazione, modo di spiegare la tensione verso l’ultraterreno. Questa prima forma di espressione artistica, per dirla in parole povere, sarebbe colpevole di tutte le forme fondamentali della cultura spirituale, dalla religione alla filosofia. (3)<br />
Nulla di strano, giacché ogni creazione umana ha sempre prodotto conseguenze sul mondo: le idee, anche quelle apparentemente più insignificanti, sono come i sassolini che partono dall’alto di una montagna e, via via, divengono valanghe.<br />
Ad esempio, insieme al mito sorsero anche le prime rudimentali forme di culto, anche se ancora non si poteva parlare di vere e proprie religioni. Per mantenere il contatto tanto desiderato con le divinità, altro modo non c’era che farsele amiche, nella speranza che risparmiassero agli uomini la loro ira, che manifestavano a suon di alluvioni, siccità e altre spiacevoli disgrazie, come interrompere una partita di x-box sul più bello.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 382px"><img title="Preti di Altan" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2009/08/preti_altan.JPG" alt="" width="372" height="400" /><p class="wp-caption-text">© Altan</p></div>
<p style="text-align: justify;">Le analogie appartengono prevalentemente a una particolare categoria di narrazioni, chiamata «miti delle origini» (4), dove alla creazione del cosmo si intrecciano le gesta di eroi umani e di imprese divine, in un alternarsi di pulsioni positive e distruttive, guerre, sacrifici, sesso, amore, pietà, coraggio, lotta per la sopravvivenza, odio, violenza, brama di potere (5). Questi racconti, sottratti alle regole della logica e strettamente connessi, invece, alla dimensione onirica, intuitiva dell’essere umano, venivano narrati con solenne enfasi ed erano pertanto vissuti con intensa partecipazione e emotività.  (6)</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione, però: nonostante la presenza degli dèi, essi non rappresentavano ancora una forma di religione, sebbene fossero interrelati a svariate pratiche rituali. Le risposte che gli uomini avevano a lungo cercato, furono generosamente fornite, se non dagli dèi, da coloro che si autoproclamarono loro vicari terreni: sacerdoti, profeti, sciamani, visionari e invasati. Le grandi religioni organizzate, come le conosciamo oggi, sono sorrette da gerarchie e burocrazie faraoniche, e smuovono quantità di denaro che non si sogna neppure Paperon de Paperoni. I riti antichi erano invece un po’ come le superstizioni, quelle stupidaggini per cui si tocca ferro (o altro) se un gatto nero ci attraversa la strada o se ci passa accanto un convento di suore. Gli antichi, forse un po’ più giustificati di noi, utilizzavano i riti per rievocare il ritorno alle origini, al momento della creazione del mondo, riti che sono confluiti nelle festività di fine e inizio anno, e nel Carnevale (7). E, così facendo, oltre a ristabilire un contatto con il mondo paradisiaco ormai perduto, esorcizzavano il presente e soprattutto il futuro.<br />
Se non è superstizione questa!</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che, tra religione e mitologia sussiste una fondamentale differenza: la prima prevede il sommo rispetto della divinità, l’adorazione, il riconoscimento della sua grandezza e infallibilità. La seconda è un tentativo di dare una giustificazione alla realtà per pacificarsi con essa: «La mitologia esordisce con l’intento di decifrare i misteri: ‘essa vuole squarciare il velo’ sottrarre le forze sovrumane all’inconoscibile, e insomma spiegare il mondo». (8)</p>
<div id="attachment_769" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/04/31.jpg"><img class="size-medium wp-image-769" title="Nilus e il Faraone" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/04/31-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">© Origone</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dunque, se è vero che la mitologia ha fornito la base narrativa e, se vogliamo, ideologica, per lo sviluppo di tutte le grandi religioni che ancor oggi affliggono il mondo, è altrettanto vero che fosse lungi dalle sue intenzioni dare alla luce una prole tanto scomoda e pressante. Viceversa, nei miti delle origini troviamo una visione disincantata delle divinità, le quali – specularmente all’uomo – sono capaci tanto di amore che di odio e distruzione. Gli dèi infliggono ai mortali prove estenuanti, li schiavizzano, si servono di loro per fini non sempre limpidi. Questo tratto fa parte della visione altrettanto disincantata che gli antichi avevano della regalità. Capi, sovrani, satrapi detenevano un assoluto potere di vita e di morte sui loro sudditi. Bastava una parola, e <em>zac!</em>, cadevano giù le teste, e il sovrano non aveva nemmeno il dovere di giustificarsi. Il suo potere non contemplava né benevolenza né giustizia. Era un potere che richiedeva soltanto il timore, il riconoscimento del fulgore e della magnificenza regale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, perché aspettarsi dagli dèi comprensione e misericordia?</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è lineare, scende dalle premesse stesse del mito: se, tramite i racconti dell’età dell’oro si tentava di giustificare la realtà, allora era anche necessario, tramite essi, fornire all’uomo una ragione per accettare la sorte, nel bene e più spesso nel male. In mancanza di spiegazioni razionali, la sola possibilità di risanare le ferite era quella di accettare il mondo per com’era. E, alla crudeltà della natura (o degli dèi), che troppo spesso si scatenava implacabile, venne dato il nome di fato, o destino: qualcosa di ineluttabile, a cui rassegnarsi, fino al giorno in cui le Parche avrebbero tagliato, senza preavviso, l’esile filo della vita.<br />
I miti delle origini erano le giustificazioni che i nostri avi avevano escogitato ai grandi interrogativi della vita. Le religioni delle elaborazioni successive, che hanno strumentalizzato dei racconti bellissimi al fine di prevaricare ed esercitare il potere sui popoli di tutti i tempi, senza risparmiare atrocità e violenze di ogni sorta.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è potuto succedere tutto questo? Perché da delle leggende è nato uno strumento del male?<br />
Forse perché noi discendiamo dai lupi. I lupi, contrariamente a quel che vorrebbe l’immaginario comune, hanno nel DNA un sistema di retroazione all’attacco. Quando lottano con un altro lupo, nel momento cruciale, porgono la gola, in segno di resa. Messaggio che, senza bisogno di tanti giri di parole, l’avversario comprende al volo. E, con grande classe, si allontana: ha vinto senza bisogno di uccidere. Niente di meglio per favorire una convivenza pacifica. (9)<br />
L’uomo, invece, discende dalle scimmie, esseri dispettosi, capricciosi, vanitosi, sempre pronti a prevaricare e a dettare legge sugli appartenenti alla propria specie. Mettiamoci questo, e mettiamoci pure la «genetica della cultura». Secondo l’etologo britannico Richard Dawkins, le culture si evolvono in modo non dissimile dagli organismi viventi. Se un’idea risulta vincente, funzionale in qualche modo, ha molte più probabilità di essere trasmessa alle nuove generazioni, di attecchire, di diventare patrimonio inalterabile (o un archetipo, per dirla alla Jung), così come è capitato alle giraffe dal collo più lungo di sopravvivere alla lotta evolutiva. Di conseguenza, si sono date il testimone nella storia le culture capaci di sviluppare tecnologie, economie e strategie atte al loro perpetuarsi. (10)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche, discendendo noi dalle scimmie, quelle in cui si potesse esercitare il potere su grandi masse: sì, perché senza gli schiavi come si potevano costruire le piramidi, erigere mausolei, bonificare acquitrini, cavare i metalli dal sottosuolo?<br />
E come convincere queste grandi masse ad accondiscendere senza protestare, se non inventando una bugia, sì, una grande bugia?<br />
Poco importa se il premio per tanta abnegazione sia la speranza in una vita eterna o l’aver reso grande un impero, uno stato, il castello di un re o il giardino di un riccastro dalla erre moscia in quel di Porto Cervo: il potere si ciba dell’ingenuità delle scimmie più piccole, del loro sacrificio, in modi molto subdoli, che ormai non si avvalgono solo delle religioni. Come sempre dell’x-box, ma anche dei mezzi di informazione. Mass media, li chiamano. Ed è giusto, perché riducono la massa a un sapere medio, senza speranze.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" title="Argh" src="http://users.kymp.net/p200849a/muutaide/argh.gif" alt="" width="300" height="156" />Immagino che non tutti concorderanno, ma difendo a spada tratta la libertà di pensare le più immonde sciocchezze. Non altrettanto di farle valere al tribunale della democratica argomentazione (che ha la sua radice etimologica in quell’«<strong>Argh!</strong>» primordiale), perché non tutte le idee si equivalgono o possono rivendicare uguale dignità e contenuto di verità.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte mi stupisco, nel sentire sostenere che la teoria dell’evoluzione non entra in contraddizione con quella creazionista. Stiamo scherzando? O una o l’altra,<em> tertium non datur</em>. La prima, però, ha delle prove dalla sua parte, la seconda, manco mezza. La seconda, addirittura, prevede una creazione da parte di una varietà di divinità diverse e in epoche diverse, dipende da quale sia il sacco religioso in cui si va a pescare. La scienza le risponde con la teoria del big bang, avvenuto diciotto miliardi di anni fa e confermato dalle misurazioni della radiazione cosmica di fondo. E segue spiegando come si sono formate le stelle, le galassie, il sistema solare e come, in un angolo fortunato, caso più unico che raro, si sia sviluppata la vita. Non per mano di un dio creatore, ma grazie a degli apparentemente insignificanti batteri, grazie al sole, grazie all’acqua e a un cocktail prodigioso: idrogeno, metano, ammoniaca e carbonio. Ecco questo è il solo e vero miracolo che tutte le religioni non prendono mai in considerazione. Gesù che moltiplica pani e pesci, a confronto di quel che l’universo ha prodotto senza bisogno di alcun dio, suona come una barzelletta che non fa ridere.<br />
La legge di Hubble, i risultati delle ricerche di Einstein, così come le questioni più spinose, come il principio di indeterminazione di Heisenberg, fanno parte del modo in cui l’uomo cerca oggi, senza più bisogno di inventare metafisiche inutili. I nostri avi, dal trono del passato, ci sarebbero grati se, in questo progredire, avessimo tolto il velo alle falsità, alle oppressioni ingiustificate delle scimmie più prepotenti, quelle che si prendevano i guadagni di tutti, le femmine migliori e le si doveva apprezzare ancor più per questo…</p>
<p>Mi sa che, se potessero vederci, si sentirebbero delusi, traditi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per qualche imperscrutabile ragione, oggi l’uomo, sebbene abbia a sua disposizione la razionalità scientifica, nonché ogni mezzo per trovare le risposte della scienza alle domande che i nostri avi neppure si ponevano davvero, non ha smesso di credere in favolette prive di senso, che hanno il solo scopo di ottenebrargli la vista. Preme i pulsanti dell’x-box, e dà per scontato che quel che gli raccontano gli scemi del villaggio sia la verità. Del po’ di cultura che gli arriva dalla scuola, se ne frega, tanto non serve a niente, pensa. E poi è l’epoca delle nuove religioni, che fanno a gara con quelle storiche (come non bastassero i loro danni) per distorcere il senso di realtà. Ma anche l’epoca dove tutto è concesso, dall’avvistamento degli ufo alle sedute spiritiche alla cartomanzia. Ed è pure l’epoca dove i potenti e gli arroganti ancora ghignano su tutti noi, dall’alto dei loro conti in banca, che sono frutto dei nostri soldi, del nostro lavoro, non diversamente da come la piramide di Cheope era l’esito della fatica di migliaia di schiavi.<br />
E ancora ci parlano di Dio, abbiamo perfino il Papa dentro il nostro Stato. E ancora sentiamo le religioni (quelle organizzate, diventate sistemi e fonti di odio, conflitto, impossibilità) rendere fragile la nostra esistenza e pure quella del futuro tutto dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse era concesso ai nostri avi, credere in qualcosa di tanto irrazionale. Ma noi come possiamo continuare a credere in un dio che non si è neppure preso il disturbo di esistere?</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: center;">
<dl id="attachment_768" class="wp-caption alignnone" style="width: 686px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/04/e22c3f31-099e-456f-9506-de0f692cbef91.jpg"><img class="size-full wp-image-768 aligncenter" title="Homer Sapiens" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/04/e22c3f31-099e-456f-9506-de0f692cbef91.jpg" alt="" width="676" height="250" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">© Matt Groening</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<ol>
<li><span style="text-align: justify;">J. Pokorny. <em>Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch</em>, 1959</span></li>
<li><span style="text-align: justify;">C.G. Jung, <em>L’uomo e i suoi simboli</em>, TEA, Milano, 1991.</span></li>
<li><span style="text-align: justify;">E. Cassirer, </span><em style="text-align: justify;">La filosofia delle forme simboliche</em><span style="text-align: justify;">, vol. II, </span><em style="text-align: justify;">Il pensiero mitico</em><span style="text-align: justify;">, La Nuova Italia, Firenze, 1961.</span><span style="text-align: justify;"> </span></li>
<li>Cfr. J. Campbell,<em> Il racconto del mito</em>, Mondadori, Milano, 1995.</li>
<li>A. Cotterell,<em> Miti e leggende</em>, Rizzoli, Milano, 1998.</li>
<li>M. L. Von Franz, <em>I miti di creazione</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p. 9.</li>
<li>C. Maschio,<em> La magia del Natale nel mondo</em>, QuiEdit, Verona, 2006;<em> Da Arlecchino a Zanni,</em> QuiEdit, Verona, 2007.</li>
<li>M. Detienne,<em> L’invenzione della mitologia</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1983, p.29.</li>
<li>K. Lorenz,<em> Il declino dell&#8217;uomo</em>, Mondadori, Milano, 1984.</li>
<li>R. Dawkins,<em> Il gene egoista</em>, Mondadori, Milano, 1992.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (5)</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 14:23:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[9. La ritirata dei Greci Dopo la breve tregua, la battaglia tra i due eserciti ricominciò con maggior vigore; dall’alto &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/04/12/la-guerra-di-troia-lassedio-5/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>9.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>La ritirata dei Greci</em></strong></p>
<p>Dopo la breve tregua, la battaglia tra i due eserciti ricominciò con maggior vigore; dall’alto del Monte Olimpo, Zeus impose agli dei di non intervenire nella guerra e decretò che i Troiani avrebbero avuto i favori della battaglia, sino a quando Achille non avesse ottenuto la giusta riparazione per l’umiliazione subita.</p>
<p>Ettore, quel giorno, fece strage tra gli Achei; tutti i Greci batterono in ritirata incalzati dai Teucri e dai fulmini scagliati da Zeus; il vecchio Nestore, rimasto indietro, stava per essere ucciso ma venne salvato da un tempestivo intervento di Diomede, il solo a non fuggire davanti ai Troiani.</p>
<p>I Greci furono costretti a trovare rifugio all’interno della mura in legno, costruite a difesa delle navi. Al calar della notte, per non perdere il terreno conquistato, i Teucri si accamparono davanti agli Achei.</p>
<p>Agamennone, sconsolato per la cocente sconfitta, provò a riconciliarsi con Achille, offrendo di restituire Briseide assieme ad altri doni; ma il figlio di Peleo, dopo aver ascoltato l&#8217;ambasceria, rifiutò sdegnato e annunciò la sua imminente partenza per Ftia.</p>
<p>Nottetempo, Diomede ed Odisseo uscirono per spiare il campo nemico e raccogliere informazioni utili; durante la loro sortita, i due incontrarono Dolone, un araldo dei Troiani che si muoveva tra i caduti per il medesimo scopo. Pur di avere salva la vita, egli tradì i compagni rivelando ai due Achei notizie preziose sull’accampamento troiano, ma Diomede lo uccise per punirlo della delazione. I due greci penetrarono così nel campo dei Traci, facendo strage dei nemici addormentati (tra le vittime anche il loro re, il giovane Reso); Odisseo e Diomede riuscirono infine a raggiungere le loro tende, dopo aver trafugato un carro ed una bellissima pariglia di cavalli traci<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Il giorno dopo, i due eserciti attaccarono nuovamente battaglia; nonostante il valore degli Achei, essa si trasformò ben presto in un vero e proprio assedio dei Troiani alle mura dell’accampamento ellenico.</p>
<p>Ettore fece strage di nemici, mentre numerosi duci tra gli Achei (tra cui Diomede, Odisseo, Agamennone e persino il medico Macaone) dovettero abbandonare il campo di battaglia perché gravemente feriti.</p>
<p>I Greci, in particolare i due Aiaci, cercarono in tutti i modi di resistere agli attacchi dei nemici, alla testa dei quali vi erano i Lici guidati dal re Sarpedonte<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>; preso un macigno, Ettore lo scagliò contro la porta delle mura dei Greci consentendo ai Troiani di sciamare nel campo avversario.</p>
<p>Dall’Olimpo, la dea Hera architettò un inganno contro Zeus convincendo Ypnos (il Sonno) ad addormentare il sovrano di tutti gli dei; di ciò approfittò Poseidon, il dio del mare, per dare man forte agli Achei; Aiace Telamonio riuscì così a colpire Ettore, facendolo cadere a terra privo di sensi.</p>
<p>Quando Zeus si accorse dell&#8217;inganno, egli intimò a tutti gli dei di abbandonare la battaglia, minacciando terribili punizioni in caso di disobbedienza. I Troiani si rianimarono e, spinti da Ettore (riavutosi dalla ferita), travolsero i Greci arrivando fino alle loro navi, giungendo persino ad incendiarne una (quella che fu di Protesilao); il solo Aiace Telamonio, armato di una trave, tentò di ergersi a baluardo degli Achei e di respingere i nemici.</p>
<p>A quel punto, Patroclo entrò nella tenda di Achille, scongiurandolo di tornare a combattere per respingere i Troiani; ottenuto un netto rifiuto, egli chiese di poter almeno vestire le armi del figlio di Peleo e di guidare così i Mirmidoni alla riscossa.</p>
<p>Achille acconsentì, ma chiese all’amico di limitarsi ad incutere timore nel nemico e di ricacciare i Troiani dall’accampamento, senza correre rischi eccessivi.</p>
<p>Vestite le splendide armi di Achille, Patroclo si mise alla guida dei Mirmidoni e guidò la riscossa dei Greci; i Teucri, ritenendo che al comando delle truppe scese in battaglia ci fosse il figlio di Peleo, vennero presi da un momento di sconcerto; Patroclo ne approfittò per ricacciare indietro i Troiani, che furono così allontanati definitivamente dall’accampamento acheo.</p>
<p>Contravvenendo alle raccomandazioni di Achille, tuttavia, Patroclo incalzò l’esercito nemico sino alle mura, compiendo molte gesta eroiche e uccidendo, tra gli altri, il re dei Lici Sarpedonte.</p>
<p>Le Moire stavano però già tessendo il destino del migliore amico di Achille: il dio Apollo colpì a tradimento Patroclo, provocandone il momentaneo stordimento, consentendo in tal modo ad Ettore di dargli il colpo di grazia; poco prima di morire, tuttavia, l’agonizzante Patroclo profetizzò ad Ettore la morte imminente per mano di Achille.</p>
<p>Si accese quindi un’aspra mischia per impadronirsi del corpo di Patroclo e – soprattutto – delle armi di Achille; Menelao si mise a difesa delle spoglie del compagno, aiutato dai due Aiaci e da Idomeneo.</p>
<p>Nel mentre, Achille venne a sapere della morte dell’amico da Antiloco, figlio di Nestore. Sconvolto dal dolore, egli scoppiò in un pianto disperato, che venne udito dalla madre Teti.</p>
<p>La ninfa subito accorse per cercare di rincuorare il figlio: Achille palesò così alla madre la sua intenzione di tornare a combattere e vendicare la morte dell’amico fraterno. Teti capì in questo modo che si stava avverando la profezia che aveva tentato in tutti i modi di scongiurare.</p>
<p>Achille, a questo punto, uscì dalla tenda e si presentò al margine del fossato che cingeva le mura erette dagli Achei; per tre volte, egli fece riecheggiare il suo grido di battaglia: i Troiani, atterriti, volsero in fuga.</p>
<p>Nel tumulto che ne seguì, Menelao riuscì a trasportare il corpo di Patroclo all&#8217;interno del campo greco, mentre le armi furono appannaggio del prode Ettore.</p>
<p>Nel frattempo, Teti si recò da Efesto, il fabbro divino, chiedendogli di forgiare nuove armi per il figlio; il dio si mise subito al lavoro e in breve tempo riuscì a plasmare corazza, elmo, spada e giavellotto, nonché uno splendido scudo d’oro intarsiato.</p>
<p>Achille, dopo aver pianto amaramente il cadavere dell’amico perduto, si affrettò a riconciliarsi con il duce di tutti gli Achei; ispirato dagli dei, Agamennone chiese pubblicamente il perdono del figlio di Peleo e gli offrì dei doni come riparazione; i Greci si prepararono quindi ad una nuova battaglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>10.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>Il duello tra Ettore ed Achille</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terribile nelle sue nuove armi, Achille si preparò a salire sul suo carro da guerra, guidato dai due superbi cavalli donati da Poseidon alle nozze di Teti e Peleo, Bàlio e Xanto: ispirato dagli dei, quest’ultimo acquisì per pochi istanti il dono della parola, rivelando al suo padrone la sua fine imminente.</p>
<p>I Troiani e gli Achei si prepararono così allo scontro; Zeus, avendo adempiuto alla sua promessa nei confronti di Teti, acconsentì che gli dei intervenissero in battaglia: così Apollo, Artemide, Ares ed Afrodite scesero dall’Olimpo per schierarsi a fianco dei Troiani, mentre Hermes, Atena, Poseidon ed Hera stavano dalla parte dei Greci.</p>
<p>Achille si mise subito alla testa dell’esercito acheo e cominciò a mietere vittime; il figlio di Peleo, dopo aver ucciso molti rampolli della nobiltà troiana, si scagliò contro Enea, ma a salvarlo intervenne Poseidon: pur essendo ostile ai Teucri, infatti, il dio del mare sapeva che il figlio di Anchise era destinato dal Fato a far rinascere la stirpe di Priamo.</p>
<p>Achille, nel frattempo, continuava a seminare terrore tra i nemici, gettando sprezzante i cadaveri nel fiume Scamandro<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>; indignato per tanta impudenza, il dio del fiume intimò al figlio di Peleo di continuare la strage altrove, poiché le sue acque erano già intrise di sangue; Achille non diede ascolto alla divinità fluviale, che gli scatenò contro la sua potenza; Achille stava per rischiare una fine ingloriosa ma venne in suo aiuto il dio Efesto, che placò la furia dello Scamandro con una tempesta di fuoco.</p>
<p>Achille proseguì così la sua strage di nemici, ma venne ingannato dal dio Apollo che, prese le sembianze di un guerriero troiano in fuga, si fece inseguire lontano dalle mura consentendo ai Teucri di riparare all’interno della città. Il solo Ettore, ormai, si ergeva come baluardo dell’esercito troiano davanti alle Porte Scee.</p>
<p>Quando scoprì l’inganno del dio, Achille scorse la figura del figlio di Priamo e, colto da una rabbia furiosa, puntò deciso verso di lui: preso dal panico, Ettore si diede alla fuga e per tre volte fece il giro della mura incalzato dal figlio di Peleo sino a quando Atena, sotto le mentite spoglie di Deifobo (fratello dello stesso Ettore), non persuase l’eroe troiano ad affrontare il nemico.</p>
<p>Ettore si preparò al duello proponendo ad Achille un giuramento; il vincitore avrebbe reso in ogni caso alla famiglia il cadavere dello sconfitto: il figlio di Peleo rifiutò.</p>
<p>Achille scagliò quindi l’asta contro Ettore, che schivò il colpo; il figlio di Priamo allora prese il suo giavellotto e provò a ferire l’avversario, ma l’asta centrò in pieno lo scudo forgiato da Efesto.</p>
<p>Ettore, a quel punto, cercò sostegno nel fratello Deifobo ma troppo tardi comprese che l’immagine che gli si era parata davanti un istante prima era solo un inganno degli dei; l’eroe troiano capì che per lui non vi era più speranza ed esclamò: “So che è giunta la fine, ma non mi ritirerò! Lotterò fino all’ultimo perché io possa morire gloriosamente così che i miei posteri mi possano stimare”.</p>
<p>I due guerrieri estrassero così le spade acuminate; Achille partì per primo all’attacco, con il cuore carico di collera; la spada del figlio di Peleo risplendeva nella sua mano destra.</p>
<p>Le armi bronzee ricoprivano tutto il corpo di Ettore, ma vi era una parte scoperta, nella fessura tra il collo e la spalla: Achille lo colpì proprio nell’unico punto debole ed Ettore si accasciò a terra. Il figlio di Peleo esclamò furente: “Mentre spogliavi Patroclo delle sue armi credevi forse di sfuggirmi. Ora cani e uccelli ti sbraneranno”.</p>
<p>Senza più forze, Ettore implorò il nemico: “Ti prego per la tua vita, per le ginocchia, per i tuoi genitori, non lasciare che venga sbranato dai cani degli Achei, ma accetta oro e bronzo senza fine, i doni che ti verranno dati da mio padre e dalla mia nobile madre: rendi il mio corpo alla mia patria, perché possa ricevere gli onori della sepoltura”.</p>
<p>Al netto rifiuto di Achille, il figlio di Priamo poco prima di spirare sussurrò: “Bada che la mia morte non ti porti l’odio degli dei quel giorno che Paride, guidato da Apollo, ti ucciderà sopra le porte Scee”<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>Il figlio di Peleo fece scempio del cadavere di Ettore: dopo avergli forato i tendini dietro ai due piedi dalla caviglia al tallone, ci passò due cinghie e lo legò al cocchio; balzato sul carro, lo trascinò nella polvere senza alcuna pietà.</p>
<p>Dall’alto delle mura, i genitori Priamo ed Ecuba scoppiarono in lacrime disperati, mentre la moglie Andromaca svenne per il dolore.</p>
<p>Dopo i solenni funerali di Patroclo, Achille organizzò dei giochi funebri in onore dell’amico; gli eroi Greci si sfidarono nella lotta, nella corsa, nel lancio del giavellotto, nel pancrazio<a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a> e nella corsa con i carri.</p>
<p>Nel frattempo tutti i numi dell’Olimpo, mossi a compassione per la morte di Ettore, decretarono che il suo corpo dovesse essere restituito ai familiari.</p>
<p>Ispirato dagli dei, il re Priamo si mise in cammino verso l’accampamento dei Greci, sotto la protezione del dio Hermes. Non appena giunto nella a tenda di Achille, il re si prostrò ai suoi piedi, implorandolo di rendergli le spoglie del figlio.</p>
<p>Impietosito dalle lacrime del vecchio sovrano, il figlio di Peleo acconsentì alla restituzione del corpo di Ettore e a concedere un periodo di tregua di dodici giorni per rendere le onoranze funebri all’eroe troiano.</p>
<p>Con i funerali di Ettore e i pianti di Andromaca, Ecuba ed Elena si chiude l’Iliade di Omero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a>    Questo episodio dell’Iliade (raccontato nel Libro X e secondo alcuni studiosi aggiunto in un momento successivo) ha ispirato ad un poeta greco – erroneamente identificato, all’inizio, con Euripide – la tragedia “<em>Reso</em>”.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a>    Il re dei Lici si era già distinto più volte in battaglia, arrivando ad uccidere il re di Rodi, Tlepolemo.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a>   Lo Scamandro (o Xanto) era – assieme al Simoenta &#8211; uno dei due fiumi che scorrevano presso la pianura di Troia.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a>   Omero non lo dice espressamente, ma nella mitologia i morituri acquisivano, sia pure per pochi istanti, il dono della profezia.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://gangleri.bifrost.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a>    Il pancrazio era una antica forma di pugilato.</p>
</div>
</div>
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		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (4)</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 10:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[7. L’ira di Achille &#160; Nel decimo anno di guerra si diffuse nel campo dei Greci una terribile epidemia: era &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/04/06/la-guerra-di-troia-lassedio-4/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>7.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>L’ira di Achille</em></strong><em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>N</strong>el decimo anno di guerra si diffuse nel campo dei Greci una terribile epidemia: era il castigo decretato da Apollo come punizione per aver sottratto Criseide al vecchio Crise, sacerdote del dio; poco tempo prima, il padre della giovane era giunto all’accampamento degli Achei implorandone la liberazione in cambio di un riscatto, ma Agamennone lo aveva cacciato via in malo modo; al sacerdote altro non rimaneva che invocare il dio Apollo per sperare di ottenere giustizia e questi si era vendicato contro l’empietà dei Greci flagellando l’esercito con i suoi dardi avvelenati.</p>
<p>Su consiglio dell’indovino Calcante, Agamennone si rassegnò infine a restituire Criseide alla famiglia, ma in cambio ordinò ai capi Achei di consegnargli un’altra schiava; il re di Micene, in particolare, pretese la bella Briseide, la schiava preferita di Achille. Scoppiò quindi un feroce litigio tra Achille ed Agamennone, nel quale i due per poco non vennero alle mani: il figlio di Peleo, alla fine, si rassegnò ad obbedire al comando del duce di tutti Greci e consentì alla consegna di Briseide, ma da allora si ritirò nella sua tenda e giurò che non avrebbe preso più parte ai combattimenti assieme ai suoi Mirmidoni.</p>
<p>L’ira di Achille è l’argomento del poema principale attribuito ad Omero: l’Iliade, che qui cercheremo di riassumere sia pure per sommi capi (anche perché non vogliamo togliere al lettore appassionato il piacere di leggere, un domani, tutta la storia per intero).</p>
<p>Si narra che Teti, madre di Achille, salì sul Monte Olimpo per chiedere riparazione per la grave umiliazione subita dal figlio; il padre di tutti gli dei in persona, Zeus dalla folgore tonante, promise di accontentarla.</p>
<p>La mattina dopo, il re Agamennone – ispirato da un sogno che egli credeva premonitore ma che in realtà era frutto dell’inganno ordito da Zeus &#8211; convocò i duci achei e li istruì sul suo piano: per spronare l’esercito, egli avrebbe annunciato la sua intenzione di voler tornare in patria; in tal modo, avrebbe fatto leva sull’amor proprio dei guerrieri greci inducendoli a combattere con maggior vigore.</p>
<p>I soldati, però, accolsero la proposta di tornare con gioia ed entusiasmo; incoraggiati da Tersite, il più brutto e il più vile di tutti gli Achei, essi si stavano apprestando a lasciare la costa quando Odisseo, dopo aver zittito lo stesso Tersite percuotendolo con uno scettro, li convinse a rinnovare la battaglia contro Troia.</p>
<p style="text-align: center;"> <strong>8.</strong></p>
<p align="center"><strong><em>Le imprese di Diomede</em></strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>L</strong>e due schiere si preparavano quindi ad affrontarsi a viso aperto ancora una volta: il superbo Paride marciava in prima fila ostentando coraggio e baldanza ma, alla vista di Menelao, fuggì nelle retrovie.</p>
<p>Ettore lo rimproverò aspramente per la sua codardia e Paride, per non perdere la faccia, decise di sfidare a duello il re di Sparta: al vincitore sarebbe toccata in sorte la bella Elena e la guerra avrebbe avuto così termine.</p>
<p>I due acerrimi nemici si accanirono l’uno contro l’altro senza risparmiarsi: Menelao era sul punto di uccidere il rivale, ma la dea Afrodite intervenne per salvare Paride avvolgendolo in una nebbia divina e riportandolo a Troia.</p>
<p>Agamennone decretò la vittoria per il fratello e chiese la restituzione di Elena; gli dei dell’Olimpo, tuttavia, che osservavano dall’alto le sorti della guerra, spinti da Hera (che covava un odio intenso per la città di Troia, non avendo ancora perdonato l’umiliazione del giudizio di Paride) decisero per la continuazione della battaglia.</p>
<p>La dea Atena venne inviata nell’accampamento troiano per far riprendere le ostilità: ella si avvicinò ad un arciere dei Teucri, Pandaro, persuadendolo a scagliare una freccia contro Menelao, che incedeva superbo tra i Troiani reclamando la restituzione di Elena.</p>
<p>Il dardo viene tuttavia deviato dalla stessa dea Atena per cui l&#8217;Atride venne ferito solo di striscio; gli Achei gridarono al tradimento e la battaglia si rianimò.</p>
<p>Gli Elleni, guidati dal valore del prode Diomede, inizialmente ebbero la meglio, ma la loro furia venne arginata ancora una volta da Pandaro, che riuscì a ferire l’eroe.</p>
<p>Con l’aiuto di Atena, Diomede riuscì riprendere il combattimento; salito sul suo carro da battaglia sospinto a piene forze dal suo auriga, il figlio di Tideo si scontrò ancora una volta con Pandaro e lo uccise con un colpo di giavellotto.</p>
<p>Diomede ingaggiò quindi una furiosa lotta con Enea: il figlio di Anchise stava per essere ucciso nel duello, quando intervenne ancora una volta la dea Afrodite, che riuscì a salvare il figlio con il suo velo magico.</p>
<p>Il figlio di Tideo non si perse d’animo e scagliò nuovamente il giavellotto contro la dea, ferendola alla mano; in seguito, si scontrò per ben tre volte con il dio Apollo, che era accorso in aiuto della sorella e di Enea, prima di venire però respinto. Il dio rimproverò aspramente l’eroe greco per avere osato confrontarsi con i numi.</p>
<p>Diomede, spaventato, indietreggiò consentendo ad Apollo di mettere definitivamente in salvo Enea; nel frattempo, era sceso nel campo di battaglia a dare il sostegno ai Troiani Ares (Marte), il dio della guerra, che ridiede forza e vigore all’esercito dei Teucri.</p>
<p>A questo punto la dea Atena intervenne a rincuorare Diomede, spronandolo a riprendere le armi senza temere gli immortali. Il figlio di Tideo balzò nuovamente sul suo carro da guerra per affrontare i Troiani e subito gli si parò davanti il terribile Ares. Lo scontro tra i due è uno dei momenti più alti della poesia epica, per cui lasciamo la parola ad Omero:</p>
<p>“<em>Quando poi furono a fronte, venutisi incontro, Ares tirò per primo, al di sopra del giogo e delle briglie, con la lancia di bronzo, bramoso di togliergli la vita; ma la dea dagli occhi azzurri, Atena, l’afferrò con la mano e la spinse al di sotto del carro, in modo che cadesse a vuoto.</em></p>
<p><em>Poi tirò Diomede, possente nel grido di guerra con la lancia di bronzo; l’indirizzò Pallade Atena al basso ventre… dette un ruggito Ares di bronzo, quanto gridano forte nove o diecimila combattenti durante la guerra</em>”[1].</p>
<p>Dopo il ferimento di Ares, le sorti della battaglia erano tornate decisamente a favore dei Greci; su consiglio del fratello Eleno (che aveva doti divinatorie), Ettore tornò in città invitando la madre Ecuba e tutte le altre matrone a fare offerte agli dei per scongiurare la sconfitta.</p>
<p>Dopo aver portato a termine la sua missione, Ettore si recò a salutare la moglie Andromaca e il piccolo Astianatte, suo figlio: il colloquio tra moglie e marito è uno dei passi più commoventi di tutto il poema (“<em>Ettore, tu per me sei padre e madre adorata ed anche fratello, e sei il mio splendido sposo: ma allora, su, abbi pietà e resta qui sulla torre, non rendere orfano il figlio, non fare della tua donna una vedova</em>”[2]).</p>
<p>Prima di tornare a combattere, il primogenito di Priamo incontrò anche il fratello Paride, che dopo essere stato tratto in salvo dalla dea Afrodite si trovava nei suoi appartamenti in compagnia della bella moglie Elena; dopo gli aspri rimproveri di Ettore, che lo accusò di vigliaccheria, Paride si risolse a raggiungere di nuovo il campo di battaglia.</p>
<p>Una volta tornato nella mischia, Ettore sfidò a duello uno dei capi achei: tra gli Elleni venne estratto il nome di Aiace Telamonio, che si preparò quindi a combattere contro il campione dei Teucri. I due tentarono di uccidersi a vicenda a colpi di giavellotto e di spada, in uno scontro aspro che proseguì sino al calare delle tenebre e che venne sospeso solo dall’intervento degli araldi di entrambi gli eserciti. I due guerrieri presero commiato scambiandosi dei doni, mentre i portavoce dei due schieramenti acconsentirono ad una tregua di un giorno per recuperare i corpi dei caduti; i Greci ne approfittarono per costruire un muro difensivo in legno a protezione delle navi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<div>
<p>[1]   OMERO, <em>Iliade</em>, Libro V, vv. 850-861 (traduzione di Giovanni  CERRI), Milano, RCS, 1996, p. 369.</p>
</div>
<div>
<p>[2]     OMERO, <em>Iliade</em>, Libro VI, vv. 429-432 (traduzione di Giovanni  CERRI), Milano, RCS, 1996, p. 407.</p>
</div>
</div>
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		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (3)</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 16:41:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[5. Lo sbarco dei Greci La flotta degli Elleni giunse infine a Tenedo, un’isola posta di fronte al lido di &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/03/30/la-guerra-di-troia-lassedio-3/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>5.</strong><br />
<strong>Lo sbarco dei Greci</strong></p>
<p>La flotta degli Elleni giunse infine a Tenedo, un’isola posta di fronte al lido di Troia, mettendone a ferro e a fuoco l’unico centro abitato nonostante la strenua difesa del suo reggitore, TENETE.<br />
Venne poi organizzata una delegazione (formata da Menelao, Odisseo e Palamede), con lo scopo di richiedere formalmente la restituzione di Elena al re Priamo; questi, tuttavia, rifiutò seccamente le istanze dei Greci e li cacciò in malo modo; tra tutti i Troiani, l’unico a trattare con rispetto gli ambasciatori degli Elleni fu il nobile ANTENORE, facente parte di un ramo collaterale della famiglia reale. Era quindi evidente che nessuna alternativa allo scontro in armi era ormai possibile.<br />
Il solito Calcante, tuttavia, profetizzò che il primo tra i Greci a sfiorare il suolo troiano sarebbe stato anche il primo a cadere in battaglia per mano del nemico; quando la flotta giunse, infine, nei pressi dei lidi della Troade, vi fu un certo imbarazzo tra tutti i guerrieri, poiché nessuno aveva l’ardire di scendere a terra. Alla fine fu Protesilao, re di Filache, a sbarcare per primo, incurante degli oscuri presagi degli dei.<br />
Non appena gli Elleni misero piede in suolo troiano, trovarono l’esercito dei Teucri pronto a fronteggiarli; ne nacque subito uno scontro, in cui a distinguersi parti-colarmente furono Achille, che cominciò a mietere le prime vittime nell’esercito nemico (tra cui tale CICNO di Colono, figlio del dio del mare Poseidon), e lo stesso Protesilao.</p>
<p>Il vaticinio di Calcante era tuttavia destinato ad essere veritiero: il re di Filache fu, infatti, il primo a trovare la morte tra gli Elleni, colpito dalla lancia di Ettore, il maggiore e il più valoroso tra i figli di Priamo (le truppe di Protesilao passeranno quindi sotto il comando del fratello del re defunto, PODARCE).<br />
I Greci riuscirono comunque a far ripiegare i Troiani e a conquistare una fascia di territorio costiero, nella quale posero il proprio accampamento: tra la rocca di Ilio e il campo degli Elleni si estendeva una vasta pianura, nella quale si svolsero molte delle battaglie campali nel corso della guerra.<br />
Gli Elleni si trovarono di fronte una città ben protetta dalle sue mura e che poteva contare sull’appoggio di numerosi alleati sia in Europa (in particolare in Tracia, l’attuale Bulgaria) che in Asia Minore, con i quali i Teucri riuscivano a mantenere comunque i contatti: armi, rifornimenti e truppe giungevano infatti a difesa di Troia dalla Frigia, dalla Misia, dalla Licia, dalla Paflagonia, dalla Caria e dalla Peonia.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>6.</strong><br />
<strong>I primi anni di guerra</strong></p>
<p><em>… i Troiani avanzarono</em><br />
<em>lanciando grida e richiami, come gli uccelli,</em><br />
<em>così gridano le gru sotto il cielo,</em><br />
<em>quando fuggendo l’inverno e le piogge incessanti,</em><br />
<em>esse volano stridenti verso l’Oceano,</em><br />
<em>portando ai Pigmei la distruzione e la morte.</em></p>
<p style="text-align: right;">OMERO,<em> Iliade</em>, III, 2-6</p>
<p>Gli Elleni tentarono di sconfiggere Troia per ben nove anni, senza tuttavia riuscire ad espugnare la città; in realtà, questa è la fase della guerra di cui le fonti parlano meno, per cui diventa arduo stabilire cosa successe esattamente in quel periodo.<br />
Quello che è probabile è che i capi greci non si concentrarono sempre sull’assedio della città nemica: dovendo approvvigionarsi di cibo e schiavi per mantenere un cospicuo esercito, essi preferirono compiere scorrerie nelle città vicine, anche per tagliare i ponti tra i Teucri ed i loro alleati provenienti dalla Tracia e dall’Asia Minore (gli Elleni, allora, controllavano solamente lo stretto dei Dardanelli).</p>
<p>Achille fu senza dubbio il più attivo fra tutti i Greci: secondo Omero il figlio di Peleo conquistò undici città e dodici isole; egli uccise anche TROILO, giovane figlio di Priamo, quando questi aveva solo diciannove anni poiché un oracolo aveva predetto che, se il ragazzo avesse raggiunto il ventesimo anno di vita, la città di Troia non sarebbe mai stata espugnata.</p>
<p>Dalla divisione del bottino proveniente dalle città conquistate, Achille ottenne come schiava personale la bella BRISEIDE di Lirnesso, mentre Agamennone ottenne CRISEIDE, figlia di CRISE, sacerdote di Apollo; queste due schiave furono, loro malgrado, strumenti inconsapevoli di uno degli episodi più importanti di tutta la guerra di Troia.</p>
<p>A fare la parte del leone in questo primo periodo di guerra fu anche il prode e coraggioso Aiace Telamonio, il quale invase le città della penisola tracia dove regnava il re POLINESTORE, che si era imparentato con la famiglia reale dei Teucri. Quest’ultimo aveva come ospite a corte il giovane POLIDORO, figlio di Priamo; per evitare di compromettersi con i Greci, durante l’assedio dell’esercito elleno egli preferì disfarsi di una presenza così imbarazzante, per cui si risolse ad uccidere a tradimento il principe troiano, violando i sacri doveri dell’ospitalità.<br />
Il principe di Salamina attaccò anche le città della Frigia, dominate dal re TELEUTO (che morì in combattimento) e prese come bottino di guerra la figlia di quest&#8217;ultimo, TECMESSA, che divenne sua concubina.<br />
Un altro evento molto rilevante in questo periodo fu la morte di Palamede, re di Nauplia. Lo scaltro Odisseo non gli aveva mai perdonato il fatto di avere smascherato le sue finte manifestazioni di pazzia, costringendolo a prendere le armi contro Troia.<br />
Palamede, inoltre, aveva umiliato Odisseo, essendo riuscito ad ottenere gli approvvigionamenti di grano per l’esercito, laddove il figlio di Laerte aveva fallito nella stessa missione.<br />
Spalleggiato da altri capi greci che mal sopportavano l’astuzia e la popolarità di Palamede, Odisseo fece ritrovare all’interno della tenda del re di Nauplia un sacco pieno d’oro e una falsa lettera di Priamo, che lasciava intendere una segreta alleanza tra i Troiani e lo stesso Palamede (il re di Troia ringraziava per le notizie ricevute).<br />
La lettera e l&#8217;oro furono scoperti: Agamennone e i capi greci ordinarono che il figlio di Nauplio venisse condannato a morte per tradimento mediante lapidazione.<br />
Il padre di Palamede, venuto a conoscenza della ignominiosa morte del suo erede, navigò verso la Troade a chiedere giustizia per il figlio ma gli venne rifiutata; cercando vendetta, egli viaggiò verso le città greche, calunniando i sovrani presso le loro mogli; si racconta che, proprio in quel periodo, alcune tra le nobili spose degli Elleni decisero di tradire i propri mariti lontani; in particolare, Clitennestra si unì in una fosca relazione con il figlio di Tieste, Egisto, che da tempo meditava vendetta contro i discendenti di Atreo.</p>
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		<item>
		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (2)</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 13:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[2. Telefo e la Misia Le navi salparono quindi dal porto di Aulide per raggiungere la città di Troia; l’imbarazzo &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/03/23/la-guera-di-troia-lassedio-2/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>2.</strong><br />
<strong>Telefo e la Misia</strong></p>
<p>Le navi salparono quindi dal porto di Aulide per raggiungere la città di Troia; l’imbarazzo dei Greci, nel narrare l’episodio che sto per raccontare, è evidente tanto è vero che alcuni storici omettono spudoratamente di farne menzione; la verità è che gli Elleni, a quell’epoca, non avevano grandissima dimestichezza con i viaggi per mare e nessuno conosceva con esattezza la rotta per Troia.<br />
Alla fine di un lungo viaggio, dunque, la flotta dei Greci approdò in Misia, una regione dell’Asia Minore, dove regnava TELEFO, figlio di Eracle.<br />
Gli Elleni attaccarono subito battaglia e, nello scontro che ne seguì, perse la vita Tersandro, il re di Tebe, mentre il re di Misia venne ferito da Achille; ben presto, tuttavia, l’esercito al comando di Agamennone si rese conto del terribile errore commesso e ripiegò verso la costa: le navi presero ancora una volta il largo ma, non riuscendo a trovare la città di Troia, non poterono fare a meno di ritornare in terra di Grecia.</p>
<p>Dopo quello scontro cruento, il re Telefo rimase gravemente menomato: egli non riusciva infatti a guarire dalla ferita causatagli dal figlio di Peleo; per quanti sforzi facessero i suoi medici, la piaga non si rimarginava e gli provocava terribili dolori.<br />
Un oracolo gli predisse che solamente colui che l’aveva ferito sarebbe stato in grado di guarirlo. Telefo si recò quindi in Grecia, travestito da mercante, e si diresse alla corte di Agamennone chiedendo di poter essere guarito.<br />
Su consiglio di Odisseo, Achille riuscì a guarire il re di Misia raschiando sulla ferita alcuni frammenti della lancia con cui l’aveva colpito: la piaga si rimarginò miracolosamente. Per gratitudine, Telefo mostrò agli Elleni la rotta giusta per giungere a Troia.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>3.</strong><br />
<strong>Il secondo raduno</strong></p>
<p>Alcuni anni dopo lo sbarco in Misia, l’esercito greco venne radunato nuovamente avanti al porto di Aulide.</p>
<p>Un’improvvisa bonaccia, tuttavia, impediva alle navi di partire, ragion per cui fu consultato ancora una volta l’indovino Calcante; egli vaticinò che la dea ARTEMIDE (DIANA) era adirata con gli Elleni e non avrebbe consentito alla flotta di partire se Agamennone non avesse sacrificato sua figlia IFIGENIA (1).<br />
Agamennone, sdegnato, rifiutò la proposta ma gli altri principi minacciarono di fare comandante Palamede se il re di Micene non avesse avuto il coraggio di uccidere la figlia. Il figlio di Atreo fu costretto, suo malgrado, ad accettare le pressioni degli altri capi e richiamò la figlia e la moglie Clitennestra in Aulide, adducendo come pretesto le nozze di Ifigenia con Achille.<br />
Odisseo e Diomede vennero mandati quindi a Micene per condurre la giovane figlia di Agamennone con il suo seguito. Clitennestra, però, venne ben presto a sapere dell&#8217;inganno (ella si era infatti recata da Achille salutandolo come suo genero, ma questi – ignaro delle macchinazioni degli Atridi – aveva negato candidamente di aver fatto una qualsiasi proposta di matrimonio).<br />
La regina di Micene andò su tutte le furie; messo sotto pressione, Agamennone era già sul punto di rinunciare al comando della spedizione pur di salvare la figlia, mentre Odisseo sobillava l&#8217;esercito chiedendone il sacrificio.<br />
Alla fine fu la stessa Ifigenia, in uno slancio di amore patriottico, a consentire di immolarsi per il bene di tutta la Grecia. Artemide, tuttavia, ebbe pietà della fanciulla ragion per cui la dea sostituì la figlia di Agamennone con una cerva sull’ara del sacrificio.<br />
Ifigenia venne quindi condotta nella regione della Tauride (l’odierna Crimea) dalla stessa dea Artemide, che la designò come sua sacerdotessa (2).<br />
La moglie di Agamennone, tuttavia, non volle assistere al sacrificio e tornò a Micene convinta che la figlia fosse stata effettivamente uccisa; per questo motivo Clitennestra concepì un odio feroce nei confronti del marito che ebbe poi fatali conseguenze alla fine della guerra.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>4.</strong><br />
<strong>Filottete</strong></p>
<p>La flotta degli Elleni poté quindi partire verso Troia; durante il viaggio, la flotta fece una sosta presso un’isola dell’Egeo sacra alla ninfa CRISA.<br />
Filottete sbarcò nell’isola, intenzionato a rifornirsi di cibo ed acqua, portando con sé arco e frecce per andare a caccia di selvaggina; giunto nei pressi di un’ara consacrata alle divinità del luogo, il possessore delle armi di Eracle venne morso da un serpente.<br />
Il dolore provocato dalla ferita fu così atroce che Filottete cadde svenuto e venne ritrovato dai suoi compagni privo di sensi; ricondotto alla sua nave, egli venne curato dal medico Macaone, che tentò in tutti i modi di salvarlo dal terribile veleno del rettile: la ferita, tuttavia, si infettò e cominciò ad emanare un odore nauseabondo.<br />
Tutti gli Elleni erano in forte imbarazzo, non sapendo se l’abile arciere sarebbe stato in grado di sostenere la guerra in quelle condizioni; il terribile fetore dell’infezione, inoltre, non faceva che abbattere il morale dei soldati. Su consiglio di Odisseo, Agamennone decise di abbandonare l&#8217;arciere nella vicina isola di Lemno; MEDONTE, fratellastro di Aiace Oileo, prese il controllo degli uomini di Filottete.<br />
Quando il possessore delle armi di Eracle venne condotto nell’isola, egli era ancora privo di sensi a causa del terribile dolore che gli provocava il morso del serpente; Filottete aprì finalmente gli occhi per scoprirsi solo e abbandonato in un’isola deserta.</p>
<p>A nulla valsero le urla e gli improperi nei confronti di tutti i suoi compagni e dei comandanti greci: per l’abile e sfortunato arciere cominciava un lungo esilio, destinato a finire solo qualora una nave fosse approdata, per caso, in quell’isola.<br />
Filottete andò alla ricerca di erbe per lenire il dolore della sua ferita e si preparò ad affrontare una vita grama da naufrago, meditando ogni giorno la vendetta nei confronti di chi lo aveva abbandonato in modo così vile.</p>
<p>(1) Le vicende narrate qui di seguito ispireranno ad Euripide la tragedia “<em>Ifigenia in Aulide</em>”.</p>
<p>(2) Così ci narra Euripide nella sua tragedia “<em>Ifigenia in Tauride</em>”.</p>
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		<title>La guerra di Troia &#8211; L&#8217;assedio (1)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 18:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deucalione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bifröst]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti senza tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Il porto di Aulide Le forze degli Elleni si radunarono dunque nel porto di Aulide, in Beozia. Tutti i &#8230;<p><a href="http://gangleri.bifrost.it/2012/03/13/la-guerra-di-troia-lassedio-1/">Continue reading &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>1.</strong><br />
<strong>Il porto di Aulide</strong></p>
<p>Le forze degli Elleni si radunarono dunque nel porto di Aulide, in Beozia. Tutti i pretendenti spedirono i propri eserciti eccetto re CINIRA di Cipro (egli spedì una flotta di cinquanta navi, di cui soltanto una era vera, mentre le altre erano di fango).<br />
Si racconta che tra i nobili più restii a partecipare alla guerra vi fosse l’esponente della casa regnante di Itaca: Odisseo, figlio di Laerte, che pure era stato il consigliere principale di Tindaro e promotore del giuramento dei pretendenti alla mano di Elena.<br />
Odisseo – lo ricordiamo &#8211; si era sposato con la saggia Penelope da cui aveva avuto un figlio, cui venne dato il nome di TELEMACO. Per evitare di partecipare alla guerra, egli si finse pazzo e cominciò a seminare sale per i campi.<br />
Venne perciò inviato in missione ad Itaca PALAMEDE, re di Nauplia, famoso per il suo ingegno; egli, giunto nell’isola, afferrò il piccolo Telemaco e lo posizionò nel solco su cui stava passando Odisseo, intento a dissimulare la sua presunta follia; non volendo uccidere il figlio passandoci sopra con la lama dell’aratro, l’erede al trono di Itaca cambiò tragitto, rivelando in questo modo di essere sano di mente e quindi in grado di partecipare alla guerra.</p>
<p>Il giovane Achille, che all’epoca dell’adunata in Aulide aveva solo quindici anni, era stato invece nascosto dalla madre nell’isola di Sciro, mascherato con abiti femminili per non essere riconosciuto dai messaggeri inviati da Agamennone (la ninfa Teti intendeva in questo modo scongiurare l’avverarsi della profezia che aveva predetto una vita breve e gloriosa per il figlio di Peleo).<br />
Gli storici ci riferiscono che a Sciro Achille ebbe una storia con DEIDAMIA, la figlia del re dell’isola LICOMEDE, la quale gli diede un figlio cui venne dato il nome di PIRRO (o NEOTTÒLEMO); avremo modo di parlare di lui nel corso della nostra storia.<br />
Secondo la leggenda si recarono nell’isola Odisseo e il suo fedele amico DIOMEDE, reggitore di Argo, allo scopo di persuadere il giovane Achille a partire per Troia.<br />
Odisseo si spacciò per mercante e portò con sé un cesto contenente ornamenti femminili e una spada. Le fanciulle di Sciro accorsero per ammirare i gioielli e i vestiti che il misterioso viaggiatore aveva portato con sé: solo una fanciulla si mostrò invece interessata all’arma e si rivelò quindi per chi era realmente: il figlio di Peleo travestito da donna.<br />
Odisseo e Diomede utilizzarono tutta la loro eloquenza per convincere Achille a prendere le armi e vendicare l’oltraggio di Paride (il rampollo di Laerte, in particolare, era maestro nell’arte della persuasione); il figlio di Teti, in realtà, si fece pregare ben poco e decise di partire alla volta di Aulide.</p>
<p>L&#8217;ultimo comandante a giungere al raduno fu quindi il giovane Achille, assieme al fedele amico Patroclo. Le forze degli Elleni vengono descritte in dettaglio nell’Iliade di Omero nel cosiddetto “Catalogo delle navi”; noi ci limiteremo a menzionare solo i condottieri più famosi.<br />
La famiglia dei Pelopidi la faceva da padrone con Agamennone, re di Micene (nonché signore dell’Argolide, dell’Arcadia e della Corinzia), e Menelao, re di Sparta e signore della Laconia.<br />
Poi vi era il forte Diomede, figlio di TIDEO, il quale pur potendo vantare il titolo di re d’Argo era in realtà un vassallo di Agamennone ed esercitava un dominio diretto su una sola parte dell&#8217;Argolide.<br />
Partecipò alla guerra anche Odisseo, signore delle isole occidentali (Itaca, Zacinto e Cefalonia); il vecchio e saggio NESTORE, re di Pilo e signore della Messenia; Achille e il suo esercito di Mirmidoni (1), al comando della Ftiotide; TOANTE, re dell’Etolia; IDOMENEO, re di Creta e nipote di Minosse; TLEPOLEMO, principe di Rodi; il valoroso ma arrogante AIACE OILEO, principe della Locride; PROTESILAO, re di Filache; PALAMEDE, principe di Nauplia (nell’Eubea); TERSANDRO, re di Tebe (2), ed altri centri minori della Beozia; anche l’Attica diede il suo contributo con MENESTEO, re di Atene, e con i due principi di Salamina, figli di Telamone: il fortissimo Aiace Telamonio e l’abilissimo arciere Teucro.<br />
Faceva parte della spedizione anche FILOTTETE, il quale non poteva vantare un blasone regale ma era noto in tutta la terra di Grecia per la sua abilità nell’uso dell’arco, avendo egli ereditato le armi di ERACLE (ERCOLE) (3).</p>
<p>Omero cita anche numerosi altri nobili condottieri provenienti da Samo, dalle isole Sporadi, nonché dalle città indipendenti dell’Arcadia, dell’Elide, della Focide, della Locride, della Tessaglia e dell&#8217;Eubea; ragioni di tempo e di spazio ci impediscono, ovviamente, di andare troppo in dettaglio (anche per non annoiare il lettore, già forse provato dai troppi personaggi…) .<br />
Completavano la spedizione il medico MACAONE e l’indovino CALCANTE, quest’ultimo destinato ad un ruolo tristemente decisivo per le sorti della guerra.<br />
Mentre gli Elleni sacrificavano al dio Apollo per confermare il proprio giuramento, un serpente divorò gli otto piccoli di un nido di passeri e la loro madre; secondo Calcante questo evento era un sinistro presagio: la guerra sarebbe durata a lungo.</p>
<p style="text-align: center;">Tabella 3</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/03/Eacidi.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-753" title="Eacidi" src="http://gangleri.bifrost.it/wp-content/uploads/2012/03/Eacidi-300x202.gif" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Gli Eacidi</p>
<p>(1) Erano un antico popolo della Tessaglia. Secondo la tradizione il popolo traeva il nome dalle formiche (in greco: <em>myrmes</em>), trasformate in uomini da Zeus su preghiera di Eaco, per ripopolare l’isola di Egina devastata da una pestilenza; essi avevano poi seguito Peleo, figlio di Eaco, esule a Ftia.</p>
<p>(2) La città di Tebe, un tempo uno dei centri urbani più fiorenti della Grecia, stava vivendo all’epoca delle guerra di Troia un periodo di decadenza; la città era stata infatti dilaniata da una lunga guerra civile che aveva opposto i due eredi al trono, Eteocle e Polinice (figli di Edipo). Il conflitto era culminato con l’assedio della città da parte di Polinice, il quale dopo essere stato esiliato dal fratello si era alleato con altri sei nobili condottieri (tra cui Adrasto, re d’Argo) per riprendersi il trono: la famosa guerra dei ‘Sette contro Tebe’. La guerra finì con il sacco della città ad opera di Tersandro, figlio di Polinice.</p>
<p>(3) Secondo la tradizione, infatti, il grande eroe e semidio Eracle decise di porre fine alle atroci sofferenze che gli aveva causato un sortilegio erigendo per se stesso una pira funebre. Nessuno, tuttavia, ebbe il coraggio di appiccare il fuoco per aiutare l’eroe a morire, tranne un pastore di nome Peante, cui Eracle donò per gratitudine il suo arco e le sue frecce. Le armi vennero poi trasmesse a Filottete, figlio primogenito di Peante.     La morte di Eracle è argomento di una tragedia di Sofocle, “<em>Le Trachinie</em>”.</p>
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